Concedeteci una metafora calcistica iniziando a parlare di Il Campione, dicendo che Matteo Rovere Sydney Sibilia (con la loro casa di produzione Grøenlandia e il supporto di Rai Cinema) hanno fornito una serie di assist imbattibili al cinema italiano. Come aver dimostrato che si possa credere in un’opera prima, dando fiducia ad un giovane regista (Leonardo D’Agostini); che la linea tra un attore protagonista e uno coprotagonista o comprimario possa essere incredibilmente sottile laddove si riesca a costruire un cast fatto di professionisti (non importa se alle prime armi o meno) di grande valore; che, laddove si riesca a trovare una storia meritevole di essere raccontata (seppur solo all’apparenza rientrabile nel tradizionale plot del romanzo di formazione), essa vada trattata con rispetto, offrendole la possibilità di procedere con ritmo cadenzato dalle giuste pause di riflessione. I primi campioni di cui parlare sono quindi Rovere e Sybylia, due registi under40 che da quando hanno fondato Grøenlandia invece di adagiarsi sugli allori dei successi dei loro film da registi (dalla trilogia di Smetto quando voglio, passando per Veloce come il vento e, più recentemente, arrivando a Primo Re) hanno deciso di fare in modo che la loro visione di ciò che intendono per fare cinema trovasse un nuovo spazio di condivisione, fornendo ad altrettanti giovani registi di talento la possibilità di veder realizzati i propri film.

Leonardo D’Agostini, al suo esordio nel lungometraggio (suo il cortometraggio del 2007 Sangue de perro) con Il Campione (nelle sale da 18 aprile, che noi abbiamo visto in anteprima per voi, NdR), coglie la palla al balzo, realizzando un film che ci sentiamo di vedere come un segnale più che positivo per il futuro del nostro cinema.

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Leonardo D’Agostini con Stefano Accorsi Andrea Carpenzano nel backstage di                       Il Campione, al cinema da 18 aprile

Marca a uomo (ammiccando alle donne) lo spettatore, raccontando la storia di Christian Ferro (Andrea Carpenzano), ventenne proveniente dalla borgata romana (Il Trullo, quartiere che l’evidente amore del regista ci fa percepire come luogo da cui sia difficile separarsi e smarcarsi), divenuto ricco e viziato per l’innato talento che lo ha portato a diventare una rockstar del calcio, diventando il bomber indiscusso della Roma, idolo dei tifosi e glorificato dalla sua città. La sua giovane età, unità alle scapestrate vecchie amicizie di quartiere a cui non riesce a rinunciare e una totale mancanza di disciplina, lo portano a trovarsi spesso nei guai, tra risse in discoteca, rocamboleschi incidenti su auto di extralusso e addirittura furti commessi per noia e voglia di esagerare che mettono nello scompiglio un intero centro commerciale. Il presidente della squadra (un Massimo Popolizio di cui troppo spesso non si sottolinea la bravura e che qui offre una prestazione degna del grande interprete che è) ormai è all’esasperazione e, cercando di trovare un modo per riportare all’ordine il suo bomber senza mettere in pericolo le sorti del campionato, offre Valerio Fioretti (Stefano Accorsi), professore disoccupato e reduce da una complessa vicenda familiare, l’incarico di portare il ragazzo alla conclusione del programma scolastico e al superamento dell’esame di maturità.

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Massimo Popolizio interpreta il Presidente dell’AsRoma in Il Campione (L. D’Agostini, 2019)

A niente valgono le insistenze né del procuratore e manager Nico (Mario Sgueglia, sfacciatamente bravo da far trasparire tutto lo squallore dietro al personaggio) nè di Christian, che dovrà sottostare all’ingombrante presenza del professore se vorrà poter entrare in campo ogni domenica. Parte da qui la trama di una delicata amicizia che nascerà tra i personaggi di Christian e Valerio. A tratti confidenti, a volte l’uno figura paterna per l’altro, che ritrova negli occhi del ragazzo il figlio perduto. Un rapporto fatto di regali inaspettati; di lezioni di storia che assumono senso solo laddove trasformate in schemi calcistici; di tentativi di trovare il modo di placare la comune rabbia. Due vite unite nel capire di vivere entrambi di sacrifici: per Christian dettati da quello stemma che prima di essere cucito sulla maglia sembra marcato a fuoco sulla pelle, cui si unisce il peso di sapere di poter passare in un attimo da fenomeno ad infame per la tifoseria e di non poter abbandonare l’anomala famiglia che popola la sua megavilla, in cui l’abitante più normale sembra essere un maialino con collarino in swaroski; per Valerio il sacrificio ultimo di aver dovuto rinunciare alla sua famiglia, al suo lavoro, a tutte quelle certezze che lo facevano sentire sempre consapevole di avere un ruolo nella società e del cui peso si libera solo dopo una sfrenata corsa in Lamborghini.

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Andrea Carpenzano Stefano Accorsi sono al cinema con Il Campione (L. D’Agostini, 2019)

Parte della bravura da regista di D’Agostini (qui anche in veste di autore del soggetto di Il campione e sceneggiatore, insieme a Giulia Steigerwalt Antonella Lattanzi) sta nel permettere allo spettatore di seguire senza pregiudizio le vicende di tutti i protagonisti della storia, senza moralismi ma anche senza cadere in facili statagemmi per portare il pubblico ad immedesimarsi in loro. Il Campione risulta così una commedia scattante, con momenti di graffiante ironia, resa possibile anche grazie a battute cariche di espressioni gergali, in cui a farla da padrone è l’inimitabile esuberanza del romanesco. Tendente a tratti nella denuncia sia sociale in generale che del sistema calcio nel suo colpesso, il film è dotato di un’ottima padronanza di ritmo e tensione, pur riuscendo a lasciare la giusta dose di respiro necessaria per la compresione di tutte le dinamiche che coinvolgono la trama. Una cura di dettagli che risulta quasi maniacale: si pensi alle scene le azioni calcistiche, rappresentate in modo così puntuale e credibile da farci sentire davvero come se stessimo assistendo al film dagli spalti dello Stadio Olimpico di Roma; o allo stupore che si prova nel vedere un murales dello street artist Jorit sulla parete scrostata di un condominio di periferia.

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In Il Campione anche un’opera dello street artist Jorit

Un enorme ruolo nell’ottima riuscita del film lo si deve indubbiamente all’ottimo cast selezionato. Tra i comprimari, oltre ai già citati Popolizio e Sgueglia, impossibile non parlare anche del promettente talento di Ludovica Martino, qui chiamata ad impersonare Alessia, la ragazza che farà riconquistare a Christian un barlume di normalità e serenità. Incisiva, seppur con un breve cameo, anche sempre brava Alice Caprioli, che vediamo nel difficile ruolo di rappresentare un legame tra il passato e il futuro di Valerio.

Ed arriviamo ai due bomber per eccellenza del film. Dopo il successo ottenuto nel corso della passata stagione con il mucciniano A casa tutti bene e in attesa di rivederlo su Sky con la serie 1994, ancora una volta Stefano Accorsi dimostra che non esistano piccoli film in cui grandi attori non possano recitare, ma che interpreti da sempre umili e appassionati per il proprio lavoro possano trovare sempre linfa per il proprio mestriere di attori. Qui Accorsi sembra aver indossato le scarpe giuste, tenendosi sempre un passo indietro, ma riuscendo in ogni sequenza in cui è in campo a farci godere della sua bravura. E in quel sorriso così pieno e potente in una scena allo stadio ci piace poter vedere la soddisfazione provata nell’aver accettato questo progetto.

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Andrea Carpenzano è Il Campione (L. D’Agostini, 2019)

Capitolo a parte merita Andrea Carpenzano, non solo perchè Il Campione è lui, ma perchè guardandolo nella parte di Christian Ferro ci sembra davvero difficile ricordare che stiamo parlando di un giovane attore di 24 anni, che, seppur reduce da due film che hanno riscontrato il successo sia del pubblico che della critica come Tutto quello che vuoi (Francesco Bruni, 2017) e La terra dell’abbastanza (Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2018), dimostra una maturità scenica ed attoriale veramente al di sopra della media. Mai esagerato nelle espressioni o nelle movenze, anzi, capace di una ricchezza espressiva e gestuale che lo fanno sempre apparire perfettamente nella parte; una recitazione che, forse anche grazie alla padronanza del romanesco, risulta sempre credibile e verace, ma capace anche di una carica emotiva che gli permette di portare lo spettatore ad essere indeciso, con lo scorrere delle scene, se innamorarsi del suo personaggio o prenderlo a schiaffi. Ce lo aveva fatto capire con il personaggio di Alessandro; ce ne eravamo quasi convinti con quello di Manolo; ora, grazie a Christian possiamo dire che il futuro del cinema italiano possa passare per Andrea Carpenzano.

Mentre tutte le nostre speranze per il successo della nostra cinematografie vengono pienamente attese e rappresentate da Il Campione, che vi consigliamo di non perdere alla sua uscita in sala, il 18 aprile.

di Joana Fresu de Azevedo