Era già successo con la Bella e la BestiaIl libro della giungla. Succederà ancora, a maggio, con Aladdin e, nel 2020, con Il Re LeoneSta succedendo, ora, nelle sale, con Dumbo. E pare evidente la scelta della Disney di puntare sul live action per tentare di dare nuova vita e linfa ai proprio classici di animazione. E, esattamente come già successo con i due precedenti casi e con l’ansia addosso nell’attesa di capire se Will Smith sarà davvero all’altezza di impersonare il genio della lampada o quali scelte verranno fatte per rappresentare la savana di Simba, ci chiediamo: perché? Perché prendere un capolavoro del 1941, alla base della crescita e, anche, delle paure di così tante generazioni in tutto il mondo e stravolgerne la storia? Perché, seppur offrendo delle splendide e perfette immagini come solo la computer grafica sa fare, rendere reale ciò che ha contribuito a formare la nostra fantasia? Basta un grande regista (Tim Burton, nel caso di questa nuova versione di Dumbo) e garantirsi l’appoggio di un sempre eccezionale ufficio promozione e marketing per rimettere mano a capisaldi della storia cinematografia di animazione? Il risultato al botteghino vale più dei ricordi del nostro passato di piccoli e giovani spettatori che sono cresciuti e hanno imparato ad amare il cinema anche grazie all’elefantino voltante, a Jasmine e a Timon e Pumba (per citarne solo alcuni)?

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Dumbo (Tim Burton, 2019)

Parte della magia del cinema sta nel fatto che lo spettatore sia libero di scegliere come spendere o meno i soldi del suo biglietto, senza farsi influenzare da uno o nessuno di questi quesiti. Chi scrive, ad esempio, non ha mai avuto il dubbio sul fatto che sarebbe andata al cinema a vedere i live action su Belle, Mowgli e Dumbo, come ben sa che andrà anche a vedere Aladin. Ma ci riesce difficile non dare una risposta univoca alle domande che ci siamo posti: no, Dumbo non andava rifatto. Non così.

Basterebbe dire che, ovviamente, laddove si sceglie, come fatto nella versione 2019 di prendere come riferimento un cartone animato del 1941, in cui tutti i personaggi sono animali parlanti, di non far parlare gli animali, bisognerebbe essere certi che la nuova storia che si decide di mettere a corredo sia forte e convincente in ogni suo aspetto. L’accoppiata Disney/Burton non riesco a farlo, dando vita ad una storia che è un misto di tipiche dinamiche disneyane (una madre morta prima ancora del lancio dei titoli di testa; un padre angosciato che non riesce a comunicare con in figli; due bambini che hanno come unica certezza che il loro sentire e le loro ambizioni non potranno mai essere comprese; un cattivo che è più buffo che malvagio) e il mondo gotico popolato di freak di Burton, perfettamente rappresentato dai personaggi che animano il Circo Medici, orgogliosamente diversi, ma schiacciati dal loro non sentirsi riconosciuti.

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La nascita di Dumbo e l’accoglienza del Circo Medici 

Una storia tutta da reinventare e reinventata. In cui la vicenda dell’elefantino volante passa quasi in secondo piano. Ci si concentra sui drammi e le crisi esistenziali dei personaggi umani. A partire da quelli di Holt Farrier (Colin Farrel), che torna dalla guerra con un braccio in meno, una moglie morta di influenza, due figli, Millie e Joe (inizia ad infastidire quanto siano spocchiosi questi bimbi del nuovo corso Disney…) sperduti che non riescono a riconoscerne il ruolo e lo spettacolo circense con i suoi adorati cavalli annullato. Il Circo è in decadenza e rovina. Max Medici (Danny De Vito) ha ormai venduto tutto il vendibile e ha investito gli ultimi risparmi nell’acquisto di una elefantessa indiana che ha in grembo quello che lui è convinto possa risollevare le sorti di tutta la sua compagni: un cucciolo di elefante. Che Burton volesse trasformare il film in un’ode alla diversità, al suo non essere accettata e riconosciuta, sta anche nel fatto che la mamma di Dumbo alla nascita decida di doverlo nascondere sotto un cumulo di paglia, quasi a volerne celare la deformità. Impossibile però che i circensi non si accorgano di quelle enormi orecchie che lo rendono non speciale ai loro occhi, ma un mostro da schernire. Sappiamo che Dumbo e la mamma non avranno vita faciel, con la seconda rinchiusa solo per i suoi tentativi di proteggere il figlio e il primo a cercare per tutto il resto del film a ricongiungersi a lei.

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L’elefantino volante nel live action Dumbo (Tim Burton, 2019)

Non credevamo che avremo visto Dumbo volare sin dalla sua prima esibizione, a meno di mezzora dall’inizio del film. Ma, in effetti, ci doveva essere chiaro sin da subito che il suo ruolo senza le sue orecchie volanti sarebbe stato ininfluente nella dinamica degli altri personaggi. Quindi Dumbo vola nel tendone, impacciato, stringendo la sua piuma con la proboscide, cercando di superare le vertigini. Lo vedremo addirittura farsi cavalcare dall’acrobata Colette (Eva Green), in un volo senza rete che è uno dei pochi momenti di tensione emotiva di tutto il film.

Lo spietato e opportunita Vanvedere (Michael Keaton), che comprerà Dumbo insieme a tutto il Circo Medici pur di garantire che solo lui e la sua Dreamland (un parco giochi decisamente troppo simile ad uno qualsiasi della catena Disney World per non farci sorridere all’idea di quanto la major americana abbia accettato di farsi prendere in giro pur di avere Burton alla regia del film) avranno l’attrazione dell’elefantino volante, non è minimanente interessato ad altro che ad accumulare soldi e fama (Bambini, bambini nel mio ufficio, dirà in una scena, facendoci cogliere tutto il disprezzo verso l’infanzia). Ed è un personaggio talmente esageratamente marcato da risultare fastidioso, ma nel senso che non vediamo l’ora di vederlo uscire di scena per non essere costretti a sopportare un’altro dei suoi macchiettistici eccessi.

A reggere le redini di tutto Danny De Vito/Max Medici, che capisce al momento giusto quando sia arrivato il momento di proteggere la sua famiglia e che rinuncerà al successo pur di riportare la serenità tra i suoi. E farsi riaccettare da loro. Sua la migliore interpretazione in questo Dumbo 2.0, con il suo offrirci una recitazione sempre precisa e pungente.

Non ci ha convinto Dumbo. Non ha convinto nemmeno il botteghino americano, dove si sta per candidare ad essere uno dei più grossi flop della storia Disney degli ultimi anni. Non sta andando meglio nelle biglietterie dei cinema nostrani. Insomma, che lo si voglia chiamare Dumbo o Dambo e anche se abbiamo sorriso nel vedere che, nonostante lo stravolgimento generale si sia trovato spazio per gli elefanti rosa ballerini che tanto avevano colpito il nostro immaginario fanciullesco (seppur in una chiave decisamente più romantica a soft rispetto a quella del 1941), non riusciamo a non convincerci che noi dei live action Disney ci siamo proprio stancati.

di Joana Fresu de Azevedo