Dal 17 al 21 dicembre, una animata linea sottile unirà le città di Forlì e Salerno. Parte oggi, infatti, la ventiquattresima edizione del festival Linea d’Ombra. Una manifestazione cinematografica che, sin dalla prima edizione, con il nome di Salerno Film Festival e nascendo come naturale evoluzione di quella che fino ad allora era una sezione interna del Giffoni Film Festival, promuove la cinematografia giovane, indipendente, che mira a farsi conoscere e trovare nuovi spazi e modalità per raccontare le proprie storie. Per questo LdO2019, il festival forlivese Sedicicorto Forlì International Film Festival ha collaborato alla selezione di una delle sezioni più interessanti del festival salernitano: VedoAnimato, dedicata ai cortometraggi di animazione. Sono 25, da 17 paesi, quelli che il pubblico potrà vedere. E che verranno giudicati sia da una giuria popolare che da una tecnica, composta da personalità e professionisti di calibro internazionale.

Tra i giurati tecnici, una presenza nota al pubblico emiliano-romagnolo e molto cara a Sedicicorto Forlì International Film Festival: la regista/animatrice Monica Manganelli. Vincitrice della Menzione Speciale per la sezione CortoInLoco ad ottobre proprio al SFIFF con il suo commovente Butterflies in Berlin, sembra ormai impossibile prescindere dalla presenza nel settore dell’animazione di questa regista parmigiana che già tanto ha dato dal punto di vista artistico, con importanti e prestigiose collaborazioni internazionali e che, finalmente (ci permettiamo di dire), sembra stia trovando adeguati spazi di valorizzazione anche in Italia.

La Berlino degli Anni ’30 risplende in Butterflies in Berlin (M. Manganelli, 2019)

Quella che leggerete è una sincera e approfondita intervista che le abbiamo voluto dedicare. Andando ad affrontare insieme tematiche importanti come la condizione della donna (nel mondo del cinema e non solo), la diversità, il rapporto con il teatro e quello con l’amore per il raccontare storie attraverso una pluralità di tecniche di animazione.

Kontainer16: Sei donna. Sei giovane. Giri il mondo. Domanda, forse un po’ provocatoria: ma chi te lo ha fatto fare di scegliere il mondo del cinema, in un settore già di per sé complesso come quello dell’animazione.

Monica Manganelli: In realtà non la trovo una domanda provocatoria, in quanto è una scelta di vita fatta 20 anni fa, anzi prima, quando ho scelto studi artistici, che non ho mai cambiato, e su cui non ho mai avuto dubbi. Da sempre amavo il cinema e teatro, sono stata stimolata fin da piccola, e di conseguenza ho fatto un percorso molto coerente, entrando nel mondo nella lirica prima, e poi nel cinema. Un ambiente in cui mi ci sono sempre vista a lavorare, perchè mi permetteva di viaggiare, fare esperienze ad alti livelli, conoscere nuove persone e di usare la creatività come strumento di lavoro. Devo dire che all’inizio del fatto di essere donna non ne ho risentito proprio, anzi, puntando sulla mia professionalità, nessuna la ha mai messa in dubbio, e questo mi ha permesso di lavorare con maestri mondiali del cinema, teatro ed eventi, soprattutto all’estero. E’ stato invece negli ultimi anni che ho risentito del fatto che, essendo donna, avevo meno opportunità di un uomo. Ora che voglio proseguire come regista ed in incarichi di direzione creativa visiva, ho notato, in Italia soprattutto, che è praticamente impossibile riuscire a presentarsi professionalmente per esporre un progetto, o chiedere un appuntamento, rispetto invece all’estero, dove almeno quasi sempre ti rispondono. E’ quando chiedi di più, e vorresti le stesse opportunità di un uomo, che invece vedi palesemente delle chiusure.

K16: Da sempre coniughi i tuoi lavori per il cinema con quello per il teatro. Cosa dell’uno porti dentro l’altro (e viceversa)?

M. M.: Io credo molto nella interdisciplinarità delle arti, specialmente in questo secolo, e il fatto che io lavori in entrambi gli ambiti è una cosa che mi stimola molta. Innanzitutto si deve essere consapevoli che sono due linguaggi completamente difformi, per cui la costruzione dell’immagine è da valutare con un punto di vista e prospettiva, che in teatro e cinema sono differenti. Dal teatro ho imparato la disciplina, come impostare un progetto dopo una attenta ricerca iconografica e storiografica, la preparazione culturale è fondamentale. Lo studio drammaturgico di un progetto, cosa che nel cinema odierno italiano è poco considerata, come la ricerca estetica sono le due componenti da cui si parte in teatro, e che io applico sempre nei miei progetti di cinema. Nel teatro ho portato invece la tecnica della animazione e vfx per creare scenari virtuali, e un gusto estetico visivo fotografico-cinematografico, che solitamente in teatro solitamente non c’è, perchè i vfx costerebbero troppo.

K16: Il riscontro che stai incontrando in giro per il mondo con Butterflies in Berlin è impressionante. Quali sono secondo te gli elementi che più stanno contribuendo a questo successo?

M. M.: Io credo che le persone si identifichino col sentimento di Alex, ovvero il sentirsi differenti nella società, che è quello che volevo raccontare io, ovvero: “cosa significa sentirsi diverso nella società in generale’? Come la Storia influenza le scelte di vita personali?”
Credo che tutti almeno una volta nella vita abbiamo provato questa sensazione e si siano posti queste riflessioni. Quindi è una storia che parla soprattutto dell’anima delle persone, indipendentemente dal genere, orientamento sessuale, razza, ecc…, che va oltre, e racconta attraverso i sentimenti ed emozioni di un essere umano, anche i cambiamenti sociali.

Frame dal cortometraggio di animazione Butterflies in Berlin (M. Manganelli, 2019)

K16: Quella di Alex è una storia sulla cui ricerca e documentazione hai lavorato molto. Da cosa sei partita? Quali i passaggi fatti che ti hanno permesso di raccontarla?

M. M.: Come detto precedentemente la ricerca iconografica è per me fondamentale, nascendo come scenografa e visual artist, la parte quindi visiva ed estetica diviene parte della narrazione, e non è solo un contorno. Quindi gli anni ’30 berlinesi dal punto di visto della storia dell’arte sono stati sempre tra i miei preferiti, da lì ho iniziato a fare ricerca su quel periodo, e ho scoperto la storia di Magnus Hirschfeld, il primo al mondo che fondò a Berlino nel 1919 l’Istituto di Scienze Sessuali. Ho scoperto che operò un certo Rudolf Richter che diventò poi divenne Dora, che è diventato il protagonista della mia storia, ovvero Alex. Da lì ho indagato su come la data del 6 maggio 1933, l’assalto dell’istituto di scienze sessuali, fosse collegata a quella più conosciuta di Bebel Platz, del 10 maggio 1933, per il rogo dei libri. Successivamente ho trovato le storie di Frank Foley e dell’ospedale ebraico di Iranischestrasse, tutte vicende sconosciute al pubblico. Avvenimenti tutti apparentemente non collegati fra loro, ma che poi ho unito attraverso la storia di Alex e che hanno portato al cambiamento sociale e alla ascesa di Hitler. Alla fine ogni shot è quindi impostato come fosse un quadro, con riferimenti e citazioni a pittori, registi, film.
Ad esempio in Butterflies in Berlin abbiamo utilizzato tecniche 2d di cut-out, collage, adatte al docu–drama che stavamo raccontando e alla durata utilizzata, mentre ne La Ballata dei Senzatetto (il mio primo corto) la tecnica era un 3D full CG, impensabile per Butterflies, per costi-tempi, ma anche come linguaggio espressivo non ritengo sarebbe stato adatto.

Il momento della trasformazione di Alex, protagonista di Butterflies in Berlin (M. Manganelli, 2019)

K16: Ora ti aspetta una nuova esperienza. Giurata per la sezione VedoAnimato di Linea d’Ombra. Cosa cerchi in un film di animazione? Quali i criteri che seguirai nel tuo giudizio?

M. M.: Sono veramente contentissima di questa nuova esperienza, innanzitutto perchè mi permetterà di vedere film di bravissimi e talentuosi artisti provenienti da tutto il mondo. Ciò che valuterò saranno prima di tutto la storia, cosa si è voluto raccontare, e se la tecnica animata utilizzata esprimerà nel migliore dei modi l’argomento trattato, e la tecnica stilistica dell’artista.
Le tecniche di animazione sono tante, e credo sia importante valutare ogni volta che ci si approccia ad un racconto o storia, in quale maniera e con quale tecnica è opportuno raccontarla.

K16: Possiamo chiederti a cosa stai lavorando? Quali sono i tuoi prossimi progetti?

M. M.: I miei prossimi progetti a cui tengo molto sono 2 in particolare, ed entrambi sarebbero il mio debutto al lungometraggio, uno di animazione e l’altro di live action.
Ho capito oramai che raccontare storie drammatiche o con una riflessione sociale, in maniera onirica, visionaria e surreale sono una mia caratteristica, quindi sto lavorando a Turandot – Principessa della Cina, lungometraggio di animazione, che tratterà come argomento la condizione delle donne nel mondo: infatti, Turandot è una giovane principessa moderna, indipendente, che non vuole sposarsi, e che aiuterà altre donne ad emanciparsi. L’antitesi delle principesse disneiane!
Attraverso l’antica fiaba persiana e l’opera di Puccini, raccontiamo di una storia di respiro internazionale, che unisce due culture differenti, l’oriente e l’occidente, in cui musica, teatro, scenari immaginifici ed animazione ci immergono in una storia d’amore e vita adatta a tutte le età.
Sto lavorandoci da 2 anni, studiandomi la storia e storia dell’arte cinese, sono in sviluppo con un produttore creativo, e spero che nel 2020 possa cominciare ufficialmente la lavorazione diventando una coproduzione internazionale, perchè può permettere di portare la cultura italiana nel mondo attraverso l’animazione.
L’altro progetto di film lungo che sto sviluppando è The Opera Son – Il figlio dell’Opera, ambientato completamente in Emilia-Romagna nel 1944, e racconta dell’amore di un bambino per il teatro d’opera che scopre grazie al padre, che gli racconta le trame delle opera liriche di Giuseppe Verdi in maniera ironica e gli mostra come funziona il teatro dal retropalco.
Sullo sfondo avvenimenti tragici della seconda guerra mondiale. Protagonisti sono quindi la terra, la comunità rurale, il teatro e Giuseppe Verdi. Ho scoperto di recente la tradizione emiliana del cosiddetto Teatro di Stalla, spettacoli rappresentati nelle stalle ad opera dei contadini. Un teatro dal “basso” comunque vissuto e voluto dalle fasce più povere della popolazione.

In attesa della realizzazione di questi che ci sembrano due splendidi prossimi progetti, ricordiamo che chiunque voglia conoscere le sue Farfalle berlinesi potrà recarsi a Salerno, il 20 dicembre alle ore 21, presso la Sala Pasolini, per la proiezione evento di Butterflies in Berlin e l’incontro con Monica Manganelli previsti all’interno della ricca programmazione di Linea d’Ombra 2019.

di Joana Fresu de Azevedo