Per 42 anni la Forza (la sua ricerca e la fatica di mantenerla intatta) è stata potente in noi. Ha accompagnato intere generazioni, cresciute a pane e Star Wars. Chi scrive fa parte di quella generazione che deve a George Lucas il merito di averle aperto un mondo, in cui immergersi per trarre ispirazione, seguendo i consigli dei saggi Maestro Yoda e ambendo a divenire un Jedi potente come Obi Wan Kenobi. Una storia da prendere come esempio di vita, non facendosi ridurre a mera principessa, ma cercando di fare propri il coraggio e la tenacia di Leia, eroina moderna ed indiscussa per molte giovani trenta-quarantenni di oggi. Una saga che ci ha insegnato che la successione matematica è un’opinione: per gli appassionati di Star Wars è più che normale che una vicenda abbia inizio con l’Episodio VI, riparta ex-novo da Episodio I dopo un’intera trilogia e che subito dopo Episodio III non possa che esserci il VII. Ma, proprio con Episodio VII, questa Forza ha iniziato a vacillare. La nerditudine (intrinseca nella generazione di cui abbiamo appena parlato) non è bastata a non far storcere il naso di fronte alle due notizie sbandierate con entusiasmo: la prima, arrivata già nel 2012, che la Walt Disney Company avesse rilevato i diritti della serie; la seconda, arrivata in contemporanea, che la stessa avrebbe iniziato la produzione di una trilogia sequel, ripartendo, quindi, da Episodio VII, arrivato poi nelle sale nel 2015. A nulla è valsa la (magra) consolazione che a dirigere il primo capitolo sequel sarebbe stato quel J. J. Abrams tanto adorato dai nerd per aver creato serie TV cult quali Alias, Felicity, Lost e Fringe, già adorato per il rilancio cinematografico di Star Trek o per il suo aver saputo ridare dignità al Tom Cruise di Mission Impossible III. La Forza ha tremato. Gli spettatori anche. E avevano ragione.

George Lucas, creatore di Star Wars e regista della Trilogia Originale (fatta eccezione per L’Impero colpisce ancora) e della Trilogia Prequel

L’indubbio merito della Trilogia Sequel è quello di aver regalato al mondo di Star Wars una definizione e qualità di effetti speciali mai raggiunta prima. Tutto è divenuto perfetto, magnificamente definito. La peggior colpa che si attribuisce alla Disney, però, è proprio che tutto sia divenuto perfetto, magnificamente definito, con la qualità dell’immagine elevata a priorità rispetto allo sviluppo narrativo, all’analisi e psicologia dei personaggi (quelli storici compresi, sacrilegio!), alla necessità (soprattutto trovandosi di fronte ad una storia di ben 42 anni) di rispettare ciò che era stato prima, senza sconvolgere il passato per imporre una nuova visione drammaturgica. J. J. Abrams ha giocato sporco, a danno degli spettatori tradizionali della saga, lasciando nella vicenda personaggi storici che da troppi anni non vedevamo sul grande schermo. Ritroviamo così (con commozione mista a puro godimento cinefilo) Harrison Ford nei panni di Han Solo, accompagnato dal fedele Chewbecca; Carrie Fisher e le improbabili pettinature della principessa Leia Organa, divenuta generale della Ribellione; scopriamo che non sono stati dimenticati nemmeno i droidi (nome ideato proprio da George Lucas, per indicare i suoi robot stellari) del nostro cuore, cioé il servile C-3PO e l’aggiustatutto R2D2 (che nella prima versione italiana si chiamava C1-P8), che ci dimostra che la tecnologia del passato non debba per forza essere messa in disuso in favore del più avanzato BB-8, seppure meno tondeggiante e colorato del suo pronipote; dobbiamo attendere il finale, ma la Forza si riaccende potente in noi quando rivediamo Luke Skywalker nell’eremo in cui si è rifugiato dopo le dure emozioni provate alla fine di Episodio VI. Ciò che, invece, il regista non è riuscito a fare è stato rendere ugualmente iconici i nuovi protagonisti del nuovo corso di Star Wars: troppo confusa la storia di Rey, seppur resta meritevole il tentativo di imporre un personaggio femminile quale fulcro attorno cui far ruotare i personaggi, anche se per farlo si sceglie il volto da inarrivabile modella di Daisy Ridley; a tratti insignificanti le figure di Finn e Poe, come insignificanti e al limite dell’inespressività risultano gli attori che li interpretano (ripettivamente John Boyega e Oscar Isaac); non riesce a sembrare credibilmente malvagio il Kylo Ren di Adam Driver, a cui non basta la condivisione dei geni con Darth Vader o una maschera nera con grata a coprirgli il volto per renderlo pauroso almeno la metà del celeberrimo nonno.

Prima principessa, poi generale Leia Organa, Carrie Fisher ha fortemente legato la sua carriera alla sua partecipazione a Star Wars

C’è da dire, però, che il nuovo Star Wars di Abrams riesce a non far storcere troppo il naso agli spettatori storici (per i motivi di cui sopra) e a incuriosire quelli nuovi, che si scoprono aspiranti Jedi. E si ritrovano con una delle più possenti campagne di merchandising che il cinema abbia mai avuto. Tutto diventa Star Wars branded: costruzioni Lego, libri, zerbini per portoni nerd, tazze, penne, quaderni, zaini. E, si sa, il troppo storpia… Ciò che era pura cultura cinematografica diventa prodotto di consumo. I fan iniziano ad essere insofferenti. Ma la Disney pensa di placare gli animi facendo uscire, nel 2017, Star Wars: Gli ultimi Jedi (Episodio VIII). Ed il disastro colpisce ancora. Non solo perchè a dirigerlo questa volta è Rian Johnson, che aveva già dato prova della sua incapacità di relazionarsi con il genere fantascientifico con il fallimentare Looper (2012), ma soprattutto perché la confusione che aveva destabilizzato gli spettatori durante Episodio VII diventa cifra stilistica nel secondo capitolo della saga sequel. I personaggi vengono sconvolti: pensate a Chewbecca, ridotto a cagnolino da compagnia di Rey. Johnson campa di rendita andando a copiare alcune delle soluzioni di immagine precedentemenre impostate da Abrams. E riesce a colpire gli animi sensibili portando sul grande schermo l’ultima interpretazione di Carrie Fischer, deceduta nel dicembre 2016, poco dopo aver ultimato le riprese del film. Rivedere Leia sul grande schermo è stato il massimo picco emotivo per molti spettatori. E questo, comunque, la dice molto sulla capacità del film di appassionare realmente il pubblico.

Adam Driver deve il suo essersi fatto conoscere dal grande pubblico grazie alla sua interpetazione di Kylo Reno nella Trilogia Sequel di Star Wars

Ed è recentissima, ancora cocente, la delusione di quella che molti (tra questi, chi scrive) giudicano la Morte Nera per gli appassionati di Star Wars: l’uscita in sala di Star Wars. L’ascesa di Skywalker. Episodio IX. La fine. Per fortuna, perchè non se ne poteva più di vedere reiterato lo scempio della memoria di quella che è stata, indubbiamente, la saga che ha completamente modificato il modo anche solo di concepire il cinema fantascientifico a tema spazio. E no, sapere che J. J. Abrams avrebbe ripreso in mano le redini della regia non è stato di consolazione. Anzi. La sola cosa per cui è stato da subito ringraziato è stata quella di non accettare che Carrie Fisher venisse ricreata grazie alla computer grafica per permettere al generale Organa di continuare a guidare i suoi ribelli, scegliendo, invece, di recuperare scene tagliate dai precedenti due episodi, ma recitati in carne ed ossa dall’attrice. Troppo forte il dolore per la sua morte, troppo intenso il rapporto che ha legato per 42 anni il pubblico alla principessa Leia per accettare che le si potesse mancare di rispetto al punto tale di renderla solo un agglomerato di pixel sullo schermo. Ma, oltre a questo, J. J. Abrams riesce a fare poco. Si fa fagocitare completamente dal sistema Disney, che vuole tutto edulcorato, per non colpire troppo la sensibilità del pubblico giovane: le battaglie (fulcro imprescindibile nel passato) ridotte ai minimi storici; gli amori a stento tratteggiati, confusi, mai realmente espressi; stupiva il bacio saffico tra due ribelli, ma la produzione deve averci già ripensato, visto che la versione per Singapore prevede il taglio proprio di quella scena; ci si ingarbuglia con la storia di Rey, che doveva essere legata agli Skywalker, ma meglio di no, ma lasciamola orfana, ma no, dai, ci serve di tirare fuori un cattivo storico come l’Imperatore Palpatine (se volete ironizzare sul nome, fate pure. Non saremo certo noi a giudicarvi), facciamo che è sua nipote, ma sotto sotto facciamo che in qualche modo una Skywalker ci diventa davvero. Il risultato di tutto ciò è che di chi sia realmente Rey non ci interessa nemmeno più tanto. I minuti scorrono e non vediamo l’ora che questo incubo dal nome Episodio IX finisca. Presto. Verremo accontentati solo due ore e 21 minuti dopo quei titoli di testa che continuiamo a vivere con quella sensazione di essere pervasi dai brividi cogni volta che leggiamo lo scorrimento delle scritte gialle con il sottofondo del tema principale della saga composto da John Williams. Gli ultimi 20 minuti circa li passeremo nel terrore che la Disney abbia strafatto nell’imporre la propria visione sulla saga e che da un momento all’altro possa apparire un cerbiatto in difficoltà a cui da poco Palpatine ha ucciso la mamma o Olaf a disquisire con Kylo Ren su quanto sia importante avere un sereno rapporto con i propri antenati. Ci ha consolato, quando ormai la nostra Forza si era completamente affievolita guardando all’avvicinamento amoroso tra Rey e Ben (chi se lo ricordava che Han e Leia avessero chiamato il proprio figlio Ben e che questo avesse deciso di prendere il nome di Kylo Ren dopo essere passato al lato oscuro della Forza è meritevole di tutto il nostro rispetto…), poterci unire alla spontanea, forte, impulsiva esternazione sotto forma di insulti, improperi e pacate (nemmeno troppo) bestemmie da parte del pubblico in sala. Non eravamo soli! Altri Jedi erano lì al cinema con noi. Quello è stato il nostro vero Risveglio della Forza.

La vera consolazione è che sia finita. O meglio, resta il dubbio che la Disney non voglia rinunciare così facilmente alla gallina dalle uova d’oro che è Star Wars. Siamo certi che inizieranno ad arrivare reboot, saghe separate che andranno a riformulare la storia di personaggi specifici. E che il merchandising compulsivo non si arresterà. Ma quello che sappiamo è che non siamo più disposti a mettere in pericolo la nostra Forza (e le nostre coronarie) guardando, ancora una volta, come dell’amore di un’intera generazione per una storia che l’ha profondamente influenzata possa essere fatto scempio. Ora, scusate, andiamo a consolarci guardando qualche gif di Baby Yoda. Che la Forza sia con voi.

di Joana Fresu de Azevedo