Jean-Pierre e Luc Dardenne hanno bisogno di poche presentazioni, visto il trentennio di attività che li precede nel panorama del cinema d’autore europeo.
La loro ultima opera Le jeune Ahmed – uscita in Italia lo scorso 31 ottobre con il titolo L’età giovane – ha vinto la Palma D’Oro alla Miglior Regia al 72° Festival di Cannes lo scorso maggio, accompagnata da un coro misto di detrattori e sostenitori.

Il film racconta la storia di Ahmed, un tredicenne belga di religione musulmana, figlio e fratello in una famiglia che, ai nostri occhi europei, si potrebbe definire piuttosto integrata.
A seguito dell’indottrinamento integralista da parte dell’imam locale, e ispirandosi alle martiri gesta del cugino jihadista, Ahmed si dedica con estrema dedizione alla preghiera, si rifiuta d’un tratto di stringere la mano alle donne e arriva persino a disprezzare la propria madre e la sorella a causa della loro presunta eccessiva libertà nell’abbigliamento e nell’alimentazione.
Nella spirale del proprio crescente integralismo, Ahmed giunge a considerare anche la propria maestra di scuola – essa stessa di religione musulmana – un’apostata, principalmente a causa della sua intenzione di insegnare l’arabo moderno durante il doposcuola tramite canzoni pop, anziché, come vorrebbe la tradizione, limitarsi esclusivamente all’insegnamento dei versi del Corano.
Di propria iniziativa, Ahmed passa quindi all’azione e tenta di accoltellare la propria insegnante, finendo di conseguenza in un centro riabilitativo statale per minori e causando collateralmente l’arresto dell’imam. Il percorso riabilitativo fornito dall’istituto statale, supportato da educatori e psicologi belgi ed attività quotidiane socialmente utili, sembra portare Ahmed ad una crescente consapevolezza della gravità del proprio gesto, complici anche i primi – inaspettati quanto fisiologici – sussulti amorosi che paiono allontanarlo, per un istante, dal fanatismo.
Non a caso, abbiamo utilizzato il verbo sembrare: ciò che segue – e che non vi vogliamo anticipare – è il naturale decorso imperfetto della realtà, senza affabulazioni e colpi di reni morali.

Il giovane Idir Ben Addi in una scena da L’età giovane (Fratelli Dardenne, 2019)

È proprio in questo aggraziato dribbling di qualsiasi rasserenante consolazione, in questa biadesiva aderenza alla realtà e alla pietà, che si ancora l’arma a doppio taglio del cinema dei Dardenne: da un lato, l’assenza di un “eroe” in senso epico accompagnata da una narrazione registica onnisciente; dall’altro, il sobrio, delicato rammarico con cui i Dardenne dipingono la noia esistenziale, la confusione, la difficoltà di una quotidianità priva di soddisfazioni e l’ostinata ricerca di una rotta attraverso la vita – in altre parole, come rifletteva Shakespeare per bocca del suo Macbeth: La vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore che s’agita e che si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico, e del quale poi non si saprà più nulla. Un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, senza alcun significato.

É forse questa percezione di cieca “idiozia”, questo continuo circumnavigare se stessi senza evoluzione, senza una vera e propria via d’uscita che può indispettire lo spettatore attraverso gli ottantacinque minuti in compagnia di Ahmed.
D’altra parte, si ha occasionalmente la sensazione che il film affronti certi eventi – come il principio di innamoramento tra Ahmed e la bambina della fattoria – in maniera un po’ frettolosa e incoerentemente giustapposta, forse tradendo una già riscontrata tendenza alla pigrizia da parte dei fratelli Dardenne.
Eppure, in una società così isterica, nella quale non si riesce a discutere di alcun argomento complesso e socialmente delicato senza essere svuotati dalla retorica, stereotipati e condannati sommariamente ad un’etichetta etico-morale, L’età giovane ci mostra con un certo coraggio, e accettando il rischio di non (com)piacere, proprio quello di cui è fatto il nostro agitarci per un’ora sul palcoscenico: una messinscena difettosa e senza eroi, in cui è tremendamente difficile liberarsi da se stessi e dalle proprie gabbie, in cui la paura di morire senza lasciare traccia è forse l’unico, vero motore delle nostre azioni.

I fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne firmano L’età giovane, vincitore della Palma d’Oro a Cannes72

L’età giovane è un film che merita di essere visto per la sua fine scrittura, per i suoi bravi attori non professionisti, per la sua fotografia orgogliosamente minimale, per i suoi 90 minuti senza musica. Insomma, per la sua voglia tutta europea di farci pensare con la nostra testa.

di Luca Zambianchi