Moda e Cinema sono legati da sempre in modo indissolubile, tanto che una storia del cinema è una storia della moda, e viceversa.
Tra loro vi è un connubio naturale, ontologico, e per tanti fattori:anzitutto perché la Moda è un linguaggio per immagini, così come il cinema è una narrazione per immagini; poi perché si tratta di immagini tra loro complementari, che si spingono a vicenda. La bellezza, e spesso il successo, di un film dipende (anche) dai suoi costumi e il successo di un abito, la sua popolarità, dipende molto spesso dall’apparire in un determinato film.
L’elemento che, in entrambi i casi, fa da indispensabile ponte, da medium, fra abito e immagine è il CORPO che, nel caso del cinema, è il corpo magico e quasi mistico degli attori, che infatti, nell’età dell’oro del cinema hollywoodiano, iniziano ad essere chiamate STAR, DIVI, parole che ben esprimono il ruolo mitico e quasi sovrannaturale che questi personaggi rivestivano (e uso apposta questo termine) per i pubblico, cioè la gente comune.
Proprio in quanto divi, stelle, gli attori (e soprattutto le attrici) .
Fin dai tempi del muto, a Hollywood, una diva aveva diritto per contratto a un costumista personale, un sarto che doveva creare per lei abiti esclusivi, rigorosamente a mano e su misura; abiti che fossero infinitamente più belli e straordinari di quelli degli altri interpreti.
Nel caso di Greta Garbo, il sarto personale era Adrian, che realizzò per lei toilettes favolose. Ad esempio, per il film Mata Hari (1932), fece una sorta di corazza che unisce il fascino orientale delle pietre preziose, della seta e del raso (tutte componenti ultra femminili) alla forza dell’armatura e all’aggressività mascolina di fuseaux scintillanti come una lama, che trasmettono quella sensazione di pericolo che questa donna porta con sé. La sua, ci dicono, è una bellezza guerriera, seducente e pericolosa.
Greta Garbo, in particolare, è una femme fatale sui generis perché caratterizzata da un’immagine androgina.

Qui ad esempio al posto di un’acconciatura tradizionale, abbiamo un copricapo attillatissimo che quasi ‘cancella’ i capelli, che invece sono uno degli attributi per eccellenza della femminilità. Si tratta di un’acconciatura insolita, e quindi trasgressiva , che sortisce un effetto di grande, e soprattutto nuova, seduzione.

Teniamo presente però che quasi sempre anche le dive avevano dei difetti fisici, o comunque dei punti deboli, e che compito del sarto personale era anche quello di creare abiti capaci di nasconderli.
Se poi il sarto era un fuoriclasse, non solo riusciva a nasconderli ma addirittura a trasformarli in punti di forza, in una sorta di marchio, di fascino e perfino di stile.
Qualcosa capace di rafforzare ancora di più l’identità della diva.
E’ ciò che fece Adrian con le enormi spalle di Joan Crawford.
Nel film Ritorno, del 1932, il couturier dovette confrontarsi con le mascoline spalle da nuotatrice della Crawford e, invece di nasconderle, ebbe l’idea geniale di esasperarle.

Il successo fu tale che Adrian era solito dire, scherzando, ‘chi crederebbe mai che la mia carriera si regge sulle spalle della Crawford?’
Ma Adrian non ha solo creato gli abiti per più di 250 film e per le più leggendarie dive di Hollywood, egli è stato il primo che, partendo da questo suo ruolo di più grande costumista del cinema d’oro americano, ha saputo cogliere e allo stesso tempo creare le tendenze del gusto collettivo, lanciando il concetto di look. Ed eccoci al cuore del discorso: il fatto che il look delle dive inizi ad influenzare e addirittura a determinare quello di tutte le donne, portando alla nascita di uno stile ‘di massa’.
Oltre a quello per le dive, Adrian diede vita, in parallelo, a un filone di abiti realizzati in serie e in vendita nei grandi magazzini Macy’s. Una linea di abbigliamento a basso costo che ebbe talmente successo da influenzare addirittura la snobbissima moda per eccellenza, quella parigina.
Per renderci conto del legame strettissimo e più che mai concreto fra cinema e moda consideriamo alcune immagini.

Partiamo dagli anni ’20 che, sul piano sociale e culturale, soprattutto per quello che riguarda il ruolo e l’immagine femminili, sono i più rivoluzionari.
Perché nasce un nuovo modello di donna, la flapper, la maschietta.

Louise Brooks, femme fatale e super diva del muto icona perfetta dello stile charleston. Quello degli abiti con taglio in sbieco creati dalla grande Madleine Vionnett.
Si tratta di un look totalmente nuovo che spazza via decenni di dogmi e costrizioni di stampo vittoriano, prima fra tutte, il busto, che per secoli aveva ingabbiato il corpo femminile.

Ora invece, con la fine della Grande guerra, le donne conquistano una nuova e sempre più decisa indipendenza e si liberano dai codici castranti del passato che, anche attraverso l’abito, miravano a controllarne il ruolo sociale, la moralità e soprattutto la sessualità.
Mentre la donna vittoriana era di fatto asservita all’uomo (padre, marito o fratello) ora la nuova donna dell’età del jazz rivendica in modo spregiudicato la propria libertà. A cominciare dal modo di vestire.
Per prima cosa si taglia i capelli, poi accorcia vistosamente la gonna, si sbarazza del busto e, la sera, perfino delle maniche, e passa dalle calze di cotone a quelle di rayon, molto più seducenti e, diciamolo, sexy.
Tutto ciò ci dice come l’abito sia qualcosa di estremamente complesso, e tutt’altro che superficiale. Proprio perché costituisce la sintesi più efficace di un’epoca e della sua cultura.
L’abito, partendo dalla superficie, dall’immagine, è in realtà espressione di un contenuto profondo, sul piano culturale, sociale e psicologico.
Esattamente come il Cinema, l’abito è un linguaggio.
E come tale comunica sempre un messaggio .Che lo si voglia o no, che se ne sia consapevoli o no, vestirsi è parlare di sé.
Vestirsi è spogliarsi, è mettersi a nudo.

Per capire come e quanto cinema e moda si influenzarono a vicenda, continuiamo guardare le immagini:

Sono abiti di una modernità incredibile, un perfetto Armani ante litteram.
Tra il periodo della grande depressione e la seconda guerra mondiale, infatti, l’abbigliamento si spostò su tessuti più resistenti, pratici ed economici. E gli abiti femminili divennero più sobri e iniziarono a fare proprie le linee e il taglio maschili, fino alla nascita di un primo stile unisex, espressione di una donna indipendente e sicura di sé, che non si accontentava più del ruolo di oggetto ma rivendicava quello di soggetto.

di Gabriella Maldini