Speriamo che ce la faccia Marco Bellocchio a conquistare con Il traditore l’Oscar per il  miglior film internazionale, cioè quello in lingua non in inglese, una competizione in cui però dovrà vedersela con un’ottantina di film, ciascuno scelto da una Nazione. Speriamo che ce la faccia a superare, per cosi dire, il primo giro di boa ed arrivare alla cinquina del prossimo 13 gennaio per poter poi arrivare all’Oscar il 9 febbraio nella cerimonia fissata per quella data a Los Angeles, la Mecca del cinema. Importante che venga sostenuto dall’Italia, da quando il 27 novembre prossimo il film uscirà  negli Stati Uniti  e potrà quindi avere inizio la campagna promozionale a suo favore. Sarebbe la meritata consacrazione di un autore il cui esordio nel cinema è avvenuto nel 1965 con I pugni in tasca, opera di denuncia (riuscita) negli intenti del regista  dei decrepiti valori borghesi. Una denuncia espressa attraverso le vicende, seppur raccontate in maniera estrema, di una famiglia in cui un figlio epilettico (uno strepitoso Lou Castel) uccide prima la madre, buttandola in un burrone, e poi il fratello affogandolo nel bagno. Delitti  che confessa alla sorella (bravissima Paola Pitagora) accrescendo cosi il loro rapporto morboso. Un film dalla violenza estrema che come un pugno diritto nello stomaco dello spettatore  sconcerta e rivela nel giovane autore un regista fuori dalla norma.

Lou Castel e Paola Pitagora in una scena di I pugni chiusi (M. Bellocchio, 1965)

E di denuncia sono anche  alcuni  suoi film successivi, anche se non hanno la carica  di I pugni in tasca ma sono di grande efficacia  nei risultati. Nel successivo,  La Cina è vicina (1967), per esempio, prende di mira le ipocrisie borghesi mentre Nel nome del padre (1972)  sottolinea le perversità  delle istituzioni educative. In Sbatti il mostro in prima pagina (1972), poi,  se la prende con il cannibalismo  dei massmedia ed in Marcia trionfale (1976) con la vita militare. Al suo attivo altri film fino a far rivivere gli anni di piombo attraverso la complessa vicenda del rapimento di Aldo Moro in Buongiorno, notte e, appunto nel 2019,  con Il traditore  le vicende della mafia attraverso il pentito Tommaso Buscetta.  Uomo di cinema, Marco Bellocchio, dai punti di vista personali sulle vicende italiane in cui esprime ideali e rabbia. Un regista , per i cui film ha ricevuto tanti David di Donatello e tanti Nastri d’Argento, ed anche un “Leone d’Oro”  alla carriera nel 2011. Prendere l’Oscar, ma anche arrivare alla cinquina sarebbe un premio molto gratificante, a coronamento di una carriera portata avanti con grande amore per il cinema.

di Paolo Micalizzi