Quindici i cortometraggi in concorso che quest’anno sono stati ospitati all’interno della sezione Orizzonti della 76° Mostra del Cinema di Venezia – predominata dalla fiction con qualche timida virata verso l’animazione, il documentario e la sperimentazione – e tutti rigorosamente entro i 20 minuti di lunghezza come richiesti dal regolamento. Tra i tanti, ne ricordiamo alcuni.

C’è l’atmosfera tesa e drammatica di Le coup des larmes (La trovata delle lacrime), terzo film dell’attrice francese Clémence Poésy, che racconta di Florence, un’attrice alle prese con i preparativi per un nuovo ruolo che – per colpa di un’insolita lezione di tiro – si ritrova inaspettatamente costretta a riaprire un capitolo della propria vita ormai chiuso ma del tutto irrisolto. Conducendoci in paesaggi suggestivi, il film mette in scena, con un pathos molto teatrale, il paradosso emotivo di Florence: il suo essere intrappolata, allo stesso tempo, tra l’istinto irrazionale di voler uccidere e il desiderio masochistico di voler amare la persona che più di tutte l’ha emotivamente sconvolta – nel bene e nel male – negli ultimi anni della sua vita.

Una scena tratta da Le coup de larmes (Clémence Poésy, 2019)

Il britannico Kingdome Come di Sean Robert Dunn ha scelto il formato 4:3 per raccontare una famiglia della classe media impegnata a fare acquisti al centro commerciale in previsione dell’arrivo di un nuovo figlio. Dalle prime scene appare come la classica “famiglia del Mulino Bianco”, apparentemente felice seppur calata in uno scenario consumistico che già di per sé desta perplessità; l’utilizzo poi di musiche ansiogene, nettamente in contrasto con l’immagine idilliaca rappresentata, non fanno altro che confermare la sensazione iniziale dissonante e preannunciare il risvolto violento che poi si verificherà. Un epilogo da incubo in cui è difficile capire chi siano veramente le vittime e chi i carnefici di una società fuori controllo e assettata di violenza, che vede nei giustizieri della strada e della provincia i paladini della moralità.

Un frame da Fiebre Austral (Thomas Woodroffe, 2019)

In Fiebre Austral di Thomas Woodroffe la ricostruzione di atmosfere languide e l’uso di una fotografia calda e soffusa ci prepara alla scoperta del legame intimo che si crea tra una donna di mezz’età e l’amico coetaneo del figlio adolescente rimasto ferito in un incidente di caccia nel bosco. Il senso materno della donna, che con naturalezza si prende carico della guarigione del ragazzo, si tramuta ben presto in un’esplorazione del corpo condivisa e finalizzata alla ricerca della percezione personale dei limiti della sensibilità fino alla sperimentazione del sottile confine tra piacere e dolore. Le frequenti inquadrature fisse sono poi funzionali alla scoperta del fatto che il contatto con la ferita produce un piacere che crea dipendenza.

Una scena dal cortometraggio Give Up the Ghost (Zain Duraie, 2019)

In Give Up the Ghost, Zain Duraie ci racconta il desiderio di Salam di diventare madre, infranto però di fronte alla scoperta di non poter avere figli dal marito amato, un uomo che si rivela debole lasciando che le proprie azioni vengano condizionate dai giudizi esterni anche a costo di distruggere il proprio equilibrio interiore. Tanti i temi rievocati, quali la coesistenza di infertilità e amore vista come stigma sociale, così come le pressioni sociali e le dannose aspettative dei genitori nei confronti dei figli, il tutto calato in un’ambientazione cupa dominata dai non detti dove la storia prende forma e sostanza attraverso lo sguardo della protagonista, immortalato ripetutamente in primissimi piani intensi e opprimenti fino allo sguardo finale fiero di chi è in pace con la propria coscienza e con le proprie scelte di vita.

Alina Khan è la protagonista del cortometraggio Darling (2019) del pakistano Saim Sadiq

Non poteva mancare un film che sfiorasse il tema LGBT ma da un punto di vista insolito: ed ecco Darling del pakistano Saim Sadiq, ambientato nella cornice kitsch e patinata di un teatro di danza erotica a Lahore, dove un’attraente ragazza trans ambisce a conquistare le luci della ribalta supportata da un giovane ragazzo ingenuo che si innamora di lei. Come dichiara il regista, qui viene esplorata la mascolinità e la femminilità presenti nella sottocultura fortemente sessualizzata della danza erotica, fatto noto e tollerato nell’altrimenti repressiva società pakistana. È al contempo una storia di formazione, una celebrazione della cultura queer e un’aperta lettera d’amore al sogno di Bollywood.

I due registi (David Štumpf e Michaela Mihályi) del cortometraggio di animazione Sh_t Happens (2019)

L’unica, ma esilarante, animazione selezionata in Orizzonti è il provocatorio Sh_t Happens del duo registico ceco-slovacco composto da Michaela Mihályi e David Štumpf. Un custode esausto, sua moglie sessualmente frustrata e un cervo vedovo depresso – apparentemente slegati ma uniti dalla reciproca disperazione – si trovano coinvolti in una serie di eventi assurdi e strane coincidenze inaspettate perché in fondo… certe cose inevitabilmente accadono. Un film a capitoli dai colori fluo anni ’80 che diverte e alleggerisce lo spettatore mettendo in scena l’improbabile e interrompendo così la serietà e la continuità del genere di finzione/documentario predominante nel concorso. Le immagini dallo stile così caratterizzante sono state ottenute grazie all’utilizzo della stampante Risograph (recentemente tornata in voga nel mondo della grafica) che ha permesso di realizzare un impianto cromatico vivace e dissonante che funge anche da complemento alla narrazione.

Una scena da GUO4 (Peter Strickland, 2019)

Infine, uno sguardo più sperimentale lo troviamo in GUO4 di Peter Strickland che prende ispirazione dal genere criptopornografico per rappresentare scenari tradizionalmente virili inseriti però in un contesto omoerotico. Qui si mette in scena – in soli 3 minuti – uno scontro tra due nuotatori, muscolosi e completamente nudi, all’interno di uno spogliatoio piuttosto malandato. La colonna sonora del film, suggerita in qualche modo dalla singolare combinazione di muscoli e armadietti malmessi, è il risultato finale della collaborazione con il gruppo musicale GUO nonché trade d’union indispensabile per rendere il dinamismo forzato delle immagini che, peraltro, lasciano nello spettatore una sensazione di intensità crescente e allo stesso tempo disturbante.

di Jessica Milardo