Un trailer dal titolo Chaplin 130 richiama l’attenzione al centotrentesimo compleanno (era nato a Londra il 16 aprile 1889) di quel grande genio del cinema comico che è stato Charlie Chaplin, ovvero Charlot come l’abbiamo conosciuto sin dalle sue prime apparizioni, un personaggio dalle caratteristiche psicologiche ed anarcoidi fuse  con comicità e pathos: Charlot emigrante, Vita da cani, Charlot soldato e Il  monello, tanto per citare i più famosi e noti. Una maschera capace di parlare al cuore della gente, a farla ridere e commuovere, riflettere e sognare.

Federico Fellini ricordava Charlot come un piccolo amico che arrivava con i suoi film sotto le feste di Natale:

Era come un dono” – affermava il genio riminese – era come la bicicletta, il primo libro di Pinocchio, l’albero di Natale. Charlot si confondeva in questa atmosfera festosa e cosi è rimasto per sempre.

Ed affermava ancora che come cineasta considerava Rossellini Omero e Chaplin Adamo, un progenitore. Discendiamo tutti da lui, concludeva. E da lui discendono  gli  spettatori che hanno avuto l’infanzia rallegrata da questo personaggio dal buffo aspetto, cosi come Chaplin l’aveva voluto: pantaloni goffi, giacca attillata, cappello piccolo e scarpe grosse, ed inoltre un paio di baffi che l’avrebbero un po’ invecchiato, senza nascondere la sua espressione.

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Un’immagine da Il monello, primo lungometraggio di Charlie Chaplin (1921)

Panni che Charlot indossa per la prima volta  il 7 febbraio 1914 in cui veste il ruolo di un vagabondo. Nascono cosi le prime comiche che portano  nel 1921 al suo primo lungometraggio: il già citato Il monello. Da lui anche interpretato, cosi come succede nei film successivi : La febbre dell’oro (1925), Il circo (1928), Luci della città (1931), Tempi moderni (1936) : tutti capolavori indiscussi.  Nel 1940 , in pieno tempo di guerra, esce Il grande dittatore, film scopertamente politico osteggiato dalla destra USA (il senatore Mac Carthy gli scatena addosso una crociata accusandolo di filocomunista) e da gran parte dell’opinione pubblica americana. Chi non ricorda la  perfetta imitazione di Hitler del piccolo barbiere ebreo, che ne sfrutta la grande somiglianza, ed il suo messaggio di pace pronunciato alla fine del film? Indimenticabile poi il ruolo di Calvero in Luci della ribalta (1952) che ha commosso tutto il mondo. Un film che segna anche l’incontro tra due genii del cinema: Charlie Chaplin, appunto, e Buster Keaton, la cui comicità è strettamente legata al silenzio:  memorabile il numero finale con Chaplin al violino e Keaton al pianoforte. E memorabile è anche la colonna sonora composta dallo stesso Chaplin, uno dei più bei temi di tutta la musica da film, che commuove ancora oggi quando se ne ascoltano i vari arrangiamenti.

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Il grande dittatore sconvolse l’America e valse a Chaplin l’accusa di comunismo.

Dopo che gli è stato negato il visto per il ritorno da Londra negli Stati Uniti decide di stabilirsi in Svizzera e nel 1957 esprime nel film Un re a New York tutta la sua amarezza contro l’intolleranza statunitense.  Conclude la sua carriera di regista e di attore con La contessa di Hong Kong (1967), unico suo film a colori dove lo troviamo a fianco di Sophia Loren e Marlon Brando: interpreta il ruolo di  un maggiordomo regalandoci per l’ultima volta  la sua  comicità ed il suo sorriso. Finalmente Hollywood, nel 1972, gli assegna un Oscar per l’incalcolabile contributo dato alla trasformazione del cinema nell’arte del nostro secolo.

 Un cinema, il suo, che è tornato a nuova vita grazie all’opera di restauro della Cineteca di Bologna che ha consentito l’edizione in DVD dei suoi lungometraggi. Da alcuni anni ha intrapreso, infatti, un The Chaplin Project, un complesso lavoro attorno a tutta l’opera di Charlie Chaplin perpetuandone, giustamente, la memoria.

di Paolo Micalizzi