Ci risiamo: dopo Alice, Aurora, Ella, Bella, Mowgli e, non ultimo, Dumbo, anche Aladdin ha subito la cura ricostituente del live-action. Una cura non definitiva, visto che, tra poche settimane, saremo nella savana africana con Simba e la sua allegra brigata (con un tappeto magico ancora in volo sui cieli di Agrabah). Una cura che, volente o nolente, fa emergere il guelfo o il ghibellino che è in noi, portandoci a ripudiare operazioni del genere per lesa maestà o, invece, ad accogliere a braccia aperte la versione rinnovata di quel classico e di quell’altro ancora.

Dalle parti di Burbank, questa operazione di reincarnazione dei classici animati più amati sta procedendo spedita e senza intoppi (e, negli ultimi tempi, si è scalata la marcia, portando da una a due o più produzioni all’anno). C’è chi vede in questa “operazione nostalgia” nient’altro che un modo per rinnovare diritti e royalty in scadenza – vedi i casi Cenerentola, La Bella Addormentata e Dumbo –, chi, invece, intravede il malcelato tentativo del colosso Disney di monetizzare senza rischiare troppo nella scrittura di storie e nella creazione di mondi nuovi. La verità, come sempre, sta in posizione mediana. Tuttavia, dopo la visione di Aladdin (2019), sono convito che remake di questo tipo fanno davvero bene all’anima. Vi spiego il perché.

Iniziamo col dire che Aladdin è una bella ventata fresca. Chi ha avuto modo di assistere o, a breve, assisterà a qualsiasi sua proiezione, vivrà un’esperienza singolare, dove leggerezza e, in misura maggiore, magia, accompagnano, di più, trasportano lo spettatore verso esotici luoghi dell’anima dal primo al centoventesimo minuto.

Gran parte del merito è del regista, uno su cui, mai e poi mai, avreste scommesso per una produzione del genere. Guy Ritchie è un movie-maker lontano dall’essere definito disneyano. Eppure con Aladdin, il creatore di uno dei migliori e più alternativi Sherlock Holmes cinematografici della storia ci meraviglia con un live-action che non ha nulla da invidiare con l’intramontabile e, per certi versi, insuperabile lungometraggio animato del 1992. Ma la Disney è abituata sempre a stupirci, soprattutto con le sue infinite controllate, quando nei suoi progetti coinvolge artisti lontani dai suoi canoni (James Gunn e i suoi  I Guardiani della Galassia sono l’esempio).

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Nuovo live-action per la Disney. Ora tocca ad Aladdin (G. Ritchie, 2019)

Tuttavia, il Ritchie assoldato da Topolino non si discosta di molto dal Ritchie autore di Snatch. Infatti, lo straccione Aladdin rappresenta il riscatto di tutti quei personaggi sfortunati che popolano la filmografia del regista inglese. Aladdin, a ben vedere, è un film politico, seppure confezionato come uno sfavillante musical del rinascimento disneyano con colori e coreografie bollywoodiane. Politico, perché ci presenta la costante lotta per il potere e la persistente cupidigia dell’essere umano: mai essere il secondo di nessuno, mai! Politico, perché tra le righe sono ravvisabili alcuni riferimenti ai nostri tempi e alle sfide ancora aperte  in termini di diritti – penso alla non ancora raggiunta piena ed effettività parità di genere o alle condizioni di estrema povertà, non ancora “abolita”, in cui vivono vasti strati della popolazione –, nonostante che il regno narrato sia di secoli ormai prescritti dal tempo. Insomma, Guy non si smentisce mai, donandoci una delle migliori reincarnazioni di un classico Disney finora realizzati senza rinnegare se stesso e il suo stile.

Dall’altra parte, a rendere grandioso questo film è il mix che si è creato al momento del casting. Attori semisconosciuti sono stati affiancati a uno dei più grandi, versatili e sottovalutati interpreti della settima arte. Will Smith ruba letteralmente la scena e se per i puristi integralisti il Genio è solo e soltanto Robin Williams, qui bisogna riconoscere la bravura di un attore che ha reso suo uno dei personaggi più iconici dell’animazione mondiale.

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Will Smith è il Genio nel live-action Disney Aladdin (G. Ritchie, 2019)

È una storia che si ripete sempre, quella del confronto tra attori che interpretano lo stesso personaggio in produzioni e in epoche diverse. È successo con Joker di Batman – o Batman stesso –, con Spiderman e con tanti altri. E il Genio doppiato, anzi interpretato dal compianto Williams, è in assoluto una delle migliori interpretazioni di sempre. Will Smith sapeva del rischio che avrebbe corso, ma, da professionista qual è, ha accettato la sfida, dando vita a un Genio, sì, sempre blu, ma più somigliante al principe di Bel-Air che a quello del cartoon. Un principe di Bel-Air anagraficamente avanti con l’età, ma ancora fresh come un trentennio fa. Così come avvenne con Robin, anche Will sembra aver avuto carta bianca nel plasmare la sua versione dell’inquilino della lampada. E i risultati si vedono.

Will Smith è il mattatore incontrastato, vero, ma gli attori scelti per personificare i co-protagonisti della storia sono davvero bravi e credibili nelle loro prove attoriali. Oddio, Jafar in versione giovanile spiazza un po’, però come antagonista/nemesi di Aladdin risulta essere una scelta più che azzeccata. Per non parlare del sultano che, durante la visione in sala, ero pienamente convinto che fosse interpretato da Andy Garcia e non da Navid Negahban.

I non conosciutissimi Mena Massoud e Naomi Scott sono perfetti negli stracci di Aladdin e nelle regali vesti di Jasmine. Il collega del Jack Ryan di Amazon interpreta al meglio la figura del ladruncolo dal cuore d’oro, pardon dal cuore di “diamante grezzo”. E fin dalle scene iniziali si evince come la sua agilità si presta bene alle vorticose inquadrature ritchiane (il vero marchio di fabbrica del regista). Naomi Scott, giovane leva della musica e del cinema UK, invece, ti incanta, non tanto per quei bellissimi primi piani che ne esalta la bellezza, ma per la forza che riesce a infondere alla principessa ribelle, in special modo nelle battute finali.

Infine, come è logico supporre per produzioni del genere, la CGI gioca un ruolo di prim’ordine, ma non risulta particolarmente abusata, come, invece, avverrà nel prossimo Re Leone. Le versioni digitali di Abu e di Iago sono, sì, più realistiche, ma, non c’è niente da fare: le loro ver  1.0 in china e in 2D sono decisamente migliori, punto.

In conclusione, Aladdin è un film coloratissimo, vorticoso e frenetico, come lo sono, del resto, tutte le opere di Guy Ritche. E come tutti i remake in live-action finora realizzati, questa trasposizione del classico di inizio anni ‘90 ha un taglio più adulto, dove sono presenti più piani di lettura, ravvisabili nonostante siano pesantemente coperti dalle sfarzose scenografie e dagli immancabili inserti canori. Insomma, un prodotto destinato, nelle intenzioni, ai più giovani, ma che strizza l’occhio ai loro genitori che, in questo caso, hanno modo di ritornare bambini, quando avevano l’età dei propri  figli all’uscita del primo Aladdin. Perché anche se questa operazione di “reincarnazione” fosse fatta non per nobili motivi, rimane incontrovertibile questo dato di fatto: i classici hanno ancora il loro fascino. L’eventuale loro riproposizione in una versione più tecnologica e a passo coi tempi, non sarebbe altro che uno stimolo per rivedere l’opera prima. Inoltre fa conoscere alle nuove generazioni ciò che i genitori hanno conosciuto e amato alla loro età. Magia del cinema e, in questo caso, di una lampada e di una storia di mille e una notte più attuale che mai.

di Eduardo Zorzetti