Lars von Trier torna alla ribalta con La casa di Jack, quello che pare essere il suo film definitivo; infatti in esso il regista danese miscela le peculiarità espressive che hanno segnato i suoi film anteriori: gli intermezzi scenici che in Nymphomaniac illustravano le narrazioni di Seligman, quivi tornano allo stesso scopo nei monologhi di Jack, il protagonista; le scene ad alto impatto visivo e a rallentatore con un nutrito numero di fotogrammi come in Melancholia e in Antichrist accompagnano le sequenze conclusive.
Come in Nymphomaniac, anche La Casa di Jack si evolve sul dialogo tra due personaggi: protagonista e comprimario, nella fattispecie Jack e Virgilio.
L’intera conversazione è una lotta tra simbolismo, impersonato dal Poeta, e umanità, interpretata dall’assassino.
Come al solito, Lars Von Trier non scende a compromessi con il pubblico, già che non gli risparmia visioni di atroci ed efferate brutalità le più eterogenee ai danni delle comparse o, per meglio dire, i colori sulla tavolozza di Jack, il quale difatti commette tali azioni in nome dell’arte, specificando a Virgilio, che prende forma di suo confessore durante la discesa nell’averno, che il limite che separa l’arte dalla morte è più fino di quanto paja.
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Matt Dillon è il protagonista di La casa di Jack (Lars von Trier, 2018)
Alcune fonti riferiscono che Von Trier abbia affermato che questo film gli sia parso quale un testamento, e a fronte dell’individuo in questione e di dettagli all’interno della sceneggiatura quali, exempli gratia, quelli sopracitati, posso affermare d’aver avuto la stessa intuizione.
Si possono fare numerose speculazioni intorno alla somiglianza di Jack con il regista, e chi avesse l’inclinazione a farne, qui troverebbe pane per i propri denti, ma tali speculazioni, pur essendo degnissime, temo siano fuori luogo, questa volta. Certo, a meno che in Nymphomaniac, quando Seligman parlava indirettamente a tutela delle parole di Von Trier a Cannes (che ormai tutti conoscono), lo stesso regista stesse affrontando la seconda fase del modello Kübler Ross; in tal caso, ne La Casa di Jack, egli vedrebbe diagnosticato il caso nella terza fase.
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Quella in La casa di Jack è stata l’ultima interpretazione di Bruno Ganz prima della sua morte
Negli aspetti più tecnici del film, l’impronta in regia di Lars Von Trier rimane inconfondibile: la cinepresa è incostante come le riprese di un telefono cellulare, ma mai incerta o esitante. Anzi, quei frenetici movimenti sono più espressivi, e contestualmente lo sono della paranoja, dell’isteria e di altri turbamenti del soggetto.
Le musiche di Bach, che si ripetono, a tratti, in modo ampolloso durante il film, sono accompagnate dalle grottesche vocalizzazioni di Gould, lo stesso che le interpreta.
Il cinema di Von Trier, si nota con facilità, mostra l’impronta di Tarkovsky, il quale viene omaggiato con la stessa inquietante desolazione che è sempre di casa nelle sue opere.
L’impressione finale è, nondimeno alcuni barlumi di novità, che questo film non fosse del tutto necessario, come se il regista (nonché sceneggiatore) avesse esaurito – chiedo scusa per la volgarità – l’ispirazione. Cala il sipario.
di Riccardo Castellini