Ora che i giochi sono fatti e i premi sono stati assegnati, lo possiamo dire: Suc de Síndria (Watermelon Juice scritto e diretto dalla spagnola Irene Moray e prodotto da Distinto Films – è di certo il cortometraggio che più abbiamo apprezzato di questa edizione di Berlinale Shorts 2019 e il fatto che sia il candidato prescelto per rappresentare Berlino agli European Film Awards 2019 ci fa ben sperare.

Siamo in Catalogna, Barbara e Pol condividono con un gruppo di amici una casa immersa nella natura. La coppia fa quello che le coppie solitamente fanno nel pieno caldo estivo e vacanziero: non desiderano altro che essere spensierati e trovare un luogo di pace dove vivere la loro intimità; e così, corpo a corpo, mano nella mano, le giornate passano tra un tuffo e uno sguardo d’intesa. Qualcosa però non va come dovrebbe andare. Da una parte c’è Barbara che ha intrapreso il difficile percorso di riconquista della propria capacità di provare un orgasmo, perduta a seguito di una violenza sessuale subita nel passato e, dall’altra, c’è Pol che è al suo fianco, con la dolcezza e la cura di chi sa cosa significhi amare. È infatti grazie al suo supporto fisico ed emotivo che Barbara, tra lacrime e risate, curerà le antiche ferite in una calda estate sospesa nello spazio e nel tempo, dove il succo rinfrescante del cocomero che le bagna il viso la condurrà, passo dopo passo, a riscoprire il piacere, ridefinendo la propria sessualità con serena consapevolezza.

Se è sufficiente un solo momento di violenza per sconvolgere ed interferire in un’intera esistenza, quanto tempo, sforzo e dedizione servono per ritrovare la perduta strada verso la propria libido?

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Elena Martín è l’attrice protagonista del cortometraggio Suc de Síndria (Irene Moray, 2018)

È a questa domanda essenziale che risponde la Moray con questo film dalla rara sensibilità, che ha saputo emozionarci senza retorica o forzature, ma con la sola naturalezza dei sentimenti. È un cortometraggio coraggioso perché sceglie di approcciare un tema così attuale e delicato da un punto di vista finora inesplorato: non ci si focalizza, infatti, sul trauma in sé e i risvolti drammatici della vicenda, ma per la prima volta sulla prospettiva di rinascita, sul risanamento delle ferite, sul riappropriarsi di quello che ci spetta e ci è stato ingiustamente sottratto, insomma, sulla reazione vitalistica al male vissuto. Un aspetto che difficilmente viene valorizzato in altri contesti dove tende a prevalere la spettacolarizzazione del dolore.

Qui qualsiasi pietismo e approccio vittimistico viene scongiurato. La regista ha interesse a presentare allo spettatore un modello di relazione sentimentale sano, basato su rispetto compassione e fiducia, dove la protagonista femminile – interpretata dalla talentuosissima Elena Martín – lungi dall’essere una vittima, è rappresentata come una persona forte, decisa e di spirito e dove il co-protagonista maschile (l’altrettanto convincente Max Grosse Majench) è volutamente dipinto come un partner sensibile e dotato di una intelligenza emotiva tale da permettergli di accompagnare l’amata nel complesso processo di rielaborazione del passato e di riscoperta di sé e della sessualità della coppia che ormai è stato intrapreso.

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La locandina di Suc de Síndria (Irene Moray, 2018), in concorso a Berlinale Shorts 2019

È la stessa regista che – intervistata durante il Q&A – dichiara che:

Lo scopo del film era quello di presentare una storia d’amore onesta e limpida, di promuovere e approfondire un racconto alternativo di una donna capace di superare un episodio di abuso sessuale.

Il film – ideato e scritto in un pomeriggio d’estate e realizzato in sole tre giornate sulla scia di una convinzione travolgente – è il frutto di un’ispirazione folgorante della regista che preannunciava già un lavoro dal profondo coinvolgimento personale.
Come ci racconta la Moray, per ottenere una naturale intimità tra gli attori (elemento imprescindibile di tutto il film) è stato essenziale prendersi il tempo di creare un ambiente di lavoro ideale, che fosse il più accurato possibile e fosse composto esclusivamente da persone fidate (prevalentemente donne).

Così è stato, senza dubbio. Si è creata un’atmosfera di grande rispetto, empatia e delicatezza in cui tutti hanno accettato consapevolmente di vivere un’esperienza di convivenza sul set totalizzante e dove i due attori protagonisti si sono sottoposti persino a sedute di meditazione come training preparatorio che li aiutasse a creare una connessione tra loro ad un livello emozionale più profondo, di massima fiducia reciproca. A detta della regista, per raggiungere il livello di complicità emotiva che richiedeva la storia era quindi fondamentale che le persone si sentissero emotionally safe, libere dunque di mostrare le loro vulnerabilità senza sentirsi giudicate nemmeno per un istante.

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Irene Moray (regista) e Elena Martín (attrice) durante il Q&A a Berlinale Shorts 2019            (Ph. Jessica Milardo)

Sul set si rideva, si piangeva, si conviveva e si processavano le emozioni.
Ecco, questa verità emozionale la vedi, la senti, la attraversi. Non si percepisce la finzione. Prima ti intriga, poi ti coinvolge, e infine ti trascina con sé fino ad uno stato di intima compartecipazione, dove finalmente capisci che la dimenticata sympatheia dell’antichità – quello stato di sentimento condiviso, tale per cui sei in grado di “provare emozioni insieme” a qualcun altro – può esistere anche in un cortometraggio senza effetti speciali.

Suc de Síndria è un’esperienza sensoriale a tutti gli effetti. Un viaggio introspettivo limpido, scandito da atmosfere bucoliche e una fotografia pastellata che dilatano il tempo e lo spazio del racconto. Uno sviluppo narrativo di elegante semplicità che accompagna una regia autentica e delicata, che segue da vicino gli occhi, le mani e i movimenti dei protagonisti ma senza sovrastarli e dove anche la scelta del formato 4:3 – prediletto dalla regista nella sua attività di fotografa – non è lasciata al caso ma contribuisce all’immedesimazione dello spettatore e lo facilita nel focalizzarsi sulla figura femminile di Elena Martín, che dà prova di una grande maturità artistica nonostante la giovane età.

Insomma, una piccola perla cinematografica che soltanto lo sguardo coraggioso e sensibile di una donna ci poteva regalare.

di Jessica Milardo