Il Re, ultima fatica di David Michôd, vede Timothée Chalamet nelle vesti di Enrico V d’Inghilterra; Robert Pattinson in quelle del Delfino di Francia; Joel Edgerton in quelle di Falstaff, e Ben Mendelsohn in quelle di Enrico IV. Un cast ammirabile, senza dubbio. Il contesto storico, come si evince dai personaggi, si colloca all’inizio del XV secolo, e così viene suggerito allo spettatore da una sovrimpressione a pochi secondi dall’inizio del film. Michôd introduce lo spettatore ai rapporti tumultuosi che intercorrevano tra i Percy (in ispecie Henry Percy) e il re Enrico IV, dando un’approssimativa immagine della severità e dell’inclemenza del re inglese, quindi presentando il figlio, nonché principe di Galles, Enrico di Monmouth. Il film è complessivamente in bilico tra la rappresentazione shakespeariana e la cronaca dei fatti storici, rimestando l’una con l’altra in una confusa interpretazione cinematografica, imprecisa nella misura in cui si può dar fede a Shakespeare o ai libri di storia; ma Michôd si spinge oltre reinventando sia Shakespeare che la storia. Un lavoro decisamente audace. Il monologo sul giorno di San Crispino è sostituito da un altro monologo, indubbiamente meno toccante ed elaborato, anticipato dalle parole: “You expect of me a speech?”, come se Enrico V parlasse direttamente al fremente spettatore in attesa di ascoltare la voce del drammaturgo, scalzato da Michôd ed Edgerton, gli sceneggiatori. Sul piano tecnico, invece, da elogiare l’agilità e i movimenti consapevoli della cinepresa, a proprio agio anche nelle sequenze sul campo di battaglia. Le inquadrature, tuttavia, non sono certo delle tele di Raffaello. Chalamet, ormai più che semplice rampante “promessa del cinema”, riesce ad affascinare con un’interpretazione glaciale (ma mai indifferente), travolgente (ma mai eccessiva), ferma (ma mai fuori luogo). La scenografia è coerente rispetto all’epoca di riferimento, essenziale, a tratti povera, spoglia, ritraente il medioevo nella sua oscurità, nella sua asciuttezza desolante.

Timothée Chalamet nelle vesti del Re Enrico V d’Inghilterra

Il montaggio non è mai inopportuno, mantenendo per tutta la durata del film una notevole elasticità: rapido e pronto durante le sequenze guerresche, e paziente e immersivo durante quelle riflessive. I dialoghi sono, talvolta, laconici, ermetici, ma lo spazio delle parole è preciso e lineare: non ci sono abbellimenti superflui, aggettivazioni enfatiche od opulente, e ciò nel bene e nel male, giacché se la forma è temperata non a discapito della sostanza, sarebbe altresì lecito attendersi un registro non magniloquente, ma più retorico da un film di tale spessore tematico. 

Il lungometraggio, un inno alla veracità, dà mostra della spietatezza delle dinamiche politiche che, per ragioni sentimentali, affettive, contaminano e corrompono anche i più nobili e resistenti ideali, così consumati da tradimenti, orgoglio, passione. Kenneth Branagh o David Michôd? I risultati non potevano che essere divisi da abissali divergenze, scaturendo da divergenti ambizioni e divergenti intenzioni, ma un rapporto tra i due film esiste, ed esiste sul piano dell’armonia, che domina nell’opera del 1989, e sfugge in questa. 

di Riccardo Castellini