Un film nel Medioevo? No, non è possibile… O forse sì, se pensiamo che nel Medioevo – solo per citare tre nomi, ma potremmo elencarne tanti altri – sono nati, in una manciata di anni: S. Francesco, Dante e Giotto. Viene spontaneo dire: ma quale buio Medioevo? Quanta luce! E allora è possibile perfino che sia stato anche girato un film! Fu scelto Giotto per raccontare la vita del grande santo di Assisi ad Assisi, e a Padova, all’interno della Cappella Scrovegni (dal nome del committente), nel Giudizio Universale, Giotto raffigura (pare) Dante accanto a sé con in capo una corona d’alloro in oro puro. Ecco i tre illustri riuniti dalla mano di Giotto. Entrare nella cappella di Padova è come immergersi in un mondo di sogno (non è questo che, con le dovute differenze, fa anche la sala del cinema?). E mentre le sale di proiezione sono solitamente adornate di drappi rossi, qui siamo avvolti in un altro manto di colore primario: il blu più intenso. Manca il giallo per completare la triade. Anzi, no: arriverà. La Cappella che Scrovegni fece costruire e affrescare, dedicata alla Vergine Annunziata, fu inaugurata il 25 marzo 1305, memoria dell’Annunciazione. Teniamo bene a mente questa data, perché ritornerà…

La Cappella Scrovegni a Padova (1303 – 1305)

Il cinema non si serve della luce, di un canale e di un foro di proiezione dal quale passa detta luce? Allora, ripeto, teniamo bene a mente questa data: 25 marzo, mi raccomando! Intanto, scopriamo chi era Scrovegni, il committente. Potremmo pensare al solito furbetto ricchissimo ma non nobile e con problemi di usura, che in un solo colpo tenta di guadagnarsi status sociale e Paradiso. Non propriamente. Scrovegni, cosciente delle sue debolezze, ha comunque investito molte delle sue ricchezze in un omaggio al Cielo. Ha chiamato il pittore più di grido all’epoca e lo ha pagato molto, moltissimo per dedicare un ciclo ai misteri celesti, lasciandolo ai posteri e a noi, così da poter essere orientati al bello e al vero anche in questo tempo oscuro, di sovrabbondanza d’immagini predatorie. E Giotto sapeva di avere chiesto molto, soprattutto per l’uso continuo del lapislazzuli; lo sapeva così bene che si ripropose, in cambio, di fare un lavoro memorabile. L’intreccio fu perfetto. L’opera è così importante che, per potervi accedere, è obbligatorio sostare prima un tempo in una sala di vetro sigillata, il Corpo Tecnologico Attrezzato, per la purificazione dalle polveri sottili.

Il ciclo è stato pensato per esser letto percorrendo la cappella, come ci ricorda anche lo studioso Filippetti. Avviciniamoci allora un po’ meglio, partiamo dall’alto a sinistra e godiamo del primo tempo del film: in dodici episodi, la vita della Vergine. Gioacchino (nonno di Gesù e papà di Maria, la nonna era Anna) cacciato dal tempio: per la gente ancora di dura cervice del Vecchio Testamento, non avere figli era una maledizione, così l’uomo è cacciato dal tempio. E già qui notiamo l’umanità dei volti e la tridimensionalità, rivoluzioni giottesche. Il cinema non si basa forse sull’espressività e sull’ambientazione coinvolgente? Allora ci facciamo coraggio e procediamo, trovando nel secondo episodio (sì, a pellicola, a storyboard o a striscia di fumetto ante litteram – in realtà a Biblia pauperum) Gioacchino addolorato che si ritira in montagna, dove vediamo le rocce pesanti come il cuore dell’uomo. Ma ecco nel terzo episodio il colpo di scena! Un angelo irrompe da una quinta laterale, mentre Anna è raccolta in preghiera, e le annuncia la grande gioia: lei e Gioacchino, coniugi anziani e sterili, per intervento divino avranno una figlia! Il volto di Anna si illumina. E si prosegue con gli avvenimenti che anticipano la venuta di Cristo, uno dei quali è la presentazione della piccola Maria al tempio dove è educata nella fede. Il primo tempo termina alla dodicesima scena, con Maria giovinetta. In attesa del secondo tempo, è come se si accendessero le luci in sala. Allora alziamo lo sguardo verso l’alto. E restiamo senza respiro.

La volta celeste

Uno sconfinato manto lapislazzuli si stende su tutta la volta con incastonate circa 700 stelle dipinte in oro e giallo (ecco arrivato l’ultimo colore primario) e otto pianeti recanti il volto di altrettanti Profeti, che annunciano che quel desiderio irrinunciabile di felicità che ognuno di noi ha piantato nel profondo del cuore ha un nome e un volto e che quel “volto” sarebbe nato proprio dalla giovane Maria narrata nel primo tempo del “film”. Ed eccolo allora nel pianeta più grande: Lui, Cristo, in atto benedicente. D’altronde, “desiderio” non vuole dire “sete di stelle”? Tutto torna. S. Francesco, che non era un ecologista ma un santo che riconosceva la creazione come luogo del Regno, canta proprio qualche anno prima la grandezza del firmamento per analogia con il suo Creatore. Giotto non può non esserne stato ispirato. La cappella è a una navata (parola che ci ricorda che siamo naviganti e che viaggiamo verso un porto), orientata e costruita in modo che a nord non ci siano fredde finestre, ma siano solo a sud, pronte a illuminare e a riscaldare. E sopra all’altare troviamo una finestrella rotonda: potremmo dire uno dei personaggi principali, non una spalla.

La finestrella rotonda sopra l’altare

Nuovo colpo di scena! È il 25 marzo (dovevamo ricordare questa data!) e dalla finestrella tondeggiante (posta appositamente lì fin dalle origini) un unico fascio di luce, all’alba, colpisce ogni anno, esattamente di fronte a sé nell’opposta parete, l’aureola del Cristo del Giudizio Universale recante tre specchi incastonati, che rimandano tre raggi luminosi: la Trinità.

Giudizio Universale, Gesù Cristo e i tre specchi nell’aureola

E partiamo con il secondo tempo e i relativi dodici episodi: la straordinaria vita di Gesù. La nascita, la momentanea fuga in Egitto, il Battesimo; il primo miracolo a Cana fino all’entrata in Gerusalemme e la cacciata dei mercanti dal tempio. Giotto riesce ad applicare una efficacissima prospettiva intuitiva (che sarà regolamentata e messa a punto solo molto tempo dopo) negli edifici e nei corpi tangibili, reali, anche in arditi scorci. Si riaccendono le luci per spegnersi nuovamente sul terzo e ultimo tempo del film, che racconta gli ultimi giorni di vita di Gesù: il tradimento di Giuda, l’ultima cena con i suoi apostoli (ancora con un tenerissimo Giovannino appoggiato al petto di Gesù, colui al quale, in croce, affiderà sua madre Maria per non lasciarla sola dopo la sua morte).

L’ultima cena

Celeberrimo il tradimento di Giuda, con l’intreccio di mantelli, di forme, colori complementari e lineeforza tra fiaccole e bastoni; il tutto sotto un tempestoso cielo ancora una volta lapislazzuli.

Il tradimento di Giuda

E arriviamo all’incredibile Compianto su Cristo deposto, con le linee-forza della roccia che, scivolando verso sinistra, conducono lo sguardo a Cristo morto tra le braccia di Sua Madre.

Ma noi sappiamo che la morte non ha l’ultima parola, allora le scene conclusive sono la Risurrezione, l’Ascensione e la Pentecoste. In questi tre atti Giotto racconta un fatto storico talmente importante che ancora oggi per indicare il tempo usiamo “a. C.” e “d. C.”. E tre sono anche, approssimativamente, i livelli della comunicazione cinematografica, ci ricorda padre Nazareno Taddei, ai cui studi è dedicato un Fondo presso la Cineteca di Bologna: – un livello immediato, superficiale, – un livello mediato che il film ci comunica con la struttura di quanto fa vedere e sentire, – un livello profondo che il film comunica addirittura con quanto non ci fa vedere né sentire. Giotto rimane maestro su tutti i livelli.

di Daniela Montanari