Nella sua tradizione guatemalteca, la Llorona è lo spettro di una nobildonna di origine spagnola) di nome Maria. Mentre il marito era in viaggio, ebbe una relazione con un giovane che lavorava nella sua proprietà. Da questa relazione extraconiugale nacque un bambino. Disperata, presa dalla paura per la possibile vendetta del marito e la vergogna, Maria annegò il figlio (in realtà, secondo alcune versioni i figli erano due) in un fiume. Per questo crimine la donna è stata condannata a ripetere fino alla fine dei tempi il suo grido: “Oh, figlio mio!”.

Secondo la tradizione, la Llorona cammina per le strade deserte e frequenta luoghi dove c’è acqua, come stagni, fiumi, sorgenti o serbatoi. I suoi gridi spaventano anche i più coraggiosi e paralizzano. Molti dicono di averla vista e sentita. Sicuramente, da secoli tormenta i sogni di molti in Guatemala.

Anche il regista guatemalteco Jayro Bustamante ha ammesso di essere stato terrorizzato dalle storie che sentiva raccontare sulla Llorona quando era bambino. E, diventato grande, di averne sfruttato il potere terrorizzante per il suo La Llorona, horror in concorso alla 16° edizione delle Giornate degli Autori che si sta attualmente svolgendo, fino al 7 agosto, al Lido di Venezia. Parlando di come l’opera sia nata, Bustamante ha dichiarato:

Questo film mescola diverse storie: le uccisioni durante la guerra civile in Guatemala, la vicenda dell’ex presidente Efraín Ríos Montt condannato per genocidio e poi salvato dall’annullamento della sentenza, i crimini contro l’umanità nel caso di Sepur Zarco, la schiavitù domestica e sessuale delle donne native, la misoginia, il classismo, la religiosità, il misticismo e il realismo magico. Tutti questi elementi creano un amalgama di suspense e terrore, che arriva a superare quello del mito. Una denuncia fatta attraverso il cinema come intrattenimento ma senza mai perdere di vista quello che universalmente viene definito come cinema d’autore.

Una scela da La Llorona, in concorso alle Giornate degli Autori

Tra gli anni Sessanta e la fine degli anni ’90, il Guatemala ha vissuto una sanguinosissima guerra civile, durata 418 mesi. Già dai primi mesi di lavoro della Commissione per la Chiarificazione Storica (CEH), istituita nel 1999, la portata del genocidio perpetrato dal Governo del Guatemala è stata chiara al mondo: 42.000 vittime di violenza, di cui 29.000 esecuzioni e sparizioni, per un totale di 200.000 morti. Lo Stato fu accusato di esserne il responsabile, con il sostegno dei governi stranieri statunitense e cubano. Nel corso del procedimento giudiziario contro i colpevoli di questo orrendo genocidio (troppo) spesso dimenticato, furono migliaia le donne indigene che testimoniarono la messa in stato di schiavitù (costrette a lavorare come domestiche dei loro carnefici) e il fatto che moltissime avevano subito violenze sessuali ed abusi da parte sia dei militari dell’esercito che da alti funzionari del Governo.

Bene ha fatto Bustamante a scegliere di prendere spunto da questi fatti per trovare l’ambientazione e la struttura narrativa per il suo film. Perché poche cose terrorizzano quanto questi tragici eventi della storia guatemalteca. E un film di genere horror, come La Llorona, è appare proprio perfetto per raccontarli. Il regista usa fatti e personaggi realmente esistiti (che, seppur camb iandone i nomi, sono perfettamente riconoscibili) come contesto narrativo in cui inserire la leggenda della Llorona, giocando con il suo mito.

La storia del popolo guatemalteco raccontata attraverso l’horror La Llorona

Quando Alma, una giovane indigena, arriva nella casa del Presidente del Guatemala – che alterna il decoro di facciata durante le sedute del processo in cui è incriminato per genocidio a episodi di apparente demenza senile – per aiutare la loro domestica storica nella gestione della casa e nella cura della famiglia presidenziale, lo spettatore è portato a mischiare i contesti narrativi. Ciò che avviene in tribunale sembra rivivere nei sogni dei protagonisti; ciò che sembrano essere folli sensazioni di un uomo anziano che sta perdendo la ragione con inquietanti pianti che si sentono la notte. Alma entra in confidenza con la piccola di casa, una bambina che vive sotto l’occhio vigile ed ansioso di una madre che si è sempre sentita protetta dal potere del padre. Alma, viso angelico e lunghi capelli corvini, conquista la fiducia di tutta la famiglia e attira le attenzioni del Presidente, non nuovo ad episodi di libido nei confronti di altre donne, sopratutto indigene. Racconta di aver perso due figli; sente forte il richiamo e bisogno di immergersi nell’acqua della piscina. La sua è una triste storia, che si intreccia con quella di questa famiglia che vive di segreti mai svelati e solo parzialmente messi sotto processo. Anche lei ne nasconde uno. Tragico e drammatico. che rivivrà nelle notti di quella casa.

Una fotografia sgranata, ma lucida nel dare uno tono cupo e spettrale alle luci di scena. Un ritmo sempre costante, in grado di portare lo spettatore a godere della giusta attenzione nell’intreccio narrativo. Un cast che è in grado di mantenre sempre vivo il pathos della storia. Un horror riuscito. Perchè tremendamente reale e che racconta una cupa pagina di storia contemporanea.

di Joana Fresu de Azevedo