Al cuore non si comanda. E non si sacrificano cinque anni d’amore per un vago dubbio: ne varrà la pena? Non resterò delusa? No, ho voluto andarci subito, sulle ali della dipendenza, disposta a tutto pur di rivedere le camicie inamidate dei maggiordomi, le giacche di tweed di sua signoria, gli abitini scivolati di Mary, il cagnone, la lucidatura degli argenti e tutto quanto fa Downton. Sapevo che tutto sarebbe stato troppo breve, l’illusione di un attimo, cosa sono due ore e rotti rispetto a 52 puntate? Due macigni. Downton Abbey non è un film, è una puntatona malriuscita, come un vestito di Valentino copiato dal cartamodello Burda. La logica è sempre quella: tanti piccoli spezzoni che introducono un elemento della storia lasciando tutto in sospeso, per poi riprenderlo dieci spezzoni dopo e chiudere la faccenda. Se in una fiction può funzionare, in fondo bisogna essere pratici e mandare avanti la produzione, in un film non è ammissibile. Come non è ben trovato lo spunto narrativo: una visita del re e della regina. Anni di Downton ci hanno insegnato che l’etichetta è il pane quotidiano di un nobile proprietario terriero inglese. Qui ci vogliono far credere che la famiglia è del tutto sprovveduta di fronte all’evento. Al punto da non sapere che i sovrani si sarebbero presentati con i propri servitori, chef francese compreso, scalzando tutto il personale di servizio della casa. D’accordo, l’equivoco è funzionale al racconto, ma tradisce in toto la weltanschauung di Downton. Inaccettabile.

Maggie Smith torna a essere Violet Crawley in Downton Abbey (M. Engler, 2019)

Come sempre diviso in piani bassi e quartieri alti, anche al cinema è il seminterrato a prevalere, al punto che, durante la cena alla presenza della coppia reale la conversazione verte sulla servitù. Figurarsi. I dialoghi sono spezzettati e vani, del resto bisogna accontentare una trentina di personaggi di cui sappiamo vita, morte e miracoli e riassumere il pregresso in poche battute. Un tour de force spaventoso. La conversazione, che era una delle principali attrattive della serie, è insignificante. Le battute efficaci sono poche e tutte destinate alla grande Maggie Smith (Violet Crawley) che, per quanto straordinaria, non può arginare da sola il vuoto imbarazzante dei dialoghi.
La perfezione dei dettagli, altra specialità della serie, si è persa nel grande schermo che è più spietato della tv: parrucche di cattiva fattura, tinture troppo cariche, qualche caduta di stile nella fattura degli abiti, trucco pesante, tessuti di cui si intuiva la cattiva qualità, e anche la fotografia, non così calda e cremosa, ha contribuito a trasformare la magia della casa in un bric-a-brac.
Non starò a chiedermi perché: gli incassi eccellenti dei primi giorni di proiezione spiegano tutto. Ma non si erano già fatturati fiumi di soldi con la vendita dei diritti nell’universo mondo?

di Daniela Goldoni