Dovevamo immaginarcelo. In fondo, Ridley Scott glielo aveva già fatto fare nel suo Blade Runner. Ma credevamo che sarebbe toccato solo al replicante Roy Batty. Mai avremo potuto sapere che Rutger Hauer sarebbe davvero morto nel 2019. In un’ultima decade di luglio che sembra stia facendo strage di miti del cinema. Prima era toccato a due capisaldi della letteratura italiana, che hanno profondamente legato la loro opera anche al mondo del cinema e della televisione: Andrea Camilleri e Luciano De Crescenzo. Nell’arco di poche ore abbiamo perso anche la genialità della scrittura di Mattia Torre, padre delle serie Boris La linea verticale e che ci ha lasciati orfani prima di aver iniziato le riprese del suo prossimo lungometraggio. Dopo pochi giorni, ci siamo trovati a piangere la scomparsa di una grande signora del teatro e del cinema italiano, Ilaria Occhini. Credevamo che peggio di così non potesse andare; che con l’inizio della nuova settimana avremo potuto placare il nostro senso di lutto cinefilo. Invece, ieri è arrivata anche la notizia della scomparsa, a 75 anni e dopo una breve malattia, dell’attore che, con il suo volto bagnato dall’incessante pioggia della Los Angeles di quel film, ha segnato non solo una generazione, ma anche (o soprattutto) un nuovo modo di interpretare il cinema di fantascienza.

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Rutger Hauer in Blade Runner (R. Scott, 1982)

Rutger Hauer si è spento nella sua Olanda, paese in cui, negli anni ’60, iniziò la sua carriera di attore. Inizialmente, unendosi ad una compagnia di teatro sperimentale, per poi essere chiamato, nel 1969, dal regista Paul Verhoven, che gli propone il ruolo di protagonista in Fiore di carne. Ma è solo nel 1975 che arriverà il film che lo rese noto anche a Hollywood: Il seme dell’odio, ambientato nel Sudafrica dell’apartheid, con Michael Caine e Sidney Poitiers e diretto da Ralph Nelson. Il debutto hollywoodiano arrivò due anni dopo, nel 1981, al fianco di Sylvester Stallone, con I falchi della notte. Poi, come dicevamo, il ruolo che lo ha consacrato agli occhi del grande pubblico e della critica. Il suo replicante in Blade Runner, moderno schiavo che non vuole arrendersi ad un destino che altri gli hanno voluto imporre, è talmente entrato nell’immaginario degli spettatori che il suo celebre monologo, Io ne ho viste di cose che voi umani…, è stato ripetuto talmente tante volte da essere diventato quasi un motto per un’intera generazione.

Che, pochi anni dopo, nel 1985, finì per innamorarsi completamente di Hauer grazie alla sua interpretazione del personaggio di Etienne Navarre in Ladyhawke. Impossibile che non succedesse. Il film, un perfetto connubio tra romanticismo e fantascienza, era pura poesia per immagini, in cui l’amore impossibile tra una guardia (Rutger Hauer, appunto) e la sua principessa falco (una splendida Michelle Pfeiffer) ci hanno fatto scoprire quanto duttile e di successo potesse essere quel filone cinematografico e che, negli anni successivi, è stato preso come punto di riferimento e modello per tanti appassionati e cineasti del genere.

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Michelle Pfeiffer Rutger Hauer in Ladyhawke (R. Donner, 1985)

A noi piace anche ricordare che parte della magia di quel film sia legata alla potenza (e potenziale) del nostro territorio, visto che il film di Richard Donner è stato girato interamente in Italia, in un viaggio di location tra le province di Cremona, Parma, Piacenza e L’Aquila, sfiorando la Toscana e andando a finire nelle campagne romane.

La carriera di Rutger Hauer, in fondo, è profondamente legata all’Italia. Ermanno Olmi lo volle fortemente nel film La leggenda del santo bevitore, in cui il regista, come pochi altri, riesce a cogliere la sensibilità e profondità interpretativa dell’attore olandese. Nascerà una profonda amicizia tra i due, tanto che Olmi, nel 2011, richiamerà Hauer anche per un piccolo ruolo nel suo Il viaggio di cartone. Tanti gli altri registi che vollero impreziosire i loro film con quei sensibili occhi di ghiaccio con cui Rutger Hauer conquistava il pubblico: da Lina Wertmüller a Duccio Tessari, passando per Giuseppe Ferrara (non vorremo mica dimenticarci di quanto magnifico sia stato Rutger Hauer nella sua interpretazione di Paul Marcinkus, il presidente della Banca Vaticana in I banchieri di Dio, vero?) e Dario Argento.

C’è un altro film che lega Rutger Hauer all’Italia. Una piccola, coraggiosa e indipendente produzione, che si è saputa far valere così tanto da ottenere una nomination ai David di Donatello come miglior regista esordiente nel 2017. Stiamo parlando di WAX: We Are the X, di Lorenzo Corvino.

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Rutger Hauer, insieme a Andrea Sartoretti in Wax: We Are the X (L. Corvino, 2016)

Un film girato con un buget bassissimo (anche il compenso accettato dall’attore lo fu, ma non l’entusiasmo con cui accettò di parteciparvi), filmato solo con l’utilizzo di smartphone e similari apparecchiature mobili, ambientato tra Roma e la Costa Azzurra, che narra la vicenda di 4 giovani che si illudono di poter sfondare nel mondo del Cinema. Una sorta di road movie Wax, in cui le strade percorse sono quelle delle frustazioni di una generazione che non riesce a trovare un proprio spazio nella società. Nel loro viaggio, i protagonisti incontreranno un personaggio misterioso, Aaron Mulder (questo il nome del personaggio interpretato da Rutger Hauer nel film), che dirà loro:

Anche se non ci sono degli assassini, non vuol dire che non ci siano dei colpevoli.

La malattia è l’assassino, quella che ci ha portato via un altro grande attore. Un uomo che con i suoi personaggi ha saputo arricchire la nostra fantasia. I colpevoli saremo noi qualora dimenticassimo l’enorme apporto che Rutger Hauer ha saputo dare al cinema internazionale.

di Joana Fresu de Azevedo