Non abbiamo mai pensato che la Disney potesse andare per il sottile, alla fine di una saga durata 11 anni, 22 film e un’incalcolabile quantità di miliardi di dollari. Perché è di questo che stiamo parlando quando parliamo di Avengers: Endgame: del dollaro. Più tre ore di durata, un cast di oltre venti attori principali, comandati da un Robert Downey Jr. in evidente stato di grazia, centinaia di rimandi all’Universo Marvel per un film che non ha necessità di acquisire nuovi fan (cosa che comunque sta riuscendo a fare grazie alla portata mastodontica del progetto) ma preferisce omaggiare i vecchi.

I vecchi affezionati fan, che hanno ormai digerito e accettato la follia revisionista che trasforma i fumetti in film, i film in videogiochi, i videogiochi in libri e i libri in nuovi fumetti, e hanno l’occhio abituato alla luminosità rutilante e alla iper-velocità narrativa e sequenziale del cinema d’azione post-moderno. Endgame arriva però con almeno un anno di ritardo, per sorprendere veramente. Un anno in cui Avengers: Infinity War ha tracciato un segno nella sabbia per il coraggio e l’abilità nel gestire una narrazione così articolata e per la complessità di un apparato tecnico lanciato nella sfida (tutto sommato vinta) di restituire l’ampio respiro e la visione macroscopica del kolossal d’altri tempi. Endgame, insomma, soffre della presenza action e rutilante del capitolo precedente che, seppur non mancasse di criticità, trovava una dimensione nell’ambizione sfrenata supportata da un sapiente dosaggio di cast e tecnica.

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Sin dal primo giorno di uscita in sala, Avengers: Endgame ha registrato il primato al botteghino

Questa nuovo capitolo, invece, sorprende in negativo proprio per la mancanza di misure che dimostra che la fretta (i due capitoli sono stati girati quasi in contemporanea) è una consigliera veramente pessima. Se alcune caratterizzazioni comiche funzionano – Thor (Chris Hemsworth) ingrassato e alcolizzato è una presenza inaspettata e rinvigorente – e il cuore, prima del cervello, sembra finalmente emergere sotto le giacche e le cravatte storicamente asettiche di chi ha prodotto il film e la saga, il buon Endgame soffre di una prima parte lenta e soporifera, e di un finale votato nuovamente (dopo la parentesi Infinity War) alla convenzionalità. La mancanza pressoché totale di azione del primo atto è una scelta coraggiosa e in parte apprezzabile, se non fosse che le caratterizzazioni dimostrano di non reggere una matassa votata da sempre alla spettacolarità e non all’introspezione. La centralità corrosiva dell’azione nel secondo non riesce a saturare la mente di chi è al cinema e, ormai confuso e stanco, pensa solo a cosa offre il fast food più vicino. I momenti divertenti o sorprendenti non mancano di certo: il combattimento tra Captain America (Chris Evans) e Captain America (sempre Chris Evans, ovviamente), l’incontro iniziale tra Scott Lang (Paul Rudd) e la figlia Cassie, il finale. Ma la maggior parte dei personaggi si trova in scena solo il tempo di regalare brevissimi cammei e tante potenzialità sono lasciate in pasto ai cani. Ora, vediamo la cosa nell’insieme, visto che nemmeno noi siamo andati tanto per il sottile. I fratelli Russo mantengono la baracca a galla e regalano un ultimo capitolo imperfetto ma comunque parzialmente godibile. E quando Endgame verrà ricordato in futuro per il coraggio e l’imponenza non ci scandalizzeremo, anzi saremo felici e partecipi. Ma la parola capolavoro è inerente solo alle opere eccellenti. Che esistono, ovviamente, e solo proliferate per lungo tempo anche all’interno del cinema di genere. Ma che rimangono decisamente una cosa differente da Avengers: Endgame.

di Edoardo Saccone