I film della mia infanzia sanno tutti di pipì. Di gelsomino. E di brezza d’estate.

Torna indietro, Almodóvar. Per andare alla ricerca Pedro. Quello che è cresciuto nella Spagna delle costrizioni della dittatura franchista. Quello del bambino che ammira sognante la bellezza delle donne al fiume, capaci di far riapparire il candore con il proprio tocco sapiente. Quello di una Madrid che voleva vivere, resistere, trasgredire, ma si è ritrovata a far i conti con i propri eccessi. Quello del suo primo desiderio: l’amore per il cinema.

Si spoglia del suo nome sin dai titoli di testa, in cui appare semplicemente per ciò che gli altri vedono di lui: essere Almodóvar. Lascia che a raccontare la sua storia sia Salvador Mallo (anagrammisti che ci leggete: sarà facile per voi capire la scelta del nome del protagonista), regista cinematografico i cui giorni di Gloria sembrano ormai sul viale del tramonto. Stanco e provato dal dover convivere con il Dolore. Quello fisico, minuziosamente descritto da psichedeliche animazioni (affidate alle sapienti mani di Juan Gatti, autore di alcune delle più belle locandine dei film di Almodóvar) che ne fanno intravedere il cammino verso un delirio di sofferenza; quello dell’anima, di un uomo che si trova, spinto dalla sua stessa depressione, a dover fare i conti con un passato che aveva cercato di annullare, fin quasi a rinnegarlo. L’incontro con Alberto, attore con cui aveva smesso di parlare alla chiusura del set di quello che viene giudicato da critica e pubblico il suo capolaboro, Sabor, lo farà ripiombare nei ricordi. Lasciando che riaffiorino liberi.

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Antonio Banderas é Salvador Mallo, protagonista di Dolor y Gloria (P. Almodóvar, 2019)

Così Salvador ritorna alla sua infanzia negli anni ’60; al momento in cui con i genitori si trasferisce a Paterna, un paesino della provincia di Valencia; a quando la povertà lo porterà a vivere in una grotta e lo costringerà a entrare in seminario per poter avere accesso agli studi, grazie anche alla sua melodiosa voce che lo rese il candidato perfetto per il ruolo di solista nel coro. Alla prima volta che la vita lo portò a dover essere solo per poter emergere.

Fecero di me un assoluto ignorante che superava le materie senza fare nemmeno un esame. Poi diventai un regista cinematografico.

Si racconta, Salvador. Per sfuggire al dolore, cerca di ripercorrere le tappe che lo hanno portato a formarsi sia come uomo che come artista. La sofferenza, che gli ha fatto capire di essere l’uomo più solo al mondo che la morte avesse mai visto, cerca di mitigarla con il ricordo della madre. Una donna bellissima, consapevole della propria condizione, ma che grazie alla sua intelligenza e tenacia riesce a riportare all’ordine quel figlio spaesato e sognatore.

Una vita fatta di dipendenze affettive. Che, con la maturità, diventano dalle sostanze stupefacenti. La cocaina nel periodo del successo, per affrontare i frenetici ritmi del cinema madrileno che non voleva freni al proprio flusso creativo, durante quegli anni ’80 che furono in Spagna gli albori di una libertà ritrovata e l’inizio del declino dei valori di una società che ancora non aveva iniziato a fare realmente i conti con ciò che era stata. Poi arriva l’eroina, che non aveva mai voluto provare, ma che gli viene servita su un foglio d’argento. E che per Salvador rappresenta il modo per soffocare i suoi dolori, fino ad abusarne. La dipendenza. E’ anche il nome di un testo scritto tempo prima, che Alberto ritrova per caso e che Salvador accetta di barattare per qualche dose in più offerta dall’amico attore. Qui torna la paura: di vedere i suoi sentimenti travisati; di doversi guardare dentro in un momento in cui in tutti i modi sta cercando di abbandonare il suo corpo. Quando Alberto, per tranquillizzarlo, gli dice Non faccio Shakespeare, né Cecov, né Lorca. Faccio te, la sola risposta che Salvador riesce a dare è Se lo  farai male, mi sentirò morire. Perché in quel testo ci sono le sue dipendenze narrate; perché è lì che lui ha lasciato vivere Marcelo, quel suo primo desiderio di amore che l’eroina ha allontanato da lui. Perché è in quel monologo che Salvador aveva lasciato per la prima volta che fosse il se stesso bambino a giudicare ciò che era diventato. La messa in scena del monologo è struggente. La scena vuota, lasciata vivere solo dal contrasto tra il rosso della passione e il bianco candido dell’innocenza perduta. E da un uomo, solo, al centro del palco e alla mercé del giudizio del pubblico. Il ritorno di Federico (il Marcelo della realtà) sarà il momento per Salvador di lasciar andare il passato. E affrontare il suo dolore.

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Asier Etxeandia, con il suo Alberto, porta in scena La dipendenza di Salvador in una scena d Dolor y Gloria

Dolor y Gloria forse è l’Almodóvar più Almodóvar che abbiamo mai visto. Il regista spagnolo non abbandona le tematiche che hanno forgiato la sua cinematografia: il rapporto con la madre; la sottile vergogna di aver abbandonato il candore del paese per rifugiarsi negli eccessi della movida cittadina; il ruolo della religione nella sua vita, da rifiutare laddove vista come costrizione, ma in cui rifugiarsi quando il senso di solitudine e il peso dell’abbandono lo fanno sentire impotente. Il tutto, vissuto con le note di qualche canzone di Mina in sottofondo. Almodóvar, per far rivivere il suo passato, sceglie di affidarsi ad alcuni attori che lo hanno fortemente (anche simbolicamente) accompagnato nei fasti della sua carriera. Non appare, quindi, un caso, che a portare Salvador a ritrovare se stesso sia il personaggio interpretato da Cecilia Roth, icona di Tutto su mia madre. O che sia il volto di Pepelope Cruz quello scelto per impersonare quella giovane e determinata donna che era la madre agli occhi dell’Almodóvar bambino.

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Il regista spagnolo torna a dirigere Penelope Cruz in Dolor y Gloria (P. Almodóvar, 2019)

Né stupisce che a rappresentare gli acciacchi e i dolori di Salvador sia Antonio Banderas, quell’attore a cui Almodóvar già altre 8 volte si era rivolto e che, reduce da un infarto, il regista ha guardato, dicendogli si vede che hai visto la sofferenza in faccia. Quindi, perfetto per il ruolo di Salvador. Ma in questo nuovo film, presentato al Festival di Cannes e accolto già come il capolavoro della maturità artistica del regista spagnolo, Almodóvar sceglie anche di osare. Dando all’attore Asier Etxeandia, noto soprattutto sul mercato spagnolo, il compito di portare sullo schermo il suo alter-ego Alberto, che nella scena del monologo a teatro gli permette di dire ciò che non aveva mai avuto il coraggio di raccontare prima. E continua a scoprire talenti, Almodóvar. Presentando al pubblico la genuità interpretativa di Asier Flores (il Salvador bambino) e la bellezza statuaria di César Vicente (il solo nudo che vediamo in tutto il film, ma in un’aurea così pudica che quasi proviamo la vergogna del piccolo Salvador nel restare a guardare lo schermo), l’Eduardo che è la rappresentazione della febbrile scoperta di sé. Inoltre, non smette di mostrare la sua passione per il cinema e il talento, non solo attraverso continui rimandi alle glorie del cinema degli anni ’50 e ’60 (Tyron Power, Liz Taylor, icone da album delle figurine, tutte da collezionare), ma anche dirigendo uno dei volti più apprezzati dell’attuale cinematografia argentina, quel Leonardo Sbaraglia, i cui occhi limpidi e commossi regalano allo spettatore l’idea del passato che non si arrende, seppur consapevole di essere ormai andato. Spiace solo, in questo caso, il fatto che un tentennante doppiaggio italiano non riesca a rendere la forza interpretativa dell’attore argentino.

Dopo aver scritto la sceneggiatura in modo che le vicende tratteggiassero solo la storia, entrando nel profondo della narrazione, ma senza imposizioni, Almodóvar guarda a se stesso, al suo cinema, al suo dolore e alla sua voglia di continuare a scrivere e dirigere per riuscire a vivere attraverso i tratti sbiaditi di un disegno senza autore abbandonato. Nella cui trama rivede e rivive il suo primo desiderio: il cinema. Che gli ha permesso di diventare Almodóvar. Mentre con Dolor y Gloria ritrova pienamente Pedro.

di Joana Fresu de Azevedo