Il mondo «smells of mortality», «puzza di corruzione», «emana un lezzo di mortalità». Questo verso, tratto dal Re Lear, potrebbe a buon diritto fungere da sottotitolo allo splendido e terribile film La favorita di Yorgos Lanthimos. Il fetore della putredine è reso ancora più pungente dai belletti e dalle parrucche, dai merletti e dalle crinoline, dagli inchini e dalle riverenze, dalle danze e dai concerti, i quali non sono più il simbolo di una società raffinata, la cifra della ‘civile’ Europa, bensì orribili maschere di carnevale. Ma il se il carnevale assolve ancora una funzione di cesura tra il vecchio e il nuovo ordo, tra le cose di prima e le nuove che stanno per sopraggiungere, nel film di Lanthinos invece tutto corre verso la rovinsa, il disfacimento, la morte. Non è l’apocalisse a essere messa in scena, ma una sua volgare caricatura: il registro, così, da tragico che era diviene grottesco. Se la tragedia, infatti, è scatenata da un drán, da un’azione, da una scelta, da una radicale de-cisione assunta con consapevolezza, del tutto anti-tragico è l’agire della regina Anna Stuart, dominata da una incostanza e da una mutevolezza d’umore che la costringono a comportarsi come una bambina viziata.

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Olivia Colman è la Regina Anna Stuart in La favorita

 

Eppure è Anna l’unico personaggio in cui ancora resiste un lacerto di umanità, intendendo con questa parola la capacità di pensare, di riflettere su se stessi, di avere coscienza del mondo, soprattutto del tanfo del mondo. Il pensare di Anna non è come quello di Lady Sarah o di Abigail, le dame che si contendono il ruolo di favorita della regina, appena rivestite da una patina di machiavellismo, il quale non si esaurisce certo nella dissimulazione e nella simulazione, qualità incapaci di per sé di conquistare il potere e meno ancora di stabilire un governo. Certo, anche Anna, pur essendo regina, è inetta a règere lo Stato, a tenerne la barra e a sanarne le piaghe; le sue decisioni non sono fondate, ma soggette a scatti umorali e isterici, e quindi non sono decisioni nel significato a cui sopra si accennava; difetta in lei qualsiasi visione politica, sia interna (la scelta di aumentare le tasse per foraggiare la guerra contro la Francia è semplicemente suicida) sia estera; per lei la corona e il Regno sono soltanto un peso. Tuttavia questa bambina avvizzita, che si circonda di diciassette conigli, tanti quanti furono i figli da lei perduti in seguito ad aborti e a morti premature, che si fa oltraggiare e addirittura sottomettere da Lady Sarah, è la sola ad avere contezza della rovina universale.

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Rachel Weisz e Emma Stone sono le splendide coprotagoniste del film 

La favorita prende il testimone dal Re Lear e si spinge oltre: se nella tragedia shakespeariana il vecchio monarca ha bisogno del Fool per aprire gli occhi, Anna invece è nel contempo sovrana e Fool: solamente in lei, infatti, si consuma il passaggio dal Tragico al Grottesco. E di questo passaggio, ciò che più conta, ella ha perfetta contezza, come mostra in modo irrefutabile la scena che suggella il film, dove la fine di ogni regia potestas, l’impossibilità di trasmette il potere e dunque di avere eredi degni di questo nome, persone cioè che soffrono fin nella propria carne per la ‘mancanza’ (‘erede’ deriva dal greco khéros che significa ‘deserto’, ‘spoglio’) del capo-stipite, assumono i tratti deformati di una maschera che non è né tragica né comica, ma, come si diceva, grottesca. Come altrimenti definire, infatti, se non grottesca l’invasione dei conigli con cui termina il film? Ma in un paese dimidiato da odi intestini, dove i nobili, che dovrebbero reggerne le sorti, passano il tempo assistendo a gare di oche o a lanciare arance contro un loro pari che si dimena, nudo, davanti a un paravento, forse i veri eredi sono proprio i conigli, simbolo come è noto di pavidità e di sfrenata lussuria.

Più che riproporre, sia pure con inedita freschezza, il luogo comune del Palazzo reale quale nido di vipere, in cui non può esistere libertà di parola né fedeltà, ma soltanto inganno e finzione, inimicizia e tradimento, il film di Lanthimos mostra l’estrema metamorfosi del Politico. Anche se il personaggio di Abigail – giovane donna dotata di una buona istruzione (ella conosce il latino e il francese e ama la lettura), ma precipitata, per la dissennatezza finanziaria del padre, in uno stato di indigenza – può essere interpretato, marxianamente, come il paradigma del conflitto di classe, della lotta che le vite minuscole ingaggiano contro quelle maiuscole per diventare a loro volta tali, non pare questa tuttavia la vera morale del film, la quale è da ricercare piuttosto nel tramonto della politiké téchne e dello strumento principale attraverso il quale essa è esercitata, vale a dire il pólemos, la guerra. Se per millenni la politiké aveva insegnato i modi attraverso i quali conquistare e conservare il potere sempre, però, in una prospettiva morfogenetica, finalizzata a creare, appunto, una nuova morphé politica e a generare nuovi ordini ed equilibri, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale, ne La favorita, invece, non solo lo scontro tra le due rivali, ma anche le trame ordite dal conte di Oxford Robert Harley e dagli altri incipriati cicisbei si esauriscono in una pura libido dominandi, che ha il proprio esclusivo centro assiale nella philautía, in uno smisurato, eccessivo, delirante amor sui. Anche la guerra che la Gran Bretagna sta conducendo contro la Francia appare priva di una specifica finalità, ridotta com’è a una sanguinosa scampagnata oltremanica riguardo alla quale nessun dimostra di avere la minima idea né sul modo di condurla né tantomeno sulle azioni diplomatiche da intraprendere dopo primi successi riportati sul campo di battaglia.

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Politico, Tragico e Grottesco si fondono in La Favorita di Yorgos Lanthimos

Per quanto sconciata dalla malattia e priva di un’autentica statura regale, Anna a poco a poco diviene cosciente che la sua reggia, il suo Regno, il mondo intero «smells of mortality»: ella acquista, in una parola, ciò che per re Lear è il sommo bene, e cioè la maturità (ripeness), la quale «è tutto». L’ultima immagine che abbiamo di lei è quella di una donna che è divenuta finalmente regina: la sua mano, più che appoggiarsi sulla chioma di Abigail, la afferra con imperio (nella iconografia tradizionale questo è il gesto che il condottiero vittorioso riserva agli sconfitti, in segno di sottomissione); il suo sguardo invece fissa con fierezza, quasi con odio, un punto che si perde in misteriose lontananze. O forse è il nulla ciò che Anna osserva; ma in quello sguardo e in quella postura balena, sia pure per un fuggevole istante e sia pure ridotta ormai a immagine spettarle, l’antica grandezza del Politico e la sua capacità di fondare ordini nuovi.

di Andrea Panzavolta