Ritratto della giovane in fiamme, quarto lungometraggio della regista e sceneggiatrice francese Céline Sciamma (distribuito in Italia da Lucky Red), tratta di uno dei pilastri sia della storia del cinema che dell’amore: lo sguardo. La tematica emerge già prepotente dalla semplice premessa: sul finire del 1700, Marianne (Noémie Merlant) è invitata dalla Contessa (Valeria Golino) a ritrarre sua figlia, Héloïse (Adéle Haenel), appena tornata da un periodo di clausura e promessa a nozze con un gentiluomo milanese – tuttavia questa non deve sapere di essere ritratta. Marianne dovrà seguirla fingendo di essere la sua dama di compagnia e memorizzare tutto di lei, dalle sue mani ai suoi occhi, ai suoi capelli, alle pieghe del suo vestito. Così fin dalla prima scena i grandi occhi castani di Marianne incontrano quelli color ghiaccio di Héloïse, si inizia a capire la differenza tra i loro sguardi.

Da un lato Héloïse ha da poco rincontrato la libertà e guarda a tutto ciò che la circonda con una gioia quasi infantile, non è lei a iniziare i contatti visivi, ma si ostina a ricambiarli confusa e incerta del loro significato. Dall’altro abbiamo Marianne che del guardare ha fatto un lavoro, ritraendo modelli fermi e immobili, passivi. In una scena chiave Héloïse la invita a prendere il suo posto, costringendola a vedere l’atto del ritrarre dalla parte del soggetto ritratto. Il film decide così di annullare la differenza tra chi guarda e chi è guardato, la musa smetta di diventare oggetto passivo agli occhi del pittore, ma diventa co-creatrice dell’opera. Céline Sciamma vuole dimostrare così che le storie possono anche non nascere dal conflitto e la sua successiva negoziazione, ma anche da un rapporto paritario, che permette alle due donne di aprirsi alla possibilità di un desiderio che arde in ogni sguardo che si scambiano, esplorazione resa possibile da un’isola utopica dove la realtà esterna e l’oppressione del periodo fanno da cornice ma non riescono a pervadere la narrazione. Quello che a causa della cornice storica potrebbe sembrare un amore impossibile diventa possibile grazie a un atto di fede di Céline Sciamma.

Noémie Merlant e Adéle Haenel in Ritratto di una giovane in fiamme (C. Sciamma, 2019)

In passato Céline Sciamma ha esplorato il genere del coming of age soprattutto nel frame della questione di genere con Naissance des pieuvres (2007), Tomboy (2011) e Diamante nero (2014). Questa volta, con il suo primo film in costume, che le è valdo il premio alla Miglior Sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes, la regista vuole raccontare di due donne che non devono crescere, che possono vivere una storia d’amore completa guidata dalla curiosità, un rapporto capace di fare del male ma anche di guarire. Nel Q&A che ha seguito la proiezione la regista ha dichiarato che, pur conoscendo la scena artistica femminile e femminista della fine del diciottesimo secolo, ha deciso di creare dei personaggi ex-novo per la sua storia piuttosto che realizzare un biopic. Il film biografico trasmette l’idea di un destino straordinario capace di affrontare le regole del proprio tempo e di riuscire ad affermarsi nonostante tutto. Al contrario, Ritratto della giovane in fiamme vuole ritrarre una storia comune, qualcosa che sarebbe potuto accadere ma che non ha lasciato tracce se non nelle persone che l’hanno vissuta.

Questo film è un atto politico di speranza, speranza che il mondo non possa toccarle, che non possa rompere quell’amore miracoloso che lega le due protagoniste, che nulla possa ostacolare i loro sguardi mentre si cercano. A detta della stessa regista, una storia d’amore riuscita è una storia d’amore che ci emancipa. Attraverso il film ci innamoriamo, viviamo quella stessa paura che tutto finisca come Marianne e Héloïse, ma quando la narrazione finisce ci troviamo ad assumere la loro stessa posizione, riflettendo sui nostri stessi amori. Così anche il pubblico cessa di essere oggetto che recepisce meramente il messaggio, ma diventa soggetto attivo che vive il messaggio e attraverso sospiri, fiati mozzati e lacrime dona quella musica che manca al film. Uno degli elementi di più straordinaria forza nel film è proprio questa mancanza, mancanza d’arte mescolata a un’urgenza della stessa. In una scena, Héloïse dichiara di recarsi a messa solo per ascoltare quella musica che le è stata negata per molto tempo. È difficile immaginare una storia d’amore senza musica, come è difficile immaginare un film in costume senza musica, spiega la regista nel corso del Q&A. Così il ritmo è dato dai passi, dalle pennellate, dai respiri ma mai da elementi extra-diegetici. Quando la vera musica arriva è come se potessimo ricominciare a respirare, pur consapevoli che la storia di Héloïse e di Marianne che stiamo vivendo sulla nostra stessa pelle è destinata a terminare come terminerà anche quel brano musicale.

di Giada Sartori