La Francia riscopre, a 120 anni dalla nascita ed a 62 dalla morte, lo scrittore italiano Curzio Malaparte. E lo fa con un numero monografico di un’importante rivista letteraria, il Cahier de l’Herne. Ci offre cosi l’occasione per ricordare il rapporto tra lo scrittore fiorentino, famoso per i romanzi Maledetti toscani, Kaputt, La pelle (che sarà trasposto in film , come diremo più avanti, da Liliana Cavani) e il cinema. Dove ha esordito come regista, ed è stato l’unico nella sua carriera artistica, con il film del 1950 Cristo proibito, tratto da un suo romanzo. Il film, come il romanzo, narra di un reduce che tornato al paese scopre che il fratello  è stato fucilato dai tedeschi per la delazione di un suo compaesano. Indaga per saperne di più e si scontra  con un muro di reticenza e di omertà, fino ad uccidere un uomo che poi  scoprirà essere innocente. Infatti, un vecchio carpentiere, suo amico, per farlo desistere dai suoi propositi di vendetta, dichiara di essere lui il colpevole ed il reduce lo ferisce mortalmente con una lima.

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Una scena da Cristo Proibito (Curzio Malaparte, 1950)

Il nome del vero colpevole sarà la madre del carpentiere a rivelarlo dopo aver visto il figlio pieno di sangue. Ed a questo punto Bruno, il reduce, avrà un momento di ravvedimento.  La critica non l’accolse favorevolmente. Sia quella di destra che di sinistra , si accanì contro di lui, e per questo il film tende ad essere dimenticato. Non gli fu perdonato di avere avuto  mancanza di umiltà nell’avvicinarsi ad un mestiere non suo. In particolare, Adriano Baracco sulla rivista Cinema (n.64, 15 giugno 1951) scrisse:

E’ il primo lavoro cinematografico di un uomo d’ingegno, che ha avuto il torto di accostarsi al cinema con presunzione, creando un’opera messianica, presentando il suo ‘messaggio’ come  un do di petto. Le scene contenute nel film non bastano a dargli validità artistica, e nemmeno  coerenza narrativa.

Lo storico  del cinema Gianni Rondolino (in Catalogo Bolaffi del Cinema Italiano. Tutti i film del dopoguerra, Giulio Bolaffi editore, 1967) gli riconosce una perizia e un coraggio che possono  sorprendere, se non apparissero, a un più attento esame, frutto di una precisa volontà scandalistica e provocatoria nei confronti del senso comune.

La storia, a tinte forti, di passioni violente e d’amore, continua  Rondolino, è un pretesto per una  denuncia di convenzioni  e di costumi sociali, ma anche per colpire il pubblico con immagini ed  episodi sorprendenti, conturbanti, violenti e crudeli, in un contesto drammatico che sarà poi quello, sia pure in termini diversi, dei  recenti film di Jacopetti.

Con questo film Curzio Malaparte si rivelò, comunque, un autore a pieno titolo avendone  elaborato anche il commento musicale. E se in Italia fu  accolto da aspre critiche, ebbe invece un inaspettato successo internazionale: al Festival di Berlino del 1951 vinse il Gran Premio d’onore  Fuori Classe  e due anni dopo il National Board of Review of Motion Picture lo inserì nella lista dei migliori film stranieri dell’anno. Il film  era interpretato da Raf Vallone, Elena Varzi, Gino Cervi, Alain Cuny, Rina Morelli ed Anna Maria Ferrero.

Non privo didissensi  anche il film La pelle che liberamente Liliana Cavani e Kurt Katz  ricavano in un’opera diretta dalla regista nel 1981.  Il film, tra ripugnanze e abiezioni, ci fa immergere in una realtà misera e disperata come quella che si viveva nella Napoli del 1933 – 1944, in cui è ambientata la storia, il cui protagonista è lo stesso Malaparte.

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Marcello Mastroianni in La pelle (Liliana Cavani, 1981)

E’ nella Napoli appena liberata che, infatti, Malaparte, interpretato da Marcello Mastroianni, vive e descrive gli orrori e gli eccessi di una città stracciona e sconvolta, precipitata nell’abisso delle peggiori depravazioni dall’improvvisa opulenza corruttrice portata dagli americani. Un’opera dura e cruda quella descritta dallo scrittore di cui la regista nella trasposizione  coglie , con un certo compiacimento, soltanto gli aspetti più eccessivi e ripugnanti. Aspetti forti, comunque, voluti , da Liliana Cavani, secondo il critico cinematografico Giovanni Grazzini (“Corriere della Sera”, 25 settembre 1981) per scuotere le anime belle e ricordarci come in certi momenti siamo disposti ad ogni bassezza  pur di salvarci la pelle. Ma anche, secondo Grazzini, un’operazione registica propria di un’industria dello spettacolo che tiene d’occhio i grandi  mercati, e dunque punta  più sullo choc, le emozioni elementari, le dimensioni dell’affresco che sulla tenuta del soffio  lirico, la densità del discorso storico-culturale e il senso ultimo della lezione morale. Se quello è il bersaglio, la Cavani ci va vicino(…) Come le chiedeva la formula produttiva, ha cercato gli effetti: e spesso li ha trovati.

Curzio Malaparte possedeva a Capri una bellissima villa arroccata sugli scogli, una splendida location  usata più  volte dal cinema. La utilizzò anche Jean Luc Godard nel film Il disprezzo, tratto dal romanzo di Alberto Moravia, che è interpretato da Brigitte Bardot e Michel Piccoli, e che nel 2016 fu scelta come immagine simbolo del manifesto del Festival di Cannes. L’opera  di romanziere di uno scrittore dell’importanza  di Curzio Malaparte, aspetta ancora un regista cinematografico che le renda il giusto omaggio. E chissà se questa riscoperta francese non sia l’occasione giusta.

di Paolo Micalizzi