Una ballata tra espressionismo e assurdo. Joker, ultimo lavoro del noto Phillips, ha già creato delle divisioni intorno a sé, perlopiù tra chi afferma che sia un “bel film” e chi invece crede il contrario.
Senza dubbio è profondamente diverso da qualunque Joker già visto, più vicino a L’homme qui rit di Hugo che al Cavaliere Oscuro di Nolan. In questo film il protagonista porta cicatrici intrinseche: ciò che definisce il suo iconico sorriso non è più la ferita alla bocca, bensì un disagio mentale, il quale lo conduce a subire le angherie e le vessazioni nate dalla prepotenza vile degli antagonisti, anzi dell’antagonista: la società impietosa.

Joaquin Phoenix è Joker (T. Phillips, 2019)

Qualcosa in Arthur, il nostro Joker interpretato in modo monumentale da Phoenix, si rompe, e inizia a ribellarsi alla violenza ingiustificata della società punendo i cattivi nietzschiani (chi chiami cattivo? Chi mira soltanto a incutere vergogna, la gaia scienza).
Come in L’homme qui rit, anche qui l’aristocrazia è una visione insensibile alle classi inferiori, ma in modo accidentale, come “imprevedibile virtù dell’ignoranza”.
Gotham diventa la società dell’incubo in modo parallelo.
Il film ci chiede leopardianamente: “di cosa si può ridere?”, e Joker risponde cinicamente ridendo di tutto.
È questa la genesi del caos più virtuoso e nichilistico, quando il riso diventa rappresentazione non più credibile perché folle.

Alcune persone affermano un po’ avventatamente che questo film sia un suffragio alla violenza, e che sia pericoloso in questo senso. Ebbene, da sempre i film sono solo un filtro, uno specchio appannato: sta allo spettatore non farsi abbindolare (come insegnano Von Trier e Hitchcock), ma in questo caso non c’è alcuna intenzione nociva alle spalle del film, che narra d’una vittima che diventa carnefice secondo un percorso psicologico. Non possiamo censurare Helter Skelter, Dogville, Natural Born Killers, Worlock, Arancia Meccanica (eccetera) perché qualcheduno poco accorto s’è imbrogliato.
Joker è un film nobilissimo, ambiguo, a tratti divertente, e merita d’essere plaudito.

di Riccarco Castellini