Dopo aver chiuso la nostra seconda parte di questo excursus sul rapporto tra moda e cinema parlando di Brigitte Bardot, restiamo tra le dive del cinema francese ma passiamo a un modello femminile differente, quello più mentale e raffinato di Catherine Deneuve, vestita sul set (e non solo) da un couturier di rango come Yves Saint Laurent.

Nel film Bella di giorno (B. Bunuel, 1968), la Deneuve incarna uno stile bon ton ultraraffinato

Nel film di Truffaut, La sirena del Mississippi (1969), sempre nei panni creati per lei da YSL, lancia lo stile safari e ripropone il trench in versione femminile.

Il ’68 fu un anno spartiacque anche per la storia del costume. E naturalmente il cinema è, ancora una volta, il mezzo espressivo più efficace del nuovo look. Ad esempio con la Jane Fonda del film di Alan Pakula Una squillo per l’ispettore Klute (1971), nell’interpretazione che le portò un Oscar.
Altra icona cinematografica del nuovo stile hippy, qui in una variante naif e molto flower power è la giovanissima Goldie Hawn, Oscar come miglior attrice non protagonista nella commedia diretta da Gene Sax nel 1969 Fiore di cactus.

Nel film Fiore di Cactus (G. Sax) Goldie Hawn incarna il nuovo stile hippy

Se il nuovo modello femminile proposto dagli anni 70 è una donna ribelle e contro il sistema, quella degli anni ’80 invece è l’esatto opposto, la donna in carriera.

La cosa interessante de film Una donna in carriera è che la protagonista compie una metamorfosi che viene resa soprattutto attraverso l’abito. L’abbigliamento è il primo strumento che lei usa per cambiare posto di lavoro e status sociale, prima, nei panni di segretaria; dopo,in una versione manager in perfetto stile Armani. E’ proprio questo stilista italiano l’uomo con cui si compie il fatale passaggio da couturier a stilista e che lancia per tutte le donne un nuovo imprescindibile capo: la giacca da lavoro, di taglio maschile, e in una serie infinita di non colori, perfetti per la luce al neon degli uffici.
Ricordiamo anche che, a livello internazionale, la consacrazione di Armani avviene con il film American Gigolo (P. Schrader, 1981) dove crea gli abiti per l’esordiente Richard Gere.

Con questo film, negli USA Armani diventa The King, e si aggiudica la copertina di Time.
Un’altra costante della storia del cinema è che il suo strettissimo rapporto con la moda non riguarda solo il piano estetico ma anche quello narrativo. Basti pensare a tutti i film che hanno per protagonisti sarti/e, modelle, fotografi di moda, e affini.
Procedendo in ordine cronologico, pensiamo ad esempio al film Cenerentola a Parigi (S. Donen, 1956), dove la cenerentola libraia Audrey Hepburn viene scoperta dal fotografo pigmalione Fred Astaire, passando così da polverosi scaffali alla prima pagina di Vogue. E sempre a proposito di Vogue, la connessione immediata è con il più recente Il diavolo veste Prada (D. Frankel, 2006), che sposta l’asticella ancora più avanti, e cioè verso una vera e propria celebrazione del marchio. Pensiamo al raffinato biopic Yves Saint Laurent, diretto da Jalil Lespert. E all’ancora più recente Il filo nascosto (2017) di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day Lewis nella sua molto annunciata ultima interpretazione.

Ma il legame tra cinema e moda è ancora più sottile, ancora più necessario.
Perché se è vero che abiti di alta moda come quelli di Capucci o Dior, sono ormai considerati opere d’arte, è anche vero che l’abito, per sua natura, non si presta ad essere messo sotto vetro in un museo. Perché per vivere, l’abito, ogni abito, ha bisogno di un corpo che lo indossi, che lo faccia muovere, respirare. Che lo porti nel mondo.
L’abito esprime l’essenza della modernità anche perché ha bisogno del movimento.
Per questo i molti tentativi di allestire musei della moda o sono falliti o hanno dato risultati inferiori alle aspettative.
Per questo, l’unico strumento capace di rendere eterno un abito, di preservarlo intatto nel suo splendore dell’istante, eternamente vivo su di un corpo che lo muove, è il cinema.

di Gabriella Maldini