Qualche settimana fa aveva inizio il 72° Locarno Film Festival, il primo sotto la direzione artistica di Lili Hinstin. Quest’anno, però, il film d’apertura parlava italiano. È, infatti, il debutto alla regia di Ginevra Elkann, con il suo primo lungometraggio Magari, ad aver aperto le visioni di Piazza Grande, da sempre simbolo indiscusso del Festival e platea allenata a riconoscere i film che sanno coniugare al meglio qualità artistica e potenziale commerciale.

Affidare ad uno sguardo femminile, che si rivela già maturo, quello che può essere a tutti gli effetti considerato l’incipit simbolico e rappresentativo del Festival non è stata affatto una scelta casuale, ma piuttosto sembra ispirata dalla volontà di chiarire fin da subito la connotazione del Festival impressa dalla neodirettrice: presentare la visuale, umana e cinematografica, di un’autrice che fosse in grado di arrivare al grande pubblico con semplicità. E così è stato.

È infatti la stessa Hinstin che – nell’introdurre il film dal palco di Piazza Grande – dichiara cosa l’ha colpita maggiormente di questa opera prima:

La sicurezza del gesto, cioè questo misto di spontaneità, di lavoro profondo e di intelligenza. Per me è l’immagine perfetta di come un regista possa immergersi nell’arte della mise en scene. Il modo in cui Ginevra lavora con la cinepresa, con gli attori, con la sceneggiatura, che è molto forte e molto solida, ci ha colpito moltissimo. È un film molto commovente, anche molto divertente. Lei è stata capace di portare sia dei bambini alla loro prima esperienza cinematografica che degli attori affermati come Riccardo Scamarcio e Alba Rorchwacher in territori inconsueti e inesplorati.

La cornice di Piazza Grande durante l’anteprima mondiale del film Magari (Ginevra Elkann, 2019) in apertura di Locarno72 (Ph. Jessica Milardo)

Magari è la storia di Alma (Oro de Commarque), Jean (Ettore Giustianini) e Sebastiano (Milo Roussel), figli affiatati di genitori divorziati che vivono a Parigi nel mondo familiare e borghese della loro madre russa-ortodossa. Un bel giorno, i tre fratelli vengono spediti a Roma e costretti, dopo due anni di assenza, ad una coabitazione con il padre italiano Carlo, interpretato dal convincente Riccardo Scamarcio. Carlo si rivela fin da subito un genitore non convenzionale, alquanto assente ed egocentrico, nonché uno sceneggiatore squattrinato incapace di badare a se stesso, prima ancora che ai figli. La vacanza invernale a Sabaudia, trascorsa insieme ai figli e alla collega sceneggiatrice Benedetta (una bravissima Alba Rohrwacher), diventa la lente d’ingrandimento che fa emergere irrisolte tensioni familiari, smorzate qua e là da pillole di ironia. E così, nonostante tutto, tra gli scontri e le agitazioni quotidiane, la piccola Alma non riesce a smettere di desiderare che un giorno – OH, MAGARI! – la sua famiglia sarà di nuovo unita, come in passato.

Magari è una commedia sentimentale che, con eleganza e misura, si addentra nel profondo delle frizioni tra bambini e adulti innescate da un divorzio difficile da accettare e lo fa raccontandone le piccole atmosfere e i piccoli movimenti emotivi che li attraversano. È come un ricordo d’infanzia che rivive nell’atmosfera dorata degli anni ‘90, un’opera incantata che ruota attorno ad un sentimento delicatissimo quale il desiderio (forse ingenuo, ma sempre attuale) dei bambini di rivedere i propri genitori serenamente uniti. È di certo un sentimento ispirato da esperienze autobiografiche (tanti e inevitabili i riferimenti alla famiglia di origine dell’autrice) ma che accomuna tutti: i figli ancora vulnerabili che eravamo e gli adulti più consapevoli che siamo oggi.

La Elkann vuole mettere in scena l’imperfezione degli adulti in continua lotta con le loro vite e i loro sentimenti ma vista attraverso lo sguardo dei tre fratelli, ciascuno con la propria personalità e con un differente modo di reagire agli eventi esterni della vita, ma stretti nel desiderio di sentirsi una famiglia.

E dunque, tra sogni infantili, tentativi di riscatto e responsabilità, la Elkann guida con la chiarezza e la maturità dei registi già affermati un ricco cast di attori che vede alternarsi e intrecciarsi in piena sintonia attori esperti e bambini bilingui alle prime armi, volutamente scelti perché sapessero ricreare con piena spontaneità un clima familiare naturalmente intimo e sincero. Una regia elegante che indaga la psicologica dei personaggi ma con delicatezza e che si abbina ad una fotografia altrettanto poetica. Riferendosi appunto alla direzione della Elkann e al lavoro svolto con gli attori, Alba Rohrwacher ha dichiarato:

La sua grandissima capacità è quella di avere un occhio discreto, mai ingombrante, tale per cui le dinamiche potessero accadere con libertà e verità tra di noi e lei riuscisse a raccoglierle, a collezionarle tutte.

La delegazione del film Magari. Da sinistra: Lorenzo Mieli (produttore), Ginevra Elkann (regista e sceneggiatrice), Ettore Giustianini (attore), Milo Roussel (attore), Oro de Commarque (attrice), Riccardo Scamarcio (attore) e Alba Rohrwacher (attrice)

Strutturata e convincente è poi la sceneggiatura – scritta a due mani con Chiara Barzini – che regala alla storia, al contempo, spessore narrativo e leggerezza fatata, lasciando in questo modo allo spettatore spazio sia per riflessioni introspettive che per momenti di misurato divertimento, in piacevole equilibrio tra loro. Grazie ad una scrittura precisa e consapevole, i personaggi acquistano infatti tridimensionalità e sfumature emozionali significative grazie alle quali – in un gioco di incastri psicologici che tentano di ricostruire una complicità sentimentale – il film diventa prima di tutto un luogo di condivisione e cambiamenti.

Questa attenta caratterizzazione dei personaggi emerge con maggiore chiarezza nel ruolo dei due adulti protagonisti, che si sono liberamente raccontati nella conferenza stampa in apertura di Festival.

Da una parte Carlo, un padre inaffidabile che si prepara alla sua iniziazione genitoriale e lo fa attraverso comportamenti a tratti goffi che svelano, però, un narcisismo distraente che gli fa provare fastidio verso la presenza stessa dei figli, visti come invasori sgraditi del proprio spazio vitale e lavorativo. Questa indubbia connotazione egoistica – che controbilancia la sua natura carismatica – lo rende tuttavia un personaggio con molteplici sfaccettature e quindi vero.

Nel parlare del suo lavoro interpretativo su un personaggio per lui così inedito, Riccardo rivela di non avere avuto particolari difficoltà di immedesimazione poiché in Carlo ha rivisto molti aspetti della propria madre pittrice (ad esempio, la distrazione egoistica). Ha, infatti, così dichiarato:

Non ho mai giudicato moralmente il personaggio, anzi, mi ci sono ficcato dentro totalmente anche perché ho sempre pensato che certi aspetti egoistici di mia madre mi avessero concesso il tempo e il modo di formare la mia persona liberamente.

Dall’altra parte c’è Benedetta, un personaggio femminile leggiadro, estraneo al nucleo familiare ma funzionale alla storia perché interviene nelle vite degli altri modificandole, pur non rivelando mai molto di se stessa. La sua forza sta proprio nello sfuggire dal rischio di stereotipizzazione o rigido inquadramento e nell’essere resa volutamente un personaggio imprevedibile e libero, che rilancia il gioco in una maniera inaspettata fino alla fine.

Fatta eccezione per qualche lungaggine narrativa evitabile con un montaggio più calzante, ci sentiamo di dire che Ginevra Elkann ha vinto la sfida del primo lungometraggio. Il suo è un esordio dolce e struggente che alla fine convince e ci conduce in un percorso emotivo agrodolce guidato da uno sguardo indulgente verso questi genitori imperfetti – che in fondo potremmo essere noi – a cui poco a poco impariamo a voler bene.

Insomma, qui nulla è lasciato al caso, nemmeno il titolo: sospeso e ricco di desideri inespressi poiché – come ci ricorda l’autrice – la parola magari è un unicum linguistico che racchiude in sé la felicità e la malinconia, ma anche l’arrendersi di fronte alla realtà che non sempre rispecchia quella desiderata, soggetta com’è alla mutevolezza degli eventi.

Che dire? Non poteva esserci parola che rappresentasse meglio il sentimento del film.

di Jessica Milardo