Picasso disse: Ho impiegato tutta la vita per imparare a dipingere come un bambino.

Da sempre, per l’arte, i bambini, il mondo dell’infanzia, non sono un tema minore, ma al contrario il tema per eccellenza.
La storia delle storie.
La sorgente imprescindibile, il cuore pulsante e profondo da cui partire per raccontare l’essere umano, i suoi sogni e le sue paure; la gioia e il dolore, il senso della vita e della morte.
Pensiamo a Dickens (David Copperfield, Oliver Twist, Grandi speranze); pensiamo, nella pittura, a tanti ritratti (Las Meninas di Velasquez)…
Il bambino è la vita allo stato puro. Il suo fluire, giocoso e doloroso. Spesso misterioso. Un fluire così trascinante e potente che il cinema lo ha raccontato fin dai suoi albori.

Andrè Bazin scrive:

Il bambino è il più misterioso, il più appassionante, il più sconvolgente dei fenomeni naturali. Una sorta di animale prediletto che noi intuiamo essere abitato dagli dei. Possiamo pretendere che la cinecamera ci riveli il viso enigmatico dell’infanzia?
Tutti questi volti macchiati di rosso come l’acqua dello stagno dalle foglie morte, questi occhi sfrontati che si offrono a noi, che spiano e sfuggono come gli scoiattoli nel bosco, questi gesti imprevisti e necessari come la natura nella sua espressione più vera, solo il cinema poteva captarli nei suoi filamenti di luce, e per la prima volta, metterci innanzi il volto dell’infanzia.

Ciò che dell’infanzia più ha affascinato il cinema è lo sguardo.
Lo sguardo è il gesto che unisce l’infanzia e il cinema. Lo sguardo del bambino, per un cineasta corrisponde allo stato di grazia. Perché è quello che racchiude la maggiore forza e purezza dell’immagine.
Alla base di ogni creazione artistica c’è lo sguardo vergine dell’artista.
Lo sguardo del bambino, nel quale ogni volta rinasce il mondo. L’infanzia è il punto di partenza di ogni cosa; e il cinema ci racconta la sue emozioni, i suoi silenzi, i suoi sogni, le sue ferite; il suo sguardo. E ogni volta, raccontando l’infanzia, la reinventa.
Inventare: il gesto innato del bambino.
Il gesto salvifico.
Perché senza l’invenzione la vita si perde nel niente, nel vuoto; e l’infanzia lo sa.
(I bambini inventano sempre: storie, personaggi,mondi..).

Il cinema ha compreso che deve ispirarsi ad essa per rinnovarsi, per non scomparire. Da una parte il cinema prende dall’infanzia la sua forza visiva, il suo potere immaginativo, dall’altra riceve in cambio il privilegio di diventare la forma espressiva che meglio riesce a far rivivere il mondo dell’infanzia.

Nel 1921, Charlie Chaplin realizza uno dei suoi capolavori : Il monello (The kid), film che costituisce l’archetipo, il ‘padre’ di tutti i bambini del cinema a venire. Quello in cui coesistono, in una fusione perfetta, comico e tragico, dove i sentimenti di amore e di libertà sono espressi nel modo più potente, assoluto e quindi universale.

Il monello è il primo lungometraggio di Charlie Chaplin (1921)

Il film di Chaplin è una sorta di fiaba realistica.
E la fiaba è la storia per bambini e di bambini per eccellenza.

Più di trent’anni dopo, nel 1955, sempre negli USA, vede la luce un altro film straordinario: La morte corre sul fiume (l’unica regia del grande attore inglese Charles Laughton): una summa geniale di tutti gli elementi della fiaba: l’uomo nero, la fata buona, i bambini perduti, il bosco (luogo del pericolo e del mistero per eccellenza), e il tutto procede con il passo quasi ipnotico di una filastrocca, di straordinaria tensione narrativa.
La trama è quella di una fiaba nera: il predicatore psicopatico Robert Mitchum sposa e poi uccide e deruba vedove sprovvedute, quasi sempre bigotte e benestanti.
Il suo personaggio non solo è una straordinaria incarnazione dell’orco, dell’uomo nero, ma è anche una feroce critica a una certa cultura americana: tipica soprattutto della grande provincia, l’America rurale, dove la gente è intrisa di una religiosità ottusa, dominata da un puritanesimo fanatico, e quindi è preda perfetta di avventurieri senza scrupoli che si spacciano per santoni o difensori della fede e della morale, e che in questo caso sono in realtà folli e assassini.

Robert Mitchum in una scena da La morte corre sul fiume (C. Laughton, 1955)

Il personaggio di Robert Mitchum è di quelli che non si dimenticano: vediamo due sequenze: la prima è quella d’apertura, l’inizio del film.
Massima sintesi ed efficacia. Con pochi elementi, in nemmeno un paio di minuti ci porta dentro la storia.

Come spesso accade, le storie che parlano di bambini sono storie di cambiamento. Mostrano il passaggio dall’infanzia all’età della consapevolezza. Raccontano quel momento difficile in cui il bambino ‘prende il mare’, entra nel mare aperto della vita, e si scontra con i suoi pericoli e le sue durezze.
In questo caso, il film mostra il bambino protagonista passare dalla apparente sicurezza dell’infanzia (la casa, il giardino fiorito) all’incontro con il Male. Con il delitto.
E questo incontro lo costringe a crescere , a provvedere a se stesso, a prendersi cura e a proteggere la sorellina più piccola, e alla fine salvare la vita di entrambi (perché il predicatore assassino vuole ucciderli per portargli via il denaro che hanno nascosto nella bambola. Ma lui non lo sa).
Come in ogni fiaba che si rispetti, anche in questo caso i bambini sono più forti del Male; e ad aiutarli c’è la ‘fata buona’: la vecchietta interpretata da Lillian Gish,che solo all’apparenza è fragile e indifesa, ma in realtà è una roccia: perché e colei che incarna la saggezza, l’Amore, e soprattutto la bontà, il Bene.
Quell’amore e quel bene che, nonostante tutto, riescono a guidare i bambini alla salvezza.

Ci spostiamo in Europa, in Francia, solo di pochi anni, ed ecco che, nel 1959, Truffaut realizza uno dei film capostipiti della Nouvelle Vague, I quattrocento colpi: è il suo primo lungometraggio ed è subito, e per sempre, un capolavoro. Il suo protagonista è Antoine, un ragazzino di 12 anni attraverso il quale l’autore racconta moltissimo della propria adolescenza, sofferta ed emarginata.
Scrive Paul Brulat:

L’infelicità dell’infanzia si riflette su tutta la vita e mette nel cuore dell’uomo una fonte inestinguibile di malinconia.

I quattrocento colpi (1959) è sia l’esordio nel lungometraggio per François Truffault come regista che per Jean-Pierre Leaud come attore

Tutto il film è uno sguardo poetico e lucido sulla solitudine del protagonista.
Una solitudine totale, spietata, che Truffaut ci mostra con la leggerezza e la profondità dei grandi maestri, partendo dai piccoli gesti del quotidiano.
A casa, dove Antoine vive con una madre egoista, che lo sente solo come un fardello alle proprie velleità di donna ancora giovane, tutta presa dai propri desideri, e un patrigno incapace che non lo capisce. A scuola, dove gli insegnanti sono tutti concentrati su regole e disciplina e restano lontani anni luce dai problemi e dai sogni dei ragazzi. Per le strade di Parigi, in un girovagare malinconico, rabbioso e innocente. Leggero e pesantissimo, a cui Truffaut dedica le scene più belle.
Quando, le mattine d’inverno, dopo avere marinato la scuola, o la sera dopo essere scappato da casa, Antoine vaga per le strade, prima con un suo compagno di scuola, con cui condivide i suoi tentativi di ribellione, poi sempre più solo, staccato da tutto e da tutti; estraneo alla città che gli pulsa intorno, una Parigi meravigliosa e durissima, che corre e non si accorge di lui, e soprattutto estraneo al mondo degli adulti, che chiusi nei loro egoismi, non sono capaci di vedere il suo disperato bisogno di essere amato.

Da bambino, durante gli anni dell’occupazione tedesca, Truffaut si rifugiava nelle sale cinematografiche di Montmartre e per tutta la vita considerò il cinema la propria salvezza. Di sicuro è uno dei grandi amori su cui poggia tutto il suo cinema, insieme a quello per i bambini, per i libri e per le donne.
Nei Quattrocento colpi, Antoine, con la sua ribellione silenziosa e impotente,(in una sorta di ‘fuga senza fine’) incarna fino in fondo il conflitto tra il bisogno di amore e il desiderio di libertà.
Un desiderio e un bisogno che gli adulti hanno dimenticato, che non sanno e non vogliono più riconoscere; e Antoine, a 13 anni, viene mandato in riformatorio.

Ma proprio nel momento in cui la storia imbocca un così spaventoso vicolo cieco, ecco il colpo d’ala, il finale che non finisce: quella corsa fino al mare, disperata e un po’ goffa, spalancata verso un orizzonte infinito e muto, che Truffaut blocca all’improvviso, negli occhi della sua perduta infanzia, in quel fermo immagine che ci toglie il fiato.

di Gabriella Maldini