In attesa di vedere il secondo pannello del dittico che Paolo Sorrentino ha realizzato su Silvio Berlusconi (ve ne parleremo a breve), qualsiasi considerazione su Loro 1 non potrà che essere viziata dall’origine. Pertanto, più che esporre delle riflessioni, si potranno riferire delle impressioni.

Orbene, la prima impressione che ne ricaviamo è quella di un sornione irenismo. Come è noto molti esponenti di Forza Italia hanno accusato Sorrentino (addirittura prima che il film uscisse nelle sale) di un viscerale, sfacciato antiberlusconismo, attribuendogli intenzioni di cui in Loro 1 proprio non v’è traccia. Certo, il ritratto della laida corte dei miracoli, dove per avidità di denaro o di potere si agitano prosseneti e paraninfi, corrotti e corruttori, traviate e guitti da trivio, probabilmente suscita un istintivo moto di ribrezzo anche in coloro che più volte hanno avuto la temerarietà di votare il partito di Berlusconi, tanto è inappuntabile la maestria con cui il regista la descrive, ma da qui a sostenere che il film sia una veemente e affatto parziale requisitoria contro il Cavaliere ce ne passa. La prima parte di Loro è un ritratto non tanto dell’Italia berlusconiana, ma di un Paese la cui atavica corruzione ha trovato nel berlusconismo la sua ultima espressione. Come il camion della nettezza urbana che, dopo essere precipitato nell’area archeologica dei Fori imperiali per un’improvvida manovra del conducente, esplode, eruttando una massa di liquame, così è l’Italia, sembra suggerire il regista, una nazione che nel corso di decenni ha accumulato una quantità abnorme di immondizia a cui il berlusconismo ha fatto semplicemente saltare il tappDa qui, però, il rischio dell’operazione fatta da Sorrentino, che è appunto quello, come si accennava sopra, di un sornione irenismo. Dopo un’ora trascorsa a subire orge da basso impero, l’avvento di Berlusconi sembra quasi trarci «in più spirabil aere». I festini sovraffollati, dove un bestiario umano si dimena sotto l’effetto dell’alcol e della cosiddetta ‘droga dell’abbraccio’, cedono alla quiete del buon retiro sardo. La magnificenza del paesaggio mediterraneo, con il suo mare «color del vino», come canta Omero, scaccia gli incubi delle depravate notti romane e ha quasi l’effetto di un balsamo sul provato spettatore. Ma non basta. La sensazione di ristoro è addirittura esaltata proprio dall’entrata in scena di Berlusconi, vale a dire di colui che dovrebbe essere il demiurgo delle perversità di cui nella prima ora di proiezione si offre un nutrito catalogo. Infatti la sentina di tutti i vizi, questo Catilina della Repubblica italiana (se si legge il ritratto che ne fa Cicerone nella Seconda catilinaria ci si rende conto come questo coincida alla lettera con quello tratteggiato dagli antiberlusconiani: «[…] in tutta Italia non c’è avvelenatore, assassino, bandito, sicario, parricida, falsificatore di testamenti, truffatore, depravato, adultero; non c’è prostituta, non c’è corruttore di giovani, non c’è vizioso senza principi che non dica di essere stato nella più stretta intimità con [lui]»), questo Sardanapalo del «bel Paese», diviene di colpo un uomo dotato di una saettante ironia e di una rara capacità di indagine delle passioni umane (il dialogo che ha con il nipotino è a riguardo eloquente), quasi incline all’umor atrabiliare e soprattutto affetto da scespiriane «love’s labour’s lost». Questo Prospero in sedicesimi, infatti, che si è auto-esiliato nella sua villa in Sardegna dopo la sconfitta elettorale in attesa di una rivincita, soffre e freme e palpita per la lontananza che si è creata tra lui e la moglie Veronica, e fa di tutto pur di riconquistarla. Ed è qui che il sornione irenismo di Sorrentino si fa particolarmente infido.

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Un’immagine di backstage di Loro 1, di Paolo Sorrentino (Ph. Gianni Fiorito)

Anche se appena abbozzato (verosimilmente esso sarà al centro della seconda parte), il rapporto tra i coniugi Berlusconi sfugge a un ben preciso registro: non appartiene al genere drammatico, perché le angosce esistenziali, che il deserto dell’amore creatosi tra due esseri prima uniti inevitabilmente reca con sé, non sono neppure delibate (senza scomodare, ché sarebbe empio, Scene da un matrimonio, ci si poteva aspettare dall’intelligente gusto citazionistico di Sorrentino almeno una strizzatina d’occhio alla Notte di Antonioni); ma neppure può essere ascritto alla commedia all’italiana, difettando di quella arguzia, talora feroce e trafiggente, che innerva questo straordinario genere. Comunque stiano le cose, la parentesi coniugale, nel film, funziona. E funziona fin troppo bene. Essa finisce per addolcire, sfumare, mitigare, e a tratti persino oscurare, il lato più esecrabile di Berlusconi, come se tra questi e il marcio di cui Sorrentino ci fa fare indigestione per una buona ora non vi fosse collegamento alcuno. Il rischio è che venga fuori il ritratto di uomo intellettualmente superiore il quale, più che commettere il male, si è servito del male che stava già cancerosamente divorando la Repubblica per il proprio tornaconto, come se essere conniventi con il male non fosse già di per sé male. Certo, la mestizia di Berlusconi dinanzi a un matrimonio di cui è prossimo il naufragio potrebbe essere del tutto verosimile, ma per il modo con cui è raccontata essa suona suona posticcia e inautentica. Se almeno fosse elevata al rango di farsa, riuscirebbe, quella mestizia, a far esplodere le contraddizioni dell’uomo Berlusconi, anziché occultarle. Ne viene che lo spettatore, alla fine del film, si sente in un certo qual modo conciliato con la riprovevole bassezza morale di un uomo su cui ci dovrebbe essere un idem sentire, al di là di ogni giudizio stricto sensu politico, tanto da provare per lui, se non proprio tenerezza, almeno simpatia.

Ed ecco che finalmente abbiamo raggiunto il cuore dell’irenismo sornione sorrentiniano: Berlusconi, a conti fatti, ci risulta simpatico ma non nell’accezione etimologica della parola, bensì in quella gergale: egli riesce a strapparci un sorriso, un pensiero benevolo e indulgente, un moto d’affetto, invitandoci così, irenicamente appunto, a sospendere qualsiasi giudizio sul suo censurabile passato.

Loro 1 termina con Silvio e Veronica di nuovo uniti in un abbraccio, complici le note di Una domenica bestiale, la canzone che essi ascoltarono il giorno in cui si dichiararono reciproco amore. Se queste sono le premesse, speriamo solo che la seconda parte non si concluda con una scimmiottatura del finale di Quarto potere, con Berlusconi novello Kane che, nella solitudine della sua isola e con lo sguardo fisso su un punto lontano, sussurra i versi della canzone di Fabio Concato.

Perché la questione, a ben vedere, si riduce a questo: qual è il Berlusconi di Sorrentino? Un personaggio tragico che, pur nella abiezione in cui è impaniato, fa balenare una oscura ansia di redenzione e una paradossale ricerca d’amore (suscitandoci, così, un’autentica sympatheia); o un ‘demone meschino’, per citare il capolavoro di Sologùb, in cui il male assume la forma della volgarità, della piccola diserzione morale che, ripetuta giorno dopo giorno, diviene fisiologica e, da ultimo, cifra della condizione umana; o uno dei tanti, e per questo anonimi, saltimbanchi della politica italiana?

La complessità del personaggio Berlusconi non consente di eludere la domanda.

di Andrea Panzavolta