No time for repetition è il leit-motiv che Maike Mia Höhne – appassionata curatrice della Berlinale Shorts sin dal 2007 – ha scelto per rappresentare la sezione della 69° Berlinale dedicata al mondo dei cortometraggi. Ventiquattro i film in concorso provenienti da diciassette paesi, tutti i generi rappresentati dalla fiction al documentario, dall’animazione al genere sperimentale che non superino i categorici 30 minuti di lunghezza.

Nonostante la coraggiosa eterogeneità dei lavori selezionati, è stato possibile suddividere le proiezioni dei film in cinque sottogruppi ispirati non dall’idea di evidenziare eventuali analogie meramente tematiche (come forse tutti penserebbero), ma ispirati piuttosto dalla volontà di mettere in luce aspetti di carattere generale o analogie di intenti e d’atmosfera tali da rappresentare un raffinato ma inaspettato trade d’union tra i cortometraggi appartenenti ai singoli gruppi: che, dal primo al quinto, sono rispettivamente Sparkling solitaires rival the sun, Calling on the spirits, Anywhere the wind blows, Before imagination: reality e, infine, The show must go on.

Nella varietà delle tematiche, tre sono le principali che – a detta della curatrice stessa – caratterizzano a tutti gli effetti la selezione 2019. Una delle più importanti, che ci riguarderà da vicino nel corso dei prossimi anni, è certamente la tematica del “lavoro” nella sua più ampia accezione: si parla delle condizioni attualmente vissute da alcune categorie di lavoratori (come i sex workers in Blue Boys di Manuel Abramovich), di quali forme il lavoro potrà assumere nel futuro più prossimo e delle conseguenze che potrebbero derivare dai conflitti in materia di allocazione delle risorse.

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Una scena da Blue Boys, di Manuel Abramovich, in concorso a Berlinale Shorts 2019

Una particolare attenzione è rivolta poi all’eterna questione del divario di genere che affligge da sempre il mondo lavorativo: in alcuni casi il divario può assumere le forme della consueta disparità di trattamento economico tra uomini e donne, propria anche di una realtà come quella della prostituzione (vedi Blue Boys), in altri casi il divario si estremizza fino a concretizzarsi nell’esistenza di settori lavorativi ad esclusivo accesso maschile. Quest’ultimo è il caso di Welt on Bord di Eva Könnemann, dove la regista – rappresentata dal suo alter-ego Kathrin Resetarits – accetta l’invito di salire a bordo di un’imbarcazione e si immerge totalmente nella realtà a predominanza maschile della navigazione fluviale. Questa sarà per lei (e per gli spettatori) l’occasione di viaggiare lentamente attraverso i fiumi e i canali della Germania e, allo stesso tempo, di esplorare e conoscere da vicino il microcosmo della navigazione dell’entroterra, di certo poco conosciuto ai più. Un viaggio contemplativo e illuminante che, alla fine del percorso, farà nascere dentro di lei l’inconsueto desiderio di vivere a bordo tanto da tentare di ritagliarsi, a tutti i costi, uno spazio proprio in un mondo da sempre dominato dagli uomini.

La ex-Yugoslavia del post-guerra è un altro soggetto ricorrente, che accomuna ben tre dei cortometraggi in selezione, tra cui Omarska di Varun Sasindran: un documentario che ricostruisce e ripercorre – per il tramite delle testimonianze dirette dei sopravvissuti – la tragica vicenda del campo di concentramento di Omarska nel nord della Bosnia ed Herzegovina durante la guerra bosniaca del 1992, dove furono violentate e assassinate migliaia di persone nell’indifferenza generale.

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Il cortometraggio di Varun Sasindran racconta del campo di concentramento di Omarska

Grazie all’utilizzo di materiale d’archivio e video, Sasindran realizza un memoriale virtuale che dà voce a chi non ha avuto voce, un film dove sequenze ininterrotte di immagini (contemporanee, d’archivio o ricostruite digitalmente) vengono accompagnate dalle voci fuori campo dei sopravvissuti: una tra tutte, la straziante e decisiva testimonianza dell’ex giudice Nusreta Sivac (con cui si apre il film) che allo scoppio della guerra fu internata e costretta a lavorare nella cucina del campo, assistendo alle atrocità e violenze rivolte ai prigionieri, fino a cadere lei stessa vittima di quelle violenze. La forza e l’autenticità delle sue parole – che accompagnano pressoché tutto il film – e di quelle degli altri sopravvissuti, lasciano un segno profondo e consentono di compensare la scarna essenzialità delle immagini utilizzate, non particolarmente significative.

Molti film affrontano poi, con linguaggi e stili differenti, il tema della “partecipazione”: vero denominatore comune di tutta la selezione. Diversi i punti di vista adottati nelle varie narrazioni.

C’è chi vuole esplorare e analizzare fino a che punto il contesto e background culturale originario di ciascuno di noi possa influire nella determinazione del presente e questo è, ad esempio, il caso di All on a Mardi Gras Day dello statunitense Michal Pietrzyk: un documentario incentrato sulla figura dell’incontenibile artista Demond Melancon, principale esponente del movimento artistico dei Black Masking Indians di New Orleans e Big Chief di una giovane tribù nera della città, che – grazie al sapiente utilizzo di coloratissime perline – ricama immagini rappresentative della storia degli indigeni e degli Afro-americani. Pietrzyk segue l’artista nelle frenetiche settimane che precedono l’atteso Mardi Gras Day (il Carnevale di New Orleans), un giorno celebrato da secoli a New Orleans dove parate e costumi eccessivi affollano la città dietro la guida dei Big Chief.

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Un frame da All on a Mardi Gras Daydello statunitense Michal Pietrzyk

In un costante incontro e scontro tra le proprie origini e il proprio presente, ancora soggetto a discriminazioni («Ci chiamano gli indiani di Mardi Gras, ma non è così. Siamo solo ribelli maschere nere»), Melancon brilla e continuerà a brillare nel suo ruolo carismatico di leader e attraverso la sua indiscussa arte.

Anche Entropia, l’animazione dell’ungherese Flóra Anna Buda, si colloca nello spazio riservato ad un’elaborazione molto personale di sé tra passato, presente e futuro. Ci troviamo in un territorio indefinito ed astratto dove tre donne vivono in mondi paralleli fino al momento in cui una mosca provoca un errore di sistema e l’universo collassa, la sensualità si diffonde nell’aria e persino i reggiseni diventano superflui. Un caleidoscopio di colori e immagini in continua trasformazione che suscitano sensazioni vibranti e confuse dove la sensualità ricopre una parte imprescindibile.

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La regista (Flóra Anna Buda) e la sceneggiatrice (Zsòfia Ruttkay) di Entropia durante il Q&A (Ph. Jessica Milardo)

Un cortometraggio autobiografico che, nelle intenzioni della regista (espresse durante il Q&A), voleva rappresentasse nel modo più onesto possibile il suo mondo interiore: è infatti la confusione lo stato d’animo per lei più rappresentativo e i colori – così vivaci, mutevoli ed intensi – sono per lei il linguaggio più adatto per esprimerla. Entropia non è altro che il passaggio dallo stato d’animo della confusione ad un caos organizzato e più consapevole, una riconciliazione con se stessa e con le diverse anime che la compongono: interpretazione più che mai esplicita nel finale di memoria saffica dove le tre donne si trovano coinvolte in una scena di elegante e misurata sensualità.

C’è poi chi si focalizza sull’importanza dell’elaborazione consapevole del proprio passato (senza per questo doverlo rinnegare) nell’ottica di ridefinire il presente, come accade nel bellissimo Suc de Síndria di Irene Moray dove una giovane donna, grazie al prezioso e paziente aiuto del proprio amato, intraprende il lungo e difficile percorso di riconquista consapevole della propria libido rubatale a seguito di una violenza. Un cortometraggio sorprendente e dalla rara sensibilità.

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Irene Moray (regista) e Elena Martín (attrice) presentano Suc de Síndria durante il Q&A a Berlinale Shorts (Ph. Jessica Milardo)

Nemmeno per un istante corre il rischio di cadere nella facile insidia della volgarità perché sa conservare per 22 min un’eleganza narrativa ed emotiva che sa emozionare con forza.

In Prendre Feu, il fotografo e filmmaker Michaël Soyez – alternando larghe inquadrature con densi e attenti close-ups – crea uno scenario profondo e a tratti perturbante in cui una coppia di fratelli maschi cercano di sfuggire alla violenza e all’ira paterna, che ha reso l’ambiente familiare paradossalmente il luogo per loro più pericoloso. Traendo continuamente forza l’uno dall’altro, trovano un sicuro rifugio nel contatto intimo, magico e affascinato con la natura circostante: unica vera via di fuga possibile. Il film si basa sull’esperienza personale di una rurale e violenta infanzia del regista che inevitabilmente ha influenzato la sua vita e il suo lavoro fino ad oggi.

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Il cortometraggio Prendre Feu (di Michaël Soyez) era tra i 24 film di Berlinale Shorts

La vera sfida dell’autore è quella di evitare la spettacolarizzazione del male (che si intuisce senza bisogno di vederlo) e ciò lo ottiene raccontando la vicenda da una prospettiva defilata, con la modestia e la giusta distanza che ritiene indispensabile per trattare simili argomenti con il dovuto rispetto. Più che le persone, sono i colori e i suoni ricercati che raccontano la storia e che ci permettono di dire che Prendre Feu possa essere considerato come un quadro vivente ricco di emotività dove il bene e il male sono in eterna lotta tra loro.

Troviamo poi corti più sperimentali e difficili da descrivere, quale è Past Perfect di Jorge Jácome dove si elaborano, si trasmettono e ricompongono i pensieri: una sequenza associativa di immagini indefinite (e spesso incomprensibili) legata da un lungo dialogo immaginario che attraversa i secoli fino ad arrivare all’oggi contemporaneo. Il regista portoghese crea una geografia della malinconia e della tristezza che attraversa la più recente storia dell’uomo. Dai “Crying parties” di Los Angeles all’ “Angelus Novus” del pittore Paul Klee, dallo Sehnsucht del romanticismo tedesco a “Yesterday” dei Beatles. In una società in cui predomina l’ostentazione della felicità e del successo, questo film ha il coraggio di dare ampio spazio al più fuori moda tra i sentimenti umani. Un continuo interrogarsi provocatorio e stimolante sul «se ci sia ancora permesso di provare tristezza» e sul dove trovarla.

Splash di Shen Jie, appartenente alla giovane generazione di animatori indipendenti in Cina, è un salto nell’acqua che segna il passaggio tra la vita e la morte. Lo “splash” nell’acqua della telecamera che affonda è paragonabile all’esplosione di una bomba che interrompe bruscamente la piatta tranquillità della piscina. Grazie al preciso montaggio di pochi elementi sonori, immagini animate e inquadrature, Jie ci racconta delle linee di confine e delle possibilità che la vita ci riserva. L’urgenza e l’irrequietezza sono componenti imprescindibili del film, le cui immagini sono ispirate dal pittore britannico David Hockney.

C’è poi Leyenda Dorada di Chema García Ibarra e Ion de Sosa, una piccola favola estiva surreale e sospesa nel tempo, dove persone di ogni età stanno trascorrendo, in una calma irreale, una rilassata giornata estiva in un villaggio rurale della Spagna al cospetto del vigile e superbo sguardo di Nostra Signora della Consolazione.

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Il cast di Leyenda Dorada durante il Q&A a Berlinale Shorts (Ph. Jessica Milardo)

Una piscina poco attraente diventa il perno centrale della storia. È come una fotografia utopistica di una spensierata giornata di paese in cui però, straordinariamente, tutti i conflitti, le rivalità e le aggressioni sono magicamente sospese in un’atmosfera rarefatta e quasi mistica, come se gli abitanti si fossero presi una ben meritata pausa dalle bassezze e bruttezze della vita ordinaria.

Una sezione, quella della Berlinale Shorts, che si assume il rischio di affrontare tematiche scomode e difficili, che vuole e riesce a tenere il passo con i tempi, facendosi portavoce del bisogno collettivo di avere nuovi modelli di comportamento in una società in continua trasformazione, nonché una moltitudine di storie che servano a plasmare un futuro più sostenibile per tutti noi.

di Jessica Milardo