Da venerdì 5 aprile, nel catalogo Netflix è disponibile un film molto particolare: Unicorne Store. È l’opera prima, dietro alla macchina da presa, di Brie Larson, l’ormai celeberrima Captain Marvel. È un film girato nel 2017, ma distribuito solo ora, dopo il grande successo mondiale della trasposizione cinematografica dell’ultima eroina della Casa delle Idee. È un film indie, molto indie. Ma queste sono cose che potreste trovare facilmente in rete e che avrei potuto omettere dalla non recensione che seguirà.

Unicorne Store non è, a mio parare, un film bellissimo e, molto probabilmente, non destinerò un’ulteriore visione nel breve o medio periodo. Una stroncatura inusuale, non tipica di me, data la mia predilezione nello spendere due parole su film che adoro da impazzire alla loro prima o milionesima visione. Eppure questo film qualcosa mi ha lasciato, facendo a brandelli più di una parte di me.

Unicorne Store è la storia di una ragazza che vive la propria vita in maniera non ortodossa, lineare, anzi non omologata con la società circostante. Vive come se non avesse mai abbandonato e inscatolato tutto ciò che ci rende bambini e che non è più ammesso quando l’anagrafe impone lo step successivo. Kit è una ragazza che fa del suo sogno la sua ragione di vita, vivendo con un’aura di infantilismo puro – significative in tal senso sono, ad esempio, le scene del disgusto per un determinato tipo di vegetali servito a tavola o il non tanto malcelato odio per il caffè, la cui assunzione improvvisa diventa simbolo di emancipazione – il cadenzare delle intere giornate della sua giovane vita. Solo la bocciatura dei suoi professori la condurranno, prima, sul divano dei genitori e, poi, a un tentativo di cambio di marcia che… beh, non starò qui a rovinare la festa di chi potrebbe avere predisposto in questo istante il proprio animo a premere play sul riquadretto di Netflix e vedersi il film in santa pace sul divano, soprattutto per farsi abbindolare (oppure no?) dal commesso dello store in questione, un Samuel L. Jackson scintillante, anzi brillantante più che mai.

Quello che più ha colpito il mio immaginario, è questa necessità, da parte di tutti noi, di omologarci a una certa e predeterminata visione del mondo. Non facendolo, si rischia di restare indietro e di essere emarginati, vivendo non felicemente l’intero corso della propria esistenza. Crescere è, da sempre (e per tutti), la più grande sfida. È innegabile. Crescere è anche uno dei processi più dolorosi e probanti, perché comportante il distacco definitivo dalla nostra forma (primordiale) di bozzolo a quella (più evoluta) di farfalla. Crescere è tremendamente, dolorosamente difficile.

la-et-tiff-toronto-film-festival-brie-larson-unicorn-store-1505114650
Brie Larson è la protagonista e regista di Unicorne Store, dal 5 aprile su Netflix

Unicorne Store mette in luce questo e tante altre cose. Cose non nuove che il Cinema o la Letteratura hanno saputo sempre esprimere al meglio, grazie alla versalità e alla malleabilità dei loro linguaggi o al visionario uso che buoni registi e scrittori ne sanno fare e trarre con profitto creativo. Tuttavia, ciò che mi inquieta e lacera dopo la visione di quest’opera prima tanto indie, sono certi cenni autobiografici della mia vita, ravvisabili, non tanto in delle scene o in dei dialoghi particolari, ma da una serie di cose dette e non dette, leggibili o interpretabili nelle diverse stratificazioni o livelli di lettura generati. Ciò che di me rivedo in Kit è la costante propensione a leggere in maniera leggera certe dinamiche della vita. Ciò che, invece, vorrei di me rivedere in Kit è la forza di non smettere di essere me stesso e, di conseguenza, di sognare.

Ecco, il sognare… Ma cos’è il sognare e cosa dovrei inseguire così tanto disperatamente da chiamarlo, anzi etichettarlo come sogno da realizzare? Penso che, nonostante la mia apparente mai avvenuta completa maturità, da tempo abbia io smesso di sognare. Oggi, per dirne una, non so proprio quale sia il mio sogno. Una vita fa, sognavo di girare il mondo. Prima, come paleontologo, poi, come archeologo e, infine, dopo la maturità, come esperto in relazioni internazionali o, come direbbe il mio più compianto professore di quegli anni, analista di scenari. Ma la vita, prima, mi ha illuso e, poi, disilluso, facendo cadere come un castello di carte tutti i miei più buoni e alti propositi. Una vita fa, sognavo di incontrare una ragazza, anzi l’amore più grande della mia vita, l’unica anima dalla quale mai più separarmi. Fu un sogno assai precoce nella sua costituzione, un sogno che altri avrebbero fatto in età puberale, grazie al lavorio incessante di ormoni  programmaticamente impazziti, ma che già avevo e vivevo a occhi aperti a cinque anni, grazie a quella pari età rossa, tutta ricci e lentiggini, che mi aveva rubato il cuore. Un sogno, anch’esso alimentato dall’illusione e distrutto dalla disillusione. Ora, con un piede e mezzo nei trentasei, la mia precaria vita procede verso la sua automatica esistenza, una continua e ripetitiva serie di automatismi, dove non sono necessari equilibrismi laudiani nel dare colpetti ai pedali dell’acceleratore e del freno nei tempi e nei punti giusti. Tutto scorre impetuosamente seguendo il corso del fiume. Eppure, nonostante questo mio non sognare e questo mio essere automa, c’è sempre quella vocina che, dalle fosse oceaniche dell’anima, mi scuote, cercando di svegliarmi da questo torpore così anestizzante, così demoralizzante, così sfiancante.

Unicorn-Store-Movie-Netflix.jpg
Brie Larson Samuel L. Jackson in un scena di Unicorne Store (Brie Larson, 2019)

Kit è più coraggiosa e forte di me, anche se vive in maniera stralunata e à la Amélie la sua vita. Vorrei essere forte e coraggioso come lei, ma non sogno unicorni e tantomeno qualcosa che, in passato, mi rendeva più vivo e dannatamente leggero. Tuttavia, nonostante tutta quest’oscurità, un po’ di luce la intravedo in fondo a questo tunnel. Innanzitutto, sono fiero, anche se in maniera alternata, del mio essere me, di chi, nonostante tutto, vive con valori, paradigmi e parametri leggermente diversi da tutti gli altri (quelli della massa).

Ok, per alcuni sarò per sempre il Candido di Voltaire, per altri l’ombra birichina di Peter Pan, per altri ancora uno sfigato, ma in questo mondo così folle, un tipo come me o Kit potrebbero sempre far bene, sono vitali, dato che un mondo di automi in serie, con impostazioni di fabbrica impeccabili e precise, non sempre è garanzia di successo, anzi. Peccato, soltanto, che una vita fa sognavo di girare il mondo insieme alla mia inseparabile compagna di vita. Oggi, invece, mi ritrovo con mille dubbi e una forte sensazione di apatia più totale.

Si vedrà. Spero solo in un domani migliore. Sempre.

Per concludere, riguardo a Unicorne Store, spendete questi 90 minuti a cuor leggero, non aspettando chissà quale capolavoro o fonte di nuove rivelazioni. Vedetelo davvero a cuor leggero e divertitevi insieme a Brie Larson e alla sua Kit, una ragazza con un sogno tanto, ma davvero tanto atipico per la sua età, ma capace di infoderci un po’ di inaspettata e straripante tenerezza, con e in un film non pretenzioso, ma con alcuni buoni e validi elementi di riflessione sulle nostre vite e sul come il fanciullino di Pascoli meriti di essere ascoltato più di quelle rare volte a lui dedicate. Vedetelo. Tanto, è compreso nell’abbonamento.

Se non siete ancora convinti, qui trovate il trailer ufficiale del film.

di Eduardo Zorzetti