Sergio Pablos, immeritatamente poco noto nell’universo del cinema d’animazione, ha nostalgicamente riportato l’attenzione del pubblico sopra il cinema tematicamente tradizionale, ma formalmente moderno. Klaus reinterpreta il mito di Babbo Natale, esplorando in modo creativo la genesi della sua figura. Egli, difatti, è un falegname che conduce una vita eremitica, e che mosso dal compiacimento tratto dalla vista dei fanciulli ammaliati dalle sue creazioni e persuaso da Jesper, l’indolente postino, si avvicinerà sempre più ad assumere l’identità di Babbo Natale. Elementi che significativamente caratterizzano il personaggio di Klaus andranno sommandosi tra loro durante tutta la durata del film, fino a renderlo la celeberrima icona natalizia. Complessivamente ritengo si possa affermare che l’innocenza la quale discretamente percorre il film e che, ad occhi ingenui, può parer sia attributo esclusivo dei film per infanti, sia l’elemento fondamentale che descrive e manovra lo sviluppo del lungometraggio. Temo, nonostante il mio gradimento, che questo lavoro di cui s’attendeva istericamente il debutto, tristemente non resisterà con forza al tempo, sicché lo si vedrà lentamente sbiadire. Scrivendo intorno a un film d’animazione, sarebbe sciocco ignorare l’animazione stessa, ma ahimè, io non ho le conosce adeguate per adempiere tale impresa, cosicché ho dovuto rivolgere una preghiera di soccorso a un abile conoscitore del campo, del quale qui seguono le parole. 

Il primo lungometraggio animato di Netflix reimmagina la storia di Babbo Natale e reinventa l’animazione tradizionale.
Babbo Natale è un personaggio ricorrente nel mondo del cinema d’animazione.
La sua fama lo rende universalmente riconoscibile, e la fiaba di cui è protagonista ben si presta alle conversioni cinematografiche. Specialmente negli ultimi anni, sull’onda della sempreverde moda di stravolgere le storie semplici, Babbo Natale è stato riproposto diverse volte, sempre attorniato da elementi ben poco natalizi.
Nel 2011, “Il Figlio di Babbo Natale” reimmaginava il Polo Nord come una base militare, con tanto di maxischermi e uniformi mimetiche.
Un anno dopo, ne “Le Cinque Leggende”, Dreamworks ha coperto di tatuaggi le braccia dell’anziano signore e lo ha messo a capo di una Task Force di personaggi immaginari.
Senza nulla togliere alle opere appena citate, sarebbe comprensibile nutrire un certo scetticismo per l’originalità di un progetto come Klaus, ma fortunatamente il team di Sergio Pablos ha deciso di adottare un approccio diverso.
Il film segue il percorso di crescita di Jesper, il figlio pigro e viziato del capo dei servizi postali di una verdeggiante nazione europea. Il ragazzo si rifiuta di seguire l’addestramento per diventare postino, convinto di essere de iure il destinatario dell’eredità del padre.
Quest’ultimo, stanco delle continue dimostrazioni di accidia del giovane, lo priva di tutti i comfort e lo spedisce in una gelida, remota isola del nord, con l’ordine tassativo di stabilirvi un ufficio postale funzionante, pena l’allontanamento dalla famiglia.
L’inesperto Jesper dovrà rapportarsi con i pochi, bellicosi abitanti dell’isola, convincendoli in qualche modo a scrivere delle lettere. 
Credo che questo incipit possa dare un’idea generale della trama.
Sia Sergio Pablos che Netflix non sono interessati a contorcere la storia di Santa Claus per darle uno spin moderno; vogliono raccontare un’altra storia. La premessa è solida, lo sviluppo è altrettanto soddisfacente, e riesce a introdurre l’eponimo personaggio di Klaus (per l’occasione privo di qualsiasi potere sovrannaturale) in maniera logica e naturale.
Il sistema binario Jesper-Klaus fa faville, l’humor è sempre piacevole ed appropriato, e si basa esclusivamente sull’ottima caratterizzazione dei personaggi, senza scaturire mai dalle dissonanze, dal cosiddetto “shock value” sintetico di cui invece sono colmi molti moderni film animati. Forse è inutile specificarlo, ma Klaus è sopravvissuto egregiamente all’inserimento forzato di mode del momento e citazioni alla cultura pop: in parole povere, nessuno “dabba” (fortunatamente).
Ma la trama non è il motivo per cui tutto il mondo del cinema ha atteso con trepidazione il 15 novembre 2019.
Il cavallo di battaglia di Klaus è l’eccellente animazione tradizionale. Pablos si è imbarcato nell’impresa impossibile di resuscitare l’animazione disegnata a mano, considerata da Disney come “troppo rischiosa e non abbastanza redditizia”, e di conseguenza abbandonata in toto, in favore della computer grafica.
Il lavoro che sta dietro ad un film animato in questo modo è immenso, basti pensare che un solo secondo richiede dai 12 ai 24 disegni diversi, che devono funzionare perfettamente in sequenza, trasmettendo l’illusione della vita. Per ottenere un risultato di questa qualità, il regista ha contattato dei veri mostri sacri del settore, tra cui James Baxter e Sandro Cleuzo, i cui nomi dovrebbero apparire in copertina, tanto grandi quanto quelli di Jason Schwartzman e J.K. Simmons (rispettivamente Jesper e Klaus).
I gloriosi disegni di questi artisti, facilmente visionabili sul web, sono stati pitturati e ombreggiati grazie a moderne e inedite tecniche digitali, e il risultato è incredibile.
Concludendo, forse Klaus non passerà alla storia come uno dei migliori film animati, ma di certo come uno dei più importanti. Il suo successo, merito di Netflix che ci ha creduto abbastanza da non stravolgerne l’essenza, probabilmente farà ricredere Disney e le altre aziende circa la sostenibilità dei film animati tradizionalmente. Nel caso ciò accadesse, il prossimo decennio si preannuncia molto interessante per gli appassionati di animazione, e in generale per chiunque sappia apprezzare un bel film.

di Edoardo Andrini e Riccardo Castellini