Somewhere over the rainbow
Bluebirds fly
And the dreams that you dare to
Oh why, oh why can’t I?

Questa una delle celebri frasi di Over the Rainbow, brano cardine della colonna sonora di Il mago di Oz, composto dal maestro Harold Arlner, e canzone che ha accompagnato Judy Garland per tutta la sua vita. Una specie di passpartout per l’attrice, che la intonava a tutti i suoi concerti, dopo aver vestito i panni di Dorothy, nel 1939. Nei suoi anni di carrierra, la Garland è divenuta un fenomeno del cinema musicale statunitense, vissuto da protagonista, prima come bambina prodigio, per 14 anni e più di 20 film come punta di diamante degli Studios MGM, poi come giovane donna per la Warner Bros. Sul finire della sua carriera, la fidanzatina d’America, amata in tutto il mondo, ha poi avuto modo di mostrarsi, al pubblico come alla critica, per la grande performer e cantante jazz che era, calcando i palcoscenici dei più importanti teatri dell’epoca.

The world is a stage; the stage is a world of entertainment! Cantava così Judy Garland in That’s Entertainment, contenuta nell’omonimo album che incide per la Capitol Records nel 1960, etichetta americana che ha distribuito alcuni tra i più grandi rappresentanti della scena jazz statunitense. E tutta la vita, privata come artistica, della Garland è comprensibile ed analizzabile solo tenendo come riferimento il mondo dello spettacolo di quegli anni: fatto di pressioni, di produttori che consumavano fino all’osso le proprie star, non ponendo un freno alle loro dipendenze (nel caso della Garland, da alcol e anfetamine, che già la madre le somministrava sin da piccola, in un cocktail letale che mirava a tenerla magra, bella e perennemente giovane).

Ma Judy va oltre lo spettacolo. La Garland attraversa l’Arcobaleno dei suoi anni, tra luci (quelle del set e delle scene che calca) e ombre (nella sua vita). Negli anni è riuscita a diventare Miss Show BusinessEd è proprio così che si chiama l’evento offerto dal Lovers Film Festival al pubblico accorso a Torino per seguirne la 34a edizione. Ciò avviene per il fatto che il mito di Judy Garland sia così osannato e radicato nell’immaginario LGBTQI, tanto che a lei è legata una leggenda metropolitana collegata alle motivazioni che hanno portato, il 28 giugno 1969, ai moti di Stone Wall, di cui il festival torinese commemora in diversi modi il cinquantennale. A raccontare questa storia, ripercorrendo tutta la carriera e la vita dell’attrice, è Federico Sacchi. Musicteller di professione, attraverso immagini da film, dischi, concerti e apparizioni televisive che hanno reso Judy una leggenda, Sacchi ci porta fin dentro l’anima della Garland, facendocela conoscere attraverso le intonazioni della sua voce mentre si esibisce dal vivo per il suo pubblico, le espressioni del suo corpo quando di trova su un set cinematografico, le foto private della sua vita in famiglia. Lo fa con ardimentoso rispetto, tenendosi quasi in penombra sul limitare del palco, lasciando che ad attirare l’attenzione siano le immagini e le foto che scorrono (grazie alle illustrazioni di Clara Patella) veloci, come veloce è stata la vita stessa della Garland, morta il 22 giugno 1969, all’età di soli 47 anni.

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Miss Show Business è il documentario live di e con Federico Sacchi presentato al 34° Lover FF

Nel racconto del funerale troviamo un primo indizio per comprendere il perché Judy Garland sia diventata un’icona gay e come si sia potuti giungere alla leggenda che voleva la comunità LGBT ancora talmente sconvolta da quella prematura scomparsa dall’aver vissuto la retata di Stone Wall come la goccia che fece traboccare il vaso della loro disperazione. Ai funerali della Garland, svolti pochi giorni prima di quel 28 giugno 1969 (che si ricorda come il primo Gay Pride della storia), erano presenti circa 20 mila persone; si stima che circa 12 mila di queste fossero omossessuali. Come era possibile che la fidanzatina d’America, la donna nota per i suoi (tanti) matrimoni famosi e così adorata diva dell’americano medio borghese del dopoguerra potesse essere così significativa per la comunità gay, i cui membri noti erano soprattutto giovani latini o afroamericani? Perché, ovviamente, non era così; perché la comunità che diede vita al movimento di Stone Wall era molto più eterogenea di quello che era l’immaginario dell’epoca; perché tra quel folto pubblico che affollava i suoi concerti e riempiva i teatri durante i suoi spettacoli, pravalentemente maschile, medio borghese, bianco e di mezza età stava gran parte del popolo gay. E grazie a Judy Garland poteva vivere con lei la sensazione di essere meno soli oltre l’arcobaleno.

Nel suggellare questo legame tra la Garland e la comunità gay non poteva mancare la citazione ad un’altra delle icone del movimento: Barbara Sterisand, che partecipò al Judy Garland Show sulla CBS e che molti indicano, sia dal punto di vista cinematografico che musicale, come la vera erede di Judy. Il vedere, nel corso dello spettacolo, quello spaccato tenevisivo nella sua versione integrale, oltre che a farci cedere nella commozione, ci mostra l’altissimo livello raggiunto da queste due grandi interpreti del nostro passato.barbra-streisand-judy-garland-duet-flashback-friday-ftr.jpg

Barbara Streisand partecipa, ad appena 21 anni, al Judy Garland Show (1963)

Con la sua impeccabile presenza scenica, fasciato in un abito bianco chiccosissimo e che gli permette di essere ben visibile anche a chi siede negli ultimi posti della grande Sala Cabiria del Cinema Massimo di Torino che lo ospita, Federico Sacchi guida il pubblico negli antri bui attraversati dalla Garland nel corso della sua carriera. Lo fa con delicatezza e rispetto, senza mai cadere nel moralismo o nella tentazione di giudicare la persona prima che la grande interprete. Con la voce quasi incrinata dalla commozione nel riprendere la parola dopo l’ascolto di uno dei brani che l’hanno resa grande. Certo, consapevole anche del fatto che la sala fosse sì piena di fan della Garland. Ma anche di tanti e tante Judy. Che per una sera si sono sentite meno soli oltre l’arcobaleno.

di Joana Fresu de Azevedo