E’ sempre bello poter assistere alla realizzazione di un’opera prima. Lo è ancora di più se la si vede arrivare da subito in selezione in un prestigioso festival cinematografico internazionale. Alla 76° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica è quello che è successo con Sole, primo lungometraggio di Carlo Sironi, in concorso per la sezione Orizzonti. Nel progetto hanno voluto credere Giovanni Pompili per Kino Produzioni e Rai Cinema, a cui si è unita la collaborazione di Lava Films. Parlando della sua scelta di avere come protagonisti del film due giovani post-adolescenti, Sironi dice:

Sin da giovane mi sono chiesto come sarebbe stata la mia vita se fossi diventato padre: cosa significa diventare padre, diventare genitori? Ovviamente non ha a che fare semplicemente con il mettere al mondo una creatura con il proprio corredo genetico, ma piuttosto con un cambio di approccio rispetto alle proprie prospettive. Cosa si prova a posare lo sguardo su una creatura appena nata di cui ti devi prendere cura, di cui ti senti responsabile? Mi sono chiesto se potrei mai diventare il padre di un bambino non biologicamente mio, un percorso forse meno usuale ma non per questo meno concreto. Sole è il tentativo di rispondere a questa domanda. L’ho fatto attraverso un caso limite, una storia fuori dall’ordinario, che parte però da una ricerca sul campo: in Italia la maternità surrogata è vietata dalla legge, ci sono molti espedienti illegali nel mondo delle adozioni, dove il traffico di neonati è una realtà concreta. Ho iniziato a documentarmi e ho immaginato un “caso” come quello raccontato nel film. A quel punto ho contattato la Presidentessa del Tribunale dei Minori di Roma, che mi ha confermato che aveva affrontato personalmente episodi di quel tipo. Ho continuato la mia ricerca e ho capito che ciò che volevo raccontare non era il mondo che si nasconde dietro alla tratta dei neonati, ma una storia privata: la storia di un ragazzo che, chiamato a fingersi padre, arriva a sentirsi padre davvero.

Queste le motivazioni e le tematiche che troviamo in Sole. Al centro, come dicevamo, due ragazzi. Da una parte, Ermanno: scansafatiche, dedito a furtarelli per racimolare un po’ di soldi che, inesorabilmente, perde alle macchinette del videopoker. Dall’altra, Lena, una giovane polacca giunta all’ottavo mese di gravidanza, con il sogno di potersi trasferire in Germania. I due si incontreranno grazie allo zio di lui che, non potendo avere dei figli, decide con la moglie comprare la bimba che sta per arrivare. Ciò sarà possibile grazie al fatto che Ermanno fingerà di esserne il padre, che la ragazza sparirà subito dopo il parto e che la coppia potrà così adottare la neonata. Tutto sembra programmato nei minimi dettagli. Lena è convinta della sua decisione. I futuri genitori ansiosi di avere la creatura tra le braccia.

Sironi solo in apparenza ci lascia credere che tutto proceda così linearmente. Ma il modo in cui ci racconta i suoi due protagonisti cela la volontà di andare ad indagare sulle complesse dinamiche psicologiche che stanno dietro al gesto di vendere un neonato. Inizialmente, sia Ermanno che Lena ci appaiono apatici, disinteressati, senza nessun tipo di prospettiva. In un dialogo con lo zio, alla domanda su cosa faccia per Ermanno nella vita, lui semplicemente e amaramente risponde niente. E’ questo nulla (relazionale, di ambizioni, di interessi) che sembra pervadere le esistenze di questi ragazzi. Lui con il solo desiderio di raggiungere il bar per giocare al videopoker. Lei che pensa al cambio di armadio e a scegliersi dei vestiti che le donino. Solo in sottofondo percepiamo, invece, lo strazio e il dolore di una coppia di adulti che non riesce ad esaudire il proprio desiderio di diventare genitori se non con un gesto illecito.

Una scena da Sole, in concorso nella sezione Oorizzonti di Venezia76

Sarà la nascita prematura della bambina, la Sole a cui si deve il titolo del film, a sconvolgere queste apatiche e ordinarie esistenze. Lena si troverà costretta a prendere in braccio sua figlia, ad allattarla, a farle il bagnetto, a svegliarsi durante la notte, a vedere concretizzato l’imprinting madre/figlia. Ermanno, a sua volta, inizierà a sentire, per la prima volta nella sua vita, di essere responsabile del benessere di qualcuno e non più solo del suo. Iniiando a credere di poter dare una nuova direzione alla sua vita. Anche in questa fase del film non manca la narrazione a doppio binario tra quello che è l’agire e il sentire dei due giovani e quelli degli zii, che, nonostante la sofferenza nel vedere che la bambina non li riconosca da subito come genitori, non voglio rinunciare a diventarlo.

Il regista Carlo Sironi che con Sole firma il suo primo lungometraggio

Come già succedeva nei suoi precedenti lavori nel cortometraggio, anche in Sole ritroviamo un attento studio volto alla cura della luce e dell’inquadratura. Quest’ultima capace di spaziare laddove deve descrivere il contesto in cui si muovono i protagonisti, per poi stringere l’obiettivo sui loro volti, a carpirne ogni più piccola espressione e coglierne in anticipo sentimenti e sensazioni. Ciò che a Carlo Sironi ci sembra non ancora riuscire perfettamente è la gestione del tempo. In molte occasioni assistiamo ad eccessive lungaggini e a repentine accellerazioni che non ci permettono di seguire appieno le dinamiche narrative. Ma il giovane regista riesce a stupirci con un finale per nulla scontato e a dir poco coraggioso. In cui non fa sconti ai propri protagonisti. Nè alla loro fragilità.

Da sottolineare anche la capacità del regista di dirigere i giovani attori alla prova con dei personaggi così complessi come quello di Ermanno e Lena. E così impariamo ad apprezzarli grazie alla faccia strafottente di Claudio Segaluscio e alla morbida belleza di Sandra Drzymalska. Due ragazzi normali, ma che in Sole si ritrovano catapultati in un mondo ben più grande di loro.

di Joana Fresu de Azevedo