Piccole donne, romanzo di Louisa May Alcott pubblicato in due volumi tra il 1868 e 1869 e poi riuniti nel 1880 nell’opera che leggiamo tutt’oggi, è stato adattato molteplici volte nel corso della storia del cinema: dal film del 1917 di Alexander Butler a quello del 1933 che ha donato uno dei primi ruoli da protagonista a Katharine Hepburn e quello di Gillian Armstrong del 1994 con Winona Ryder e Christian Bale, prima volta in cui questa storia così delicatamente e ferocemente femminile arrivava nelle mani di una donna. Negli ultimi anni gli adattamenti di questo classico si sono fatti più radi, se non per una miniserie della BBC nel 2017 e una forzata trasposizione al giorno d’oggi del 2018 di Clare Niederpruem. In un certo senso si potrebbe dire che il libro, dopo ormai centocinquant’anni, non abbia più niente di nuovo da dirci sul mondo, dopo essere stato sviscerato in tutte le formule possibili. Eppure, l’attrice, regista e sceneggiatrice americana Greta Gerwig – reduce del successo di Lady Bird (2017) – riesce in una missione impossibile, quella di far apparire questo testo come qualcosa di totalmente nuovo e personale, ricco di attenzione ma anche libero da schemi precisi.

Gerwig preserva l’atmosfera del romanzo, tra le recite delle sorelle March, le lettere del padre al fronte lette davanti al camino, le visite ai vicini poveri e malati e il desiderio di una ricchezza che non c’è per dedicarsi ai capricci. Riesce nel fare questo a rendere anche conto della difficile situazione in cui Amy, Beth, Jo e Meg vivevano non in quanto non benestanti, ma in quanto donne. Così troviamo Amy che parla di quanto sia difficile il mondo per una ragazza piena di ambizione come lei o Jo che si lamenta con sua madre di come sia stufa della concezione che il mondo ha delle donne ritenendole buone solo a essere degli ornamenti della società, ma non riesce a non pensare a quanto sarebbe stata diversa la sua vita se solo avesse accettato una proposta di matrimonio anni prima.

Saoirse Ronan è Jo nel Piccole donne di Greta Gerwig (2019)

La scelta più coraggiosa di Greta Gerwig e forse proprio quella che le permette di rinnovare il romanzo che sta adattando è di cambiarne radicalmente la struttura. Anziché approcciarla in modo lineare, preferisce intrecciare le due linee temporali: quella dell’infanzia (rappresentata da colori caldi e tinte dorate) e quella dell’età adulta (segnata da colori spenti e freddi). Così il film inizia partendo da una scena proveniente dalla seconda metà dell’opera di Alcott: Jo (Saoirse Ronan), ormai trasferitasi a New York che cerca di provvedere per la sua famiglia, entra nell’ufficio di un editore, Dashwood, per proporgli un racconto. Lui lo accetta ma lo spoglia di tutte le sue lezioni di morale, dicendo che il pubblico di allora preferisce la frivolezza e le distrazioni. Alla notizia di uno seppur scarso pagamento, troviamo Jo correre felice per le strade di New York in una scena che ricorda i balli di Frances Halladay (interpretata proprio dalla stessa Greta Gerwig) per le strade della stessa città nel Frances Ha di Noah Baumbach nel 2013.

Forse il parallelismo non è un caso: è stato proprio il suo amore per Jo March e il suo riconoscersi in lei ad aver portato Greta Gerwig a voler adattare il romanzo lei stessa. Non riuscivo più a riconoscere se Jo March fosse come me ed era quello il motivo per cui ero attirata da lei o se mi piacesse Jo March e per quello io stessi diventando come lei, spiega la regista in un’intervista per Deadline. Nonostante questa passione per il personaggio, questo adattamento riesce grazie all’alternarsi delle due linee temporali a farci capire e apprezzare quella che storicamente è sempre stata considerata la sorella più odiosa, Amy (qui interpretata dall’incredibile Florence Pugh), caratterizzata dal suo egoismo e dal suo narcisismo. Greta Gerwig dichiara di averla rivalutata durante una recente rilettura del romanzo, dove finalmente è riuscita finalmente a percepirla come un personaggio profondo e pari a Jo. Amy brilla nella sua ambizione, nel suo voler essere tutto o niente, ma è anche capace di vedere le falle del suo tempo, soprattutto nel trattamento delle donne. Non vuole cambiare il mondo, ma cerca come una stratega di trovare il suo modo di vincere nonostante tutto, di realizzarsi riconoscendo i limiti che il mondo cerca di imporle. Amy non è più qualcuno che riesce a sfuggire alle difficoltà della vita, come la definisce Jo in una scena del film; è qualcuno che riesce a trovare la felicità ma anche il posto che ha sempre cercato e bramato nel mondo. La grandezza di Amy in questo adattamento è merito dell’interpretazione di Florence Pugh – reduce da un anno incredibile che l’ha vista imporsi con ruoli come questo e quello di Dani Ardor nel Midsommar di Ari Aster, che la confermano come uno dei migliori talenti della sua generazione – ma è anche merito della nuova struttura del film che permette alla crescita del personaggio di trovare un nuovo respiro, trovando una spiegazione ai suoi comportamenti grazie ai parallelismi tra presente e passato. Questo permette a Greta Gerwig di sviluppare in modo più approfondito il rapporto tra Amy e Laurie (Timothée Chalamet), sacrificato da adattamenti passati.

Riabilitando il personaggio di Amy, Gerwig permette a tutte e quattro le sorelle di farsi spazio nel cuore del pubblico: Jo per la sua tenacia, Amy per la sua ambizione, Meg (Emma Watson) per l’amore incondizionato che la porta a sposarsi per i suoi sentimenti e non per strategia e Beth (Eliza Scanlen) per la sua infinita dolcezza. Anche loro madre, Marmee (interpretata qui da Laura Dern), trova la sua dimensione tra la sua irrequieta rabbia e la sua generosità che non conosce confini.

Florence Pugh e Eliza Scanlen in una scena del film Piccole donne (G. Gerwig, 2019)

La forza di questo adattamento, tuttavia, sta nei piccoli dettagli, nelle piccole e precise sfumature con cui Greta Gerwig rappresenta l’amore che in tutte le sue forme pervade il romanzo di Louisa May Alcott. È un amore espresso principalmente tramite il tatto: quando son vicine le sorelle sembrano non riuscire a non abbracciarsi, a non appoggiare la testa l’una sull’altra. È un film fatto di mani che si stringono, come le mani di Jo e Laurie che si uniscono di nascosto nella tasca di quest’ultimo durante le nozze di Meg; è fatto di carezze come quelle che Jo dà a Beth durante una loro gita in spiaggia; è fatto di mani sulle spalle, pugni amichevoli e abbracci. È un amore così vero che riesce al tempo stesso ad alienare lo spettatore portandolo a bramare un rapporto simile, ma anche a stringerlo in un forte abbraccio.

Piccole donne si inserisce alla perfezione nel percorso che Greta Gerwig sta costruendo per se stessa come autrice. Uno dei temi che più segna il suo cinema è quello della paura del crescere, del come affrontare l’età adulta quando ci si sente come se non dovesse esistere altro successivamente all’adolescenza. È uno dei temi principali di Lady Bird ed è anche uno dei pilastri del romanzo di Alcott. Non si parla tuttavia solo della nostalgia ovattata dell’infanzia in contrasto con il duro mondo degli adulti, ma anche di arte, di amore, della posizione della donna nella società, della lotta per essere protagonisti della propria storia e per avere controllo della narrazione. In fondo ci rendiamo conto che è proprio per questo che Piccole Donne non è mai stato necessario e sentito come adesso. È una storia del passato che continua a riflettere il presente ed è per questo che abbiamo bisogno di Piccole Donne e anche di più Greta Gerwig.

di Giada Sartori