Cosa accomuna Shoplifters di Hirokazu Kore’eda e Parasite di Bong Joon-ho?
Hanno conquistato entrambi la Palma d’Oro – nelle ultime due edizioni – consolidando il dominio asiatico al Festival di Cannes.
Ma c’è di più. Un filo conduttore unisce l’opera del regista giapponese a quella del collega sudcoreano.
Se nel successo nipponico, abbiamo conosciuto una famiglia dimenticata, improvvisata, riconducibile ad una dimensione esclusivamente domestica, precaria ma accogliente, in Parasite la casa non è un rifugio, ma un luogo deplorevole da cui fuggire.
Una famiglia che si accontenta e una che farebbe di tutto – davvero qualunque cosa – pur di svoltare.

Uno scantinato più che un’abitazione, in un quartiere dove barboni e disinfestazioni sono all’ordine del giorno, volto ad evidenziare il dislivello sociale, le disuguaglianze, l’omertà che caratterizzano Seoul, una realtà spaventosa e tutt’altro che circoscritta al continente asiatico.
Nulla è casuale in Parasite, a partire dal titolo. E’ lo scarafaggio l’animale parassita, ospite indesiderato dei quattro protagonisti, e accostato, per analogia, alla famiglia stessa. Entrambi entrano furtivamente nelle vite altrui, entrambi sono scarti, disprezzati, ripudiati.
I parassiti umani, tramite svariati sotterfugi, riescono a farsi assumere, uno dopo l’altro, da un’abbiente famiglia – con la puzza sotto il naso, in tutti i sensi – che vive in una minimalista, lussuosa villa.

Una famiglia, senza lavoro nè una vera casa, costretta a piegare cartoni della pizza per sopravvivere. Questi alcuni dei protagonisti di Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

La storia alterna differenti registri – dalla tragedia alla commedia, dal drama al (quasi) grottesco – senza mai perdere credibilità, senza mai macchiare quello stampo autoriale che la rende così autentica ai nostri occhi. E’ ben visibile la mano del regista (nonché sceneggiatore), la sua originalità, la risolutezza dei suoi intenti, coadiuvato magistralmente da Hong Kyung-pyo, medesimo direttore della fotografia del magico Burning (anch’esso selezionato per rappresentare la Corea del Sud ai Premi Oscar).

La vita dei ricchi è senza pieghe. Il denaro è un ferro da stiro.
La frase pronunciata dalla madre è emblematica. La felicità e la gentilezza appartengono ai ricchi perché non hanno nulla di cui preoccuparsi, non devono sopravvivere, non conoscono fame né sofferenza, la loro disponibilità economica guarisce qualsiasi ferita.
Momento di svolta del film è quando la famiglia, assestatasi nella sfarzosa dimora dei “padroni”, si concede all’alcool e a discorsi che lasciano trasparire tutta la disperazione, la speranza, la provvisoria ma necessaria fuga da un’esistenza dilaniata, surrogato di una vita che hanno sempre solo potuto immaginare.
Quel briciolo di serenità è destinato a frantumarsi senza pietà in seguito ad una scoperta sconcertante. Esiste un livello ancora più basso, laddove segreti indicibili rivelano una verità tanto scontata quanto ignorata; la cinepresa ci conduce negli oscuri meandri, non solo della specifica abitazione, bensì della società stessa: ci si focalizza più sull’abbondanza che sulla scarsità. L’attenzione è sul fortunato, non sul disgraziato. Lo si fa consapevolmente, ciò che fa comodo è ignorare i bisogni altrui. Ognuno pensa per sé, nella maestosa piramide sociale, dove chi si trova in alto viene invidiato e, a sua volta, scalcia chi da sotto potrebbe creare fastidio. Puro individualismo.
Non si tratta più solamente di ricchi e poveri, di disparità, ma di una critica universale nei confronti di tutti, indipendentemente dalla classe sociale.
L’intruso non è un componente dell’una o dell’altra famiglia, piuttosto chi sceglie di distinguersi, invece di omologarsi.

Song Kang-ho si supera con un’interpretazione fenomenale, intensa, pregna di dolore in Parasite (Bong Joon-ho, 2019)

Questa perla sudcoreana, dalla natura polisemica, affronta straordinariamente bene una tematica popolare e analizzata milioni di volte, dilatandola, enfatizzandola. Parasite è un’allegoria audace, sprezzante che non risparmia nessuno.
Bong Joon-ho percorre la strada principale, mai la scorciatoia, contrappone povertà e ricchezza, monotonia e sopravvivenza, scaltrezza e ingenuità. Contrasti che si amalgamano progressivamente e che ridisegnano i confini dei personaggi, delle loro vite, dei loro pensieri.
Tutto il suo coraggio si conferma nel finale, dove la reale essenza delle cose non può più essere nascosta o mascherata e l’uomo si manifesta per come Freud l’ha sempre definito: un animale pulsionale abbandonato ai processi che abitano l’inconscio.

di Davide Armida