La vita (da festival) è una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita.

L’iconica frase di Forrest Gump si addice perfettamente all’edizione, conclusasi il 27 ottobre scorso, della Festa del Cinema di Roma.
Una manifestazione appassionante e rispettabile, sicuramente acerba, che ha saputo presentare ed organizzare eventi tutt’altro che irrilevanti, ma che presenta numerose e grossolane imperfezioni.

La 14a Festanon competitiva dal 2014 – ha proposto un (solo) concorso e il premio per il Miglior Film, incontri ravvicinati, red carpet, restauri, retrospettive e la sezione parallela, Alice nella Città, rivolta ad un pubblico più giovane.
Fondamentalmente, esistono due strade se si vuole partecipare agli eventi sopracitati e non solo: acquistare singoli biglietti oppure optare per gli accrediti Press, rivolto ai professionisti del settore, e Festa, rivolto a categorie con specifici requisiti (nel mio caso, ad esempio, essere uno studente universitario).

La vita da festival per un accredito Festa è (ed è stata) certamente più imprevedibile, faticosa, soddisfacente.
Sabato 19 ottobre è stato un vero tour de force: per non perdermi l’evento più atteso della giornata, arrivato nella capitale dopo 8 ore di intercity notturno, decido di spenderne altre 4 in fila.
La fatica si dissolve istantaneamente non appena compaiono in sala il regista Wes Anderson e il suo attore feticcio, Bill Murray, al quale ha poi conferito personalmente il Premio alla Carriera. A rendere ancor più magico l’incontro, è stata la presenza dell’incontrollabile Frances McDormand, grande amica dell’attore, corsa sul palco senza alcun preavviso.
Inizio col botto? Diciamo che la prima impressione data dal Sig. Murray non è stata delle migliori: aver gozzovigliato la sera precedente e non essersi presentato alla conferenza stampa mattutina, ha creato qualche giustificato malumore tra gli addetti ai lavori.

Incontro ravvicinato con Bill Murray. Presenti anche Wes Anderson e Frances McDormand (seduta in braccio all’attore) – Ph. D. Armida

Questa tipologia di evento è stata, senza ombra di dubbio, la più partecipata e coinvolgente.
Il culmine dell’entusiasmo è stato raggiunto con l’intramontabile John Travolta: ripercorrere la sua carriera ed ammirare le iconiche scene dei film – Pulp Fiction, Grease e Saturday Night Fever su tutti – che l’hanno reso celebre, ha mandato tutti in visibilio.
Al termine della serata, dopo la consegna del premio come Miglior Attore grazie alla brillante performance nel suo ultimo film (The Fanatic), la star hollywoodiana, letteralmente sommersa dall’affetto dei fan, ha stupito tutti decidendo di trattenersi per svariati minuti e firmare autografi, scattare selfie, stringere mani, dimostrando un’umanità e una disponibilità fuori dal comune.

Un prezioso ricordo: la firma di John Travolta sul portafogli di Pulp Fiction
Ph. D. Armida

Suggestivo anche l’incontro con l’acclamato regista giapponese Kore-eda Hirokazu, al quale è stata dedicata una retrospettiva interessantissima, ma poco chiacchierata. Personaggio dalla naturalezza disarmante, estremamente sincero e genuino, e particolarmente aspro nei confronti del protezionismo dell’industria cinematografica attuale.

Il tasto dolente della Festa sono stati, ahimè, i film. L’elemento cardine, le fondamenta su cui si regge ogni festival che si rispetti, non sono stati tutti all’altezza delle aspettative (forse la decisione di non chiamarsi ufficialmente Festival passa anche da qui).
Sfogliando la proposta della selezione ufficiale, la prima cosa che balza all’occhio è la scarsissima presenza di materiale nazionale e, nonostante la vittoria finale dell’italiano Santa Subito, l’ago della bilancia pende assolutamente verso la proposta straniera. Sia quantitativamente che qualitativamente.

In precedenza, menzionando Forrest Gump, ho voluto sottolineare le difficoltà, il rischio, la bellezza presenti nelle scelte di tutti i giorni; il caso specifico dell’evento cinematografico non fa eccezione e ce ne si accorge stilando il proprio personalissimo programma, decidendo tra le diverse opzioni ‘da scartare’, in tutti i sensi. Le scarse informazioni, l’intuito, l’impossibilità di far combaciare tutto sono alcune delle variabili che caratterizzano la vita del festivaliero.
Tenendo conto di ciò, Deux e The Irishman sono i film che hanno saputo distinguersi e persistere nella mia memoria. Nonostante abbia avuto impressioni più che positive per il meraviglioso La Belle Epoque, il gioiellino di Shia LaBeouf Honey Boy e l’ipnotico The Third Murder di Hirokazu, i due sopracitati hanno una marcia in più, la capacità di scuotere gli animi, la forza di non scendere ad alcun compromesso, riuscendo a lasciare sensazioni tangibili, dense, capaci di addentrarsi nei pensieri e non abbandonarti per giorni, mesi, forse mai più.
La sorpresa Deux: l’opera prima di Filippo Meneghetti, regista italiano emigrato in Francia, è colma di coraggio, amore, libertà. La storia gira attorno alla relazione segreta tra due anziane signore, il cui amore permea gradualmente fino ad avvolgere tutto ciò che lo circonda.
Deux è un diamante grezzo, qualcosa di prezioso, ma di certo non basta. Un diamante deve brillare, abbagliare.
Ad emanare questa luce sono le due straordinarie attrici protagoniste, Martine Chevallier e Barbara Sukowa. Un amore clandestino, segreto, ingabbiato, ingiustamente condizionato dai timori di due donne il cui unico desiderio è condividere i sorrisi, la sofferenza, la quotidianità, la vita.
Il pubblico visibilmente scosso ha ringraziato il cast in sala con ben 5 minuti di applausi. Chapeau Filippo.
Un film che mi ha commosso e che non dimenticherò.

Lezione di cinema: Martin Scorsese nella conferenza stampa, rivolta ai Press e a cui ho eccezionalmente partecipato, ha definito The Irishman un film sulla vita. Un viaggio.
Dopo aver assistito alla sua ultima fatica (termine ideale per descrivere un’opera che ha richiesto ben 5 anni di lavoro) è impossibile non confermare le sue dichiarazioni e sono parecchi i pensieri che si mescolano, si scontrano, e che sembrano non essere mai all’altezza.
The Irishman
è il viaggio di Frank, Russ e Jimmy. Ma anche il viaggio di Robert (De Niro), Joe (Pesci) e Al (Pacino). Uno se l’immagina tutti e tre, seduti nella stessa auto, con lo zio Martin alla guida, a condividere la strada in silenzio. Non importa la destinazione, bensì condividere quello che c’è in mezzo.
Al termine dei 210 minuti, la prima sensazione è proprio quella di aver preso parte ad un’avventura tra vecchi amici che si stimano, che sanno di aver dato tanto e che hanno dimostrato di avere ancora tanto da dare. Ma sono consapevoli del tempo che inesorabilmente scorre, non risparmia nessuno.
La pellicola ha il sapore di testamento, di omaggio ad un cinema che Scorsese tanto ama e che, percependone l’attuale svigorimento, sembra voler rilanciare attraverso un messaggio: ragazzi, i film Marvel sono divertenti, intrattengono meravigliosamente, ma il cinema è un altro mondo, venite che ve lo mostro.
I titanici De Niro, Pesci e Pacino regalano tre prove leggendarie, capaci di suscitare emozioni sconosciute, donando alla nuova generazione di cinefili – finalmente – qualcosa di cui andare fieri, da raccontare, un’eredità pregna di speranza e sogni.
Il regista italoamericano (classe ’42) firma quest’autentica opera d’arte col suo stile inconfondibile: regia sontuosa, colonna sonora perfettamente bilanciata, autoreferenza per nulla invadente e capace di ravvivare nello spettatore quel fuoco nostalgico, senza guastare mai il sapore unico della storia.
Mean Streets, Goodfellas, ritornano, li percepisci, sono presenti, ma è The Irishman a mantenere le redini, mai scontato, e ad immergere lo spettatore in un’atmosfera familiare e al tempo stesso inedita. Una ventata d’aria glaciale (fresca sarebbe diminutivo).

Instant cult, pietra miliare del cinema, capolavoro. In qualunque maniera lo si definisca, è sconcertante come le aspettative iniziali siano state superate, anzi disintegrate.
Una parte del merito va, chiaramente, anche a Netflix che lo stesso Scorsese ringrazia davanti ai giornalisti: Nessuno ha accettato di produrre il film per via della durata, delle tecniche sperimentali e delle tempistiche. Non importa dove il film verrà visto, se in sala o in streaming, l’unica cosa che realmente conta è fare il film.

La Festa del Cinema è stata la stanchezza delle code chilometriche, perdere la cognizione del tempo immerso in quella soffice poltroncina rossa, la suggestione di avere a pochi passi star che hai sempre ammirato, la fortuna di conoscere gente nuova con cui discutere di cinema e di ogni sua piccola sfumatura, la delusione di constatare una scarsa attenzione al cinema italiano (in un festival italiano), la sensazione che i giorni non bastino mai.
La vita da festival, come una scatola di cioccolatini, è tante cose, tante sensazioni. Riserva molte sorprese ed è proprio per questo che la si ama e la si apprezza quando ci regala ricordi che ci porteremo per tutta la vita.
La vita da festival non si può spiegare. Si vive. Col badge al collo, un po’ di follia, tanta stanchezza, infinita passione.

di Davide Armida