“Allora, chiudi la scena su lui basito.” “Sì, chiudi su di lui basito e fondo in nero”. “Eddai, scrivi!”.

Da quando è giunta la notizia della scomparsa di Mattia Torre, questo dialogo è come se mi perseguitasse. In origine, è tratto dalla serie Boris e avviene tra Andrea Sartoretti e Valerio Aprea. Doveva rappresentare la tendenza con cui spesso alcuni sceneggiatori ricorrono a soluzioni banali pur di chiudere in fretta una scena. Ecco, chi scrive ha avuto questo scambio di battute in testa da quando ha saputo del fatto che uno degli ideatori di quel dialogo ci ha lasciati: sono basita e mi sento in dissolvenza su fondo nero. Qualcuno, in sottofondo, mi ha detto eddai, scrivi. E io mi sono messa a scrivere. E a cancellare. E a riprovare a scrivere. E a cancellare di nuovo.

Non è solo colpa della scarsa attitudine a scrivere coccodrilli. Ne ho già scritti diversi. Anzi, faccio parte di quella generazione (di trenta-quarantenni) che purtroppo è avvezza a vedere molti dei propri punti di riferimento cinematografici morire. Ma, in questo caso più che mai, il terrore di cadere nel pietismo o, ancora peggio, in quello che qualcuno ha definito RIPerismo (da R.I.P – Rest In Peace, Riposa In Pace) con cui troppo spesso, soprattutto sui social, si saluta la dipartita di un personaggio noto, mi ha finora bloccato. Perché è forte la sensazione che il primo che avrebbe trovato ridicole le canoniche parole da commiato di questo tipo sarebbe stato proprio Mattia Torre. Il papà di Boris avrebbe subito scritto una battuta per il suo René, che mi avrebbe detto qualcosa tipo “dai, cazzo, cagna maledetta, smettila”.

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Il cast di Boris – La serie

E allora, come si fa? Come si fa a spiegare che grande penna fosse quella di Mattia Torre? Come si fa a non pensare che ci abbia lasciato con una incredibile voglia di vedere i suoi personaggi scrivere la sceneggiatura per la nuova serie di Gli Occhi Del Cuore, quella di cui divoravamo episodi seguendo la serie su Sky? Come si fa a non essere melensi dicendo che gli occhi di chi ha avuto modo di apprezzarne l’enorme valore nel panorama della sceneggiatura, della serialità e del cinema italiano oggi sono pieni di lacrime? Come si fa ad accettare che un autore che tanto ha dato e che, sicuramente, tanto aveva ancora da dare (da poco, era stato anticipato che si apprestava a tornare dietro la macchina da presa per il suo prossimo film, che avrebbe avuto Valerio Mastandrea tra i protagonisti), possa andarsene a soli 47 anni? Come si fa a rendere l’idea di quanto il suo lavoro sia stato in grado di influenzare un’intera generazione? Torna quel eddai, scrivi!

E, allora, proviamo. Ma facciamolo con le parole dei suoi personaggi, delle sue serie, dei suoi film. Proviamo parlando di ciò che ce lo ha portato via, la malattia che lo aveva già colpito da alcuni anni. Il tumore. Quello che, con coraggio, sagacia e una punta di ironia  (tutti elementi chiave e costanti della sua scrittura), ha voluto raccontare in La linea verticale, serie tv di cui vi abbiamo già parlato e per la quale avevamo anche intervistato l’attore Babak Karimi, e che proprio oggi avrete modo di rivedere in una maratona che Rai3 ha deciso di dedicare in memoria di Mattia Torre.

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Greta Scarano Valerio Mastandrea in La Linea Verticale, serie scritta e diretta da Mattia Torre

Queste le parole usate dallo sceneggiatore romano per descrivere la malattia:

La malattia può essere una cosa buona, la malattia può segnare un cambiamento importante, e se la sai vivere, se la sai combattere, la malattia può segnare anche una rinascita. L’importante è cercare di non morire. Ma pure, evidentemente, anche la morte va presa come una cosa che può succedere. Quello che voglio dire è che solo se non hai paura di niente puoi sopravvivere a tutto.

E, ancora, sul finale della stessa serie, Torre lascia che Valerio Mastandrea esprima il senso di come lui stesso abbia affrontato la scoperta della malattia:

Quando ho saputo del tumore sono morto all’istante. E poi, da quel momento, ogni minuto, ogni ora, giorno, mese, è stato sorprendente e inaspettato. E’ un dono, come un morto a cui si dice: puoi vivere ancora, non si sa quanto, ma puoi vivere ancora. Basta fare un passo alla volta.

Mattia Torre da tempo sapeva di essere malato. Lo sapeva anche quando, ad ottobre 2017, venne invitato da Sedicicorto International Film Festival e Caratteri d’Autore per un incontro dedicato al decennale di Boris.

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Mattia Torre Valerio Aprea al 14° Sedicicorto International Film Festival

Arrivò a Forlì, accompagnato da Valerio Aprea, quasi sorpreso che così tante persone fossero lì per ascoltarlo parlare ancora di quella serie che ha radicalmente cambiato il nostro modo di guardare alla serialità stessa, proprio perchè lui (e i suoi sodali, Ciarrapico e Vendruscolo) ce l’aveva fatta vedere da dietro le quinte, dal punto di vista di chi quelle storie si trova a doverle scrivere ogni giorno. Raccontò del suo stupore nell’essere fermato da persone che all’epoca delle prime puntate erano poco più che adolescenti e che ricordavano ancora le battute a memoria. Forse, Torre non sapeva che molti di noi quelle battute le usano continuamente, a cena con gli amici, magari proprio guardando qualche episodio su qualche piattaforma digitale. Si trovò davanti una persona che di quella serie ricordava tutto; che era stata tra quelli (pochi, a dire il vero) ad aver visto il suo genio anche in Piovono mucche, di Luca Vendruscolo, per il quale firmò la sceneggiatura; che provò a chiedergli se, a differenza degli sceneggiatori di cui raccontava, lui seguisse un metodo particolare. La sua risposta è tra le frasi che ora riecheggiano nella testa:

Cerco di fare cose che uno amerebbe vedere da spettatore

Questo quello che abbiamo perso con Mattia Torre. La sensibilità di un grande autore, rispettoso del suo lavoro, che amava profondamente e in cui cercava di portare uguale rispetto per lo spettatore. Un genio. Un autore che ha saputo raccontare un’intera generazione, riuscendo a fare ciò che molti avevano dimenticato: cercare di darle voce, di rappresentarla. Nelle ambizioni sfrenate, nelle timidezze e paure, nel dolore della malattia, nel timore della perdita. Se ne è andato Mattia. L’acquario che conteneva il celebre pesce rosso della locandina della sua iconica serie è rimasto vuoto. Un po’ lo sono anche i nostri cuori. Ma resterà, sempre, ciò che ha saputo scrivere per noi. Che ora cercheremo di andare avanti. Un passo alla volta.

di Joana Fresu de Azevedo