Almeno sulla carta tutto concorreva alla riuscita del film: la statuaria greca dell’età ellenistica, una avita dimora seicentesca, l’estate, una famiglia borghese e intellettuale con interessi che spaziano dalla filologia all’archeologia, dalla letteratura alla musica, un adolescente che si affaccia tremante sul palcoscenico della vita e sensibile alla multiforme epifania della bellezza. Ma sulla carta tutto questo è rimasto, o almeno non si è spinto oltre gli splendidi titoli di testa, i quali sembravano promettere un percorso ben definito.

Ciò che difetta al film di Guadagnino è un’accurata analisi di quello che può scatenarsi nell’animo all’apparire del bello: non solo godimento estetico, meramente ‘sensoriale’, ma anche tremore, dolorosa vertigine, profonda inquietudine. Le due occasioni che avrebbero potuto consentire al regista di proporre una seria riflessione sulla bellezza sono state scialate con delittuoso pressapochismo: il recupero, nel lago di Garda, di una statua romana e la carrellata di diapositive sulla statuaria ellenistica nello studio del professor Perlman potevano essere il cantus firmus, per così dire, su cui intessere una serie di contrappunti. Nulla, infatti, si presta meglio dell’arte ellenistica a descrivere la radicale katastrophé, il profondo e irreversibile sovvertimento di un intero mondo, con le sue abitudini, i suoi miti, le sue verità. Essa è abitata da una straziante stupefazione, da un oscuro presagio, da un’intima malattia, da un inesprimibile malessere, da una segreta ansia: ancora rifulge il bello, ma la sua luce emana cupi e minacciosi bagliori. Le pose «innaturali», come le definisce il professor Perlman, delle statue ellenistiche, pur nella loro fascinosa grazia, tradiscono un intimo perturbamento: qualcosa, insomma, si è rotto nel kósmos dell’età classica e l’ombra, l’informe, l’ápeiron, sembrano pretendere una rivincita. La nervosa torsione di queste statue nasce dalla distanza, ormai incolmabile, che le separa dagli antichi dèi della Grecia, dalla perdita di un modello, dall’eclissi di una certa idea di Bellezza, la quale, nell’arte alessandrina, può sopravvivere soltanto come nostalgia e assenza. Se l’età classica aveva reso eterna la Bellezza, quella alessandrina, al contrario, ne scopre il lato elusivo e inafferrabile. La Verità, che agli antichi appariva quale splendore del Vero, agli alessandrini si mostra come Sapere, potere terribile che ci separa dalla Bellezza innocente «dell’inizio», pur riconoscendo questo «inizio» come prefigurazione del nostro stesso sapere. Ora sappiamo che gli dèi hanno abbandonato la barra del mondo, ora sappiamo che le Driadi non abitano più i boschi né le Oreadi i monti: da questa coscienza, da questo nuovo sapere rampolla pure un nuovo lirismo, che affonda nella nostalgia.

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Nel 2018, Chiamami col tuo nome ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale, firmata da James Ivory

Della grande riflessione maturata in età alessandrina, che avrebbe potuto fungere da modello ai Verwirrungen, aiturbamenti’ del giovane Elio, nel film di Guadagnino sopravvive ben poco. L’ordo autenticamente classico, fondato su letture dotte e piccoli concerti, su cene e schermaglie intellettuali, che per anni aveva scandito le giornate nella grande villa patrizia dove la famiglia Perlman è solita trascorrere le vacanze estive e natalizie, prima si incrina poi va in frantumi con l’arrivo di Oliver, uno studente universitario di ventiquattro anni a cui il professor Perlman ha offerto ospitalità e consulenza per la tesi di post-dottorato. Al posto della Norma eterna, che conteneva e quindi addomesticava l’ombra, ecco una geometria fragilissima che si spezza nell’istante in cui si accosta all’ombra nell’illusione di poterla dominare. Paradigma di questa autentica ri-voluzione è lo scambio dei nomi tra Elio e Oliver, che deve essere inteso non solo come un prezioso pegno d’amore, ma anche come il tramonto del vecchio Nomos: se Elio, il ‘sole’, non è più il centro attorno al quale orbitano i piccoli, rassicuranti riti che si celebrano a villa Perlman nelle lunghe giornate estive, è inutile continuare a chiamarlo con questo nome. Il passaggio stesso da un nome dalla manifesta etimologia greca a un altro che con la classicità non ha nulla a che vedere dice bene come un’epoca sia definitivamente passatNegli ipogei di Chiamami col tuo nome si estende, dunque, un enorme giacimento mitopoietico che tuttavia è stato sfruttato solo in parte e, come se non bastasse, in modo dilettantesco. Lo stesso ‘tempo d’estate’ che fa da cornice a buona parte della storia – il tempo di una pienezza e di una gloria fragilissime perché minacciate dall’approssimarsi dell’autunno, e quindi simbolo del carattere transeunte della condizione umana – non è stato sviluppato in tutte le sue enormi potenzialità: si è citato Éric Rohmer, ma a sproposito, perché del grande cineasta francese Guadagnino non possiede la Stimmung, l’anima musicale, quel timbro mozartiano – fatto di gioia e di tenerezza, di melanconia e di compassione – che invece è lo stigma di capolavori quali Il raggio verde o Pauline sulla spiaggia o Gli amori di Astrea e Céladon.

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Timothée Chalamet e Armie Hammer in Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino, 2017)

Non solo. Alcuni critici hanno lodato la sensibilità con cui il regista ha mostrato gli atti d’amore tra Elio e Olivier senza scadere nel pruriginoso, ma anche sotto questo aspetto il risultato è a dir poco imbarazzante: senza mettere conto di alcune cadute di stile (si allude alle sequenze dell’approccio sessuale prima di Elio e poi di Oliver e a quella della pèsca, sequenze puramente esornative), manca alla storia d’amore tra i due giovani una seria meditazione sull’eros, su come questo sia uno sfiorarsi di luce e ombra, la simultaneità di una presenza e di un allontanamento, una presenza che si offre soltanto nel momento in cui si allontana. Le scene d’amore avrebbero richiesto non pudicizia, ma castità nel significato etimologico della parola, dal verbo latino carere, ‘essere privo’: se davvero si voleva evocare la forza di eros, questo demone che, attesta Saffo, squassa gli esseri umani come un vento gagliardo le forti querce, maggiore doveva essere l’allusione. Nel momento in cui Guadagnino mostra, perde d’efficacia, d’intensità e di profondità. Da questo punto di vista risulta essere più riuscita la storia d’amore tra Elio e Marzia, grazie alle ottime capacità espressive della ragazza, il cui volto sa ‘dire’ la fenomenologia dell’amore, il suo nascere, il suo fiorire, il suo diseccarsi. 

 

Insomma, un film riuscito solo in parte, che sotto la regia del già citato Rohmer o di un Max Ophüls o, perché no?, di un Angelopoulos, sarebbe potuto diventare un capolavoro.

di Andrea Panzavolta