Cosa mai ci si potrebbe aspettare da un vecchietto di 88 anni, ormai esile e dal passo incerto e tremolante? Riuscirebbe un uomo anziano a reggere il peso enorme richiesto da una grande produzione cinematografica hollywoodiana? Sarebbero tutte domande più che lecite queste. Se non fosse che…

Se non fosse che quel vecchietto di 88 anni è Clint Eastwood. Che, per quanto ci potesse sembrare incredibile sarebbe riuscito a superare quella potente opera che era American Sniper con cui ci aveva lasciato orfani della sua cinematografia dal 2014 (gli avevamo, invece, perdonato il deludente The 15:17 to Paris nel 2018, ma preferiamo lasciarlo nel dimenticatoio), con Il corriere – The mule sembra chiudere un cerchio, narrativamente e stilisticamente parlando, iniziato nel 2004 con Million Dollar Baby. Quello in cui l’attore e regista ci racconta la sua America, ciò che non riesce ad accettare del suo paese, i profondi cambiamenti che ha vissuto e l’incapacità del suo popolo di adeguarsi all’attualità e alla modernità in generale.

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Clint Eastwood è Earl Stone in Il corriere – The mule

Torna a farlo ora, raccontando la storia (vera) di Earl Stone, un uomo che a quasi novant’anni si ritrova con casa e azienda di orticoltura pignorata; con una ex moglie che lo tiene il più lontano possibile dalla sua vita, dopo aver subito per anni le sue mancanze e i suoi tradimenti; con una figlia che non gli rivolge la parola da oltre 12 anni, ormai arresa al fatto che il padre non troverà mai tempo per lei; con una nipote che ancora crede in lui, ma che necessità di aiuto economico per riuscire a raggiungere i suoi obiettivi. La sua è una vita semplice, vissuta in un piccolo sobborgo di una cittadina dell’Illinois, tra serate trascorse al circolo veterani, qualche compagnia femminile occasionale ed i veri amori della sua vita: i fiori, quelli a cui non ha mai negato tempo e passione, quelli che non desiderava altro che veder sbocciare per merito suo. Quando la tecnologia e internet (Non sapete fare nulla se prima non lo chiedete ad internet) gli portano via tutto, lasciandolo solo con il suo picup Ford (nota la passione di Eastwood per i veicoli della casa automobilistica statunitense), Earl decide di accettare la proposta di un giovane messicano incontrato per caso di poter guadagnare qualche soldo facendo un viaggio in macchina e portando con sè un carico. Non capisce subito che sta diventando un mulo per conto del Cartello messicano dei Sinaloa (per intenderci, quelli di El Chapo, il noto trafficante messicano raccontato anche in una serie Netflix). Comprende però, sin dalla prima corsa che esegue, che ha la possibilità di mettere da parte molti soldi, che gli possono permettere di sostenere economicamente i propri familiari, di aiutare la sua comunità, nel tentativo di riprendere in mano la vita che vedeva scivolargli davanti.

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In Il corriere – The Mule, Clint Eastwood ricopre il triplice ruolo di attore, regista e produttore

Clint Eastwood sembra non sbagliare un colpo nel raccontare la storia (vera) di questo improvvisato e anomalo corriere della droga, capace in poco tempo di diventare uno dei preferiti del Cartello, tanto da affidargli consegne sempre più importanti e delicate. Una fotografia dettagliata, precisa, con le immagini delle vallate coltivate, dei sobborghi cittadini e dei deserti statunitensi rese protagoniste indiscusse della scena in diversi momenti di Il corriere – The mule. Un montaggio dinamico, che tiene alla perfezione il ritmo narrativo, capace di essere scattante sulle scene più di azione, ma anche di riportare la lentezza necessaria nei momenti di riflessione. Eastwood, che in questo caso non ha in mano quel magnifica opera letteraria che era La morte non dimentica (di Dennis Lehane) a suggerirgli nel dettaglio tutti gli elementi narrativi con cui aveva costruito l’indimenticabile Mystic River, ma solo uno scarno articolo d’inchiesta pubblicato dal giornalista Sam Dolnick sul New York Time Magazine (The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule), lascia che il suo Il corriere – The mule soffra di alcune lacune a livello di sceneggiatura, di troppi non detti e di diversi passaggi decisamente confusi, soprattutto per quanto riguarda le dinamiche familiari dei personaggi. Risultano in tal modo troppo frettolosi i 12 anni passati quasi alla velocità di un cambio di didascalia e incomprensibile il suo voler essere accanto all’ex moglie in un suo delicato momento di bisogno.

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L’attrice Dianne Wiest interpreta Mary, l’ex moglie del protagonista

Ma in Il corriere – The mule, il capolavoro (e sapete quanto qui siamo parsimoniosi nell’usare questo termine) Clint Eastwood lo ottiene grazie alla sua impeccabile regia. Perfetto nel dirigere gli attori comprimari. Dopo American Sniper, ritrova Bradley Cooper, cui affida il ruolo dell’agente speciale della DEA (l’unità federale antidroga americana) Colin Bates e che viene ripagato dall’attore con una prestazione posata, ma incisiva laddove deve impersonare la difficoltà di un funzionario dell’ordine che si trova costretto a dover tener conto più delle statistiche sugli arresti imposte dai capi che sull’onestà delle indagini in corso. Sceglie l’attrice premio Oscar (sia per Hannah e le sue sorelle che per Pallottole su BroadwayDianne Wiest per il delicato e commovente ruolo di Mary, ex moglie del protagonista, ancora innamorata di lui nonostante tutto il dolore che ha vissuto per colpa sua (Sei l’uomo che più ho amato nella mia vita. Ed anche quello che ho odiato di più). Eastwood ci fa ritrovare un imbolsito Andy Garcia nei panni del capo del cartello Larton, perfetto nel farci capire quanto il suo personaggio sembri più interessato a organizzare sfarzosi party nella sua villa ed ad intrattenersi con giovani donne, senza comprendere che una lotta interna stia logorando il suo potere. E riesce anche a concedersi il privilegio di poter avere al suo fianco la figlia, Alison Eastwood, che aveva recitato con il padre solo all’età di 11 anni in Corda tesa e che in Il Corriere – The mule interpreta proprio il ruolo della figlia del protagonista.

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Clint Eastwood aveva già diretto Bradney Cooper nel suo film American Sniper (2014)

Ma, come già accaduto 11 anni fa con Gran Torino, la sua maestria Clint Eastwood la dimostra dirigendo se stesso. Conosce perfettamente ogni suo singolo tic, sa come dosare quella faccia così profondamente americana che ha contribuito al suo successo di attore. Ma, soprattutto, sa come dare risalto narrativo all’evidente tracollo fisico che lo sta colpendo alla soglia dei novant’anni. Sono finiti i tempi dei movimenti concitati dei suoi pistoleri quando a dirigerlo era Sergio Leone. Passati gli anni da temerario Ispettore Callaghan. Clint Eastwood, esattamente come il suo personaggio Earl, è un uomo visibilmente dimagrito, con i nervi a fior di pelle, il passo strascicato, reso tentennante dall’artrosi. Ogni suo movimento risulta rallentato, ponderato con attenzione, difficile e a volte quasi eroico. Si prova, ad esempio, tenerezza nel vedere quanti sforzi gli costino dover continuamente scendere e salire da quell’ingombrante suv con cui svolge le sue consegne.

Ma risulta anche evidente la sua voglia di non arrendersi alla vecchiaia, il suo voler ancora raccontare, quasi imporre, la sua visione sul mondo. Non è uso al politically correct nel raccontare le sue storie. Anche in Il corriere – The muleEastwood non usa metafore o perifrasi per definire la società che lo circonda: i neri sono negri; delle donne bikers che incontra sul suo cammino sono apertamente definite lesbiche; tutti coloro che sono o la pensano in modo diverso da lui sono voi altri. Tutto il film è incentrato sul racconto degli altri, su come vengano visti e vissuti dal protagonista, su come per lui sia impossibile, non solo per una questione anagrafica, arrivare a capirli. Non c’è in lui un intento definito di rivalsa sociale o di lanciare un messaggio politico tout-cours, quanto piuttosto la volontà di mostrare che, ad oggi, questo siano gli Stati Uniti: un’amalgama indefinita di più realtà che non si comprendono tra di loro, incapaci di accettarsi.

Non sappiamo se Il corriere – The mule sarà o meno il testamento cinematografico di Clint Eastwood. Di certo, l’anagrafe non sembra giocare a suo favore, considerando anche che gli ci sono voluti 11 anni per tornare dietro/davanti la macchina da presa dopo il film precedente e comunque più di un anno  anche solo per dirigerlo un film. Ma resta che con questo ultimo film, l’attore e regista (in questo caso, anche produttore) americano abbia dimostrato quanto sbagliato sia sottovalutare l’immenso apporto al cinema (e non solo) che grandi anziani sono ancora in grado di dare, portando in sala un film coraggioso e cinematograficamente al limite della perfezione.

di Joana Fresu de Azevedo