È più di un mese abbondante che mi ritrovo circondata da articoli di elogio e idolatria per il nuovo film del grandissimo Martin Scorsese, The Irishman. La sera di ieri viene prescelta per questa visione interminabile: treoreventritrèminutieventiseisecondi. Dato il bombardamento mediatico ricevuto, non dovrebbe essere un grande problema, ma le caramelle per i cali di zucchero li preparo in ogni caso.

Partenza tentennante: con terzo flashback nei primi 20 minuti mi sono già persa, per fortuna è momentaneo e si ritorna a quello precedente che sostiene la maggior parte della narrazione. La storia non ve la racconto, ma vi basta immaginare Quei bravi ragazzi in pensione – anche se spesso truccati ad arte per non sembrarlo. Mettete assieme i cari amici del regista – Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino – scene a caso di The Departed e la prevedibilità che ormai conoscete se avete visto Il padrino e I soprano et similia e il film è fatto. Mi congratulo per l’ottimo lavoro di ricerca bibliografica.

Al Pacino, Joe Pesci e Robert De Niro.

Anche se il ritmo della prima ora e mezza è scorrevole, gradevolmente dinamico e permette di reggere questo “macinato misto in salsa Scorsese” (cit. il mio amico Vale), dalla metà in poi il film si trasforma in un lento e flemmatico percorso di vita già visto e rivisto.

Il film risulta compilativo e la colonna sonora si comporta di conseguenza. Selezionata dal repertorio pre-esistente americano, cerca di ripercorrere le tappe fondamentali di circa trent’anni di popular music, ma senza grandi sbilanciamenti o elementi di forte intertestualità.

Sarà anche tratto da una storia vera, sarà anche il testamento di Scorsese, ma visti gli eventi narrati forse sarebbe stato meglio sceglierne un’altra, magari – col solito senno di poi – meno prevedibile e meno conosciuta.

di Alice Dozzo