In molti oggi forse vi sareste aspettati di trovare una nostra recensione del film Martin Eden, diretto da Pietro Marcello e che è valso la Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile al suo attore protagonista: il talentuoso e sempre più volto del cinema internazionale Luca Marinelli. Ma siamo certi che già molto abbiate letto e sentito a proposito di questa trasposizione (e sconvolgimento) dell’omonimo romanzo di Jack London, in cui Marcello sposta l’ambientazione in una Napoli da immagine di repertorio, porta Marinelli (già precedentemente criticato per il suo genovese stentato nel film per la tv su Fabrizio De Andrè) a cimentarsi in una libera interpretazione del dialetto e della calata napoletana e cerca di convincerci che la lotta socialista dovesse essere fatta al ritmo di una canzone di Teresa De Sio.

Luca Marinelli, Coppa Volpi a Venezia76 (Ph. Lapresse)

Noi a Luca Marinelli vogliamo manifestare tutto il nostro piacere di vedere un attore del suo calibro, italiano e bravissimo, ottenere un premio così prestigioso come la Coppa Volpi in un altro modo. Ricordando un autore a cui l’attore romano deve moltissimo, essendo, di fatto, colui che lo ha portato al successo. Stiamo parlando di Claudio Caligari, così come ci è stato (ri)raccontato dai due documentaristi (under40, segno della grande vitalità del genere) Simone Isola e Fausto Trombetta: Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari. Come ci ha raccontato Paolo Bogna (produttore, insieme a Simone Isola, per Kimerafilm) all’uscita dell’emozionante proiezione stampa che è stata svolta in Sala Volpi del documentario (che era in concorso per Venezia Classici Documentari):

Era un film che dovevamo fare. Dopo tre anni, volevamo riportare Claudio Caligari a Venezia.

A lui, si aggiungono anche i due registi, che hanno dichiarato:

Più di qualcuno in questi anni ha sollecitato la realizzazione di un film su Claudio Caligari. Abbiamo preferito far scorrere del tempo per riflettere e reprimere un po’ di disagio nell’affrontare la sua storia. Forse perché detestiamo la retorica, ma anche la retorica sulla retorica, il cinismo, la volontà di tratte conclusioni dietro la tastiera di un computer. Ora, a distanza di qualche anno dall’uscita di Non essere cattivo, è possibile accostarsi a un personaggio così complesso e al tempo stesso affascinante con il dovuto distacco e con la necessaria lucidità.

Dopo aver visto Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari, su due delle cose dette da Isola e Trombetta siamo perfettamente d’accordo. La prima è che, colpito come era stato tutto il mondo del cinema e il suo pubblico dalla morte di Caligari poco prima di riuscire a vedere l’incredibile successo riscontrato dal suo terzo lungometraggio, Non essere cattivo, ci fosse la necessità di lasciar passare il tempo da quelle tardive dimostrazioni di stima che al regista non erano mai state tributate con una simile incisività in vita. La rabbia accumulata nei tanti anni di una carriera dimenticata e solo troppo tardi incensata doveva essere prima sfogata. La seconda è che il documentario appare tutt’altro che retorico. Guarda a Caligari con sì il dovuto rispetto, ma senza nasconderne quelle asperità che lo portavano ad essere troppo spesso taciturno e ad isolarsi; si raccontano i momenti in cui spariva, perso nella scrittura di qualche, ennesima, sceneggiatura che nessuno avrebbe accettato; non si risparmia sulla descrizione dei momenti di esagerate sfuriate sul set. I due registi guardano al regista cercando anche di separare l’uomo (vita) dal grande autore che è stato (cinema).

Ciò che, per fortuna, non abbiamo riscontrato si riferisce al dovuto distacco e alla necessaria lucidità di cui i due autori del documentario ci parlano. Perché in Se c’è un aldiltà sono fottuto troviamo tutto l’amore per Claudio Calligari, tutta la rabbia per il trattamento che gli è stato riservato in vita e una punta di rammarico per il fatto di averlo saputo onorare solo da morto e tutto l’immenso dolore per la sua perdita da parte non solo di Isola e Trombetta, ma anche di tutti i membri della Banda Caligari. Che qui ci appare più unita e determinata che mai a tramandare non solo il ricordo di Claudio come uomo, ma di Caligari come imprenscindibile punto di riferimento per una consistente e considerevole fetta del cinema italiano. E così che ci ritroviamo (non senza una discreta dose di commozione) a piangere per la morte di Cesare Ferretti (protagonista del film nonché tra i primi casi di decesso per HIV nel nostro paese) o scoprendo che ci ha lasciati anche Roberto Stani, detto Ciopper; ci facciamo accompagnare da Michela Mioni per i luoghi di Ostia così profondamente e crudamente raccontati da Caligari in Amore tossico, di come la produzione arrivasse ogni giorno per distribuire le dosi di metadone che avrebbero permesso loro di affrontare il duro ritmo richiesto dal set; ci commuoviamo nell’assistere dalla nostra poltrona all’incontro dopo tanti anni tra Michela e Er Donna, riscoprendo un legame puramente profondo e genuino, merito di quel film che tanto aveva rappresentato per quella banda di abbandonati dalla società e a cui Caligari era riuscito a dare voce e rappresentanza.

Claudio Caligari durante le riprese di Amore tossico (1983)

La rabbia torna nel vedere come, dopo una strepitosa selezione alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (merito anche dell’interessamento diretto del regista Marco Ferreri), Caligari e il suo film siano stati messi al bando, costretti ad una censura che porterà il regista a vedersi sbattere tutte le porte in faccia. Isola e Trombetta ci fanno assaporare la sua rinascita, avvenuta nel 1998 con l’uscita di L’odore della notte, altra storia di violenza e personaggi ai margini della società. E’ qui che Caligari incontra Valerio Mastandrea, con cui da un rapporto regista/attore nasce una profonda amicizia, legata a sentimenti reciproci di rispetto e fiducia. E’ proprio a Mastandrea che Caligari si farà sostenere per realizzare Non essere cattivo, dopo tanti (troppi) altri anni di silenzio. Qui il regista mette tutto se stesso, tutta la sua visione cinematografica e idea politica. Il testamento di Caligari.

Luca Marinelli e Alessandro Borghi alla proiezione veneziana di Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari (Ph. JFdA)

Quello in cui ci dice che i disperati popolano ancora la nostra società; che il fenomeno della droga è tutt’altro che superato, ma ha solo assunto nuove forme. E (forse soprattutto) sui giovani attori emergenti bisogna sempre credere. E’ così che, dopo aver affidato le sorti del suo Amore Tossico a dei tossicodipendenti spesso inaffidabili e aver fatto annusare L’odore della notte a dei quasi sconosciuti quali Mastandrea e Marco Giallini, Caligari lascia il suo consiglio di Non essere cattivo a quattro volti che abbiamo imparato a conoscere come tra i migliori della nuova generazione di attori del cinema italiano: Alessandro Borghi, Roberta Mattei, Silvia D’Amico e, neo Coppa Volpi Maschile 2019, Luca Marinelli. La forza con cui Valerio Mastandrea ha difeso la cinematografia e l’uomo Caligari e la commozione che non ha mai smesso di velare gli occhi di Marinelli e Borghi nel vedere per la prima volta le immagini di Se c’è un aldilà sono fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari ben ci fanno capire che gli insegnamenti lasciati loro da questo grande regista non sono stati dimenticati. Spetta ora, a tutti noi, non dimenticare quale e quanto sia stato grande il contributo che Caligari ha dato al cinema italiano. Avremo una prima occasione per farlo quando il film uscirà a breve durante alcune proiezioni evento, prima di approdare in televisione, in quanto sostenuto da Rai Cinema.

di Joana Fresu de Azevedo