Il cinema ha mutuato tanto dall’arte figurativa, si sa, come dalla musica e dalla letteratura; ma è vero anche il contrario, tanto che il film pittorico, in un’opera artistica, è lo strato di stesura di colori e leganti che formano un dipinto.
Nell’esposizione Ottocento, l’arte dell’Italia tra Hayez a Segantini, ora ai Musei S. Domenico di Forlì e visitabile fino al 16 giugno,  questa comunanza è molto evidente.
In mostra, una selezione di opere di arte italiana create tra il declino del Romanticismo, ancora fortemente presente, e i primi decenni del Novecento.
Ecco che proprio questo scorcio di tempo tra il tramontare del Romanticismo e l’alba del nuovo, difficile secolo ha dato vita a opere non solo monumentali per dimensioni, ma epiche per i molteplici principi ai quali si ispirava e ai quali richiamava il popolo ad essere ispirato: dalla divisione all’unità d’Italia, dalle guerre e alle ricostruzioni ad esse connesse alle meraviglie italiane (non dimentichiamo che da fine 1600 l’Italia è teatro di viaggi di ispirazione, il celebre Grand tour, antesignano del nostro turismo culturale, che, se è vero che coinvolse molte città europee, aveva nell’Italia di Roma, Venezia, Firenze e Napoli – solo per citare alcuni centri – il suo perché: Goethe aveva scritto proprio tra il 1813 e il ’17 il suo Viaggio in Italia)…

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Uno dei dipinti in mostra, di G. Previati.

Tutto questo, unito alle speranze e alle disillusioni degli italiani divisi di divenire un unico popolo e a infinite altre motivazioni, è espresso magistralmente nei brani pittorici esposti, molti dei quali divengono reali teatri di posa.
Ed ecco allora le opere dei più grandi pittori italiani dell’epoca, tra i quali i celeberrimi Hayez e Segantini del titolo, passando per gli scorci delicatissimi di Induno, i profili doloranti del Morbelli, i bagliori di Pelizzada Volpedo, i primi slanci di un rigoroso ritorno all’ordine di Corcos, la galleria di ritratti di musicisti e poeti in posa scenica, sculture rubate da frame cinematografici per la loro ricercata vivezza.
Sappiamo che il linguaggio si muove dal piano conoscitivo a quello emotivo e che nel linguaggio iconico la funzione prevalente è quella emotiva, capace di scatenare suggestioni infinite, e questo nei grandi dipinti in mostra a sfondo storico o letterario è molto evidente: il dato conoscitivo viene passato tramite una forte emotività. Ne sono un esempio le opere di Giulio Aristide Sartorio, potentemente teatrali (fu infatti anche regista di cinema: nel suo Il mistero di Galatea del 1918 cita la scultura del collega artista Vincenzo Gemito, anch’egli presente in mostra al S. Domenico). Sartorio fu tra i primi artisti a intuire il grande impatto emotivo che si veniva a creare dall’asincronismo con una preesistente fonte iconografica e lo sfruttò coscientemente.

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Nel suo Il mistero di Galatea Giulio Aristide Sartorio si ispirò alle opere di Vincenzo Gemito

Paradossalmente in mostra non è presente il celeberrimo Il bacio di Hayez, utilizzato come fonte da Visconti in Senso nel famoso bacio tra Alda Valli e Farley Granger.
Le superproduzioni storiche cinematografiche italiane dei primissimi decenni del Novecento sappiamo che si ispirarono principalmente alle reinvenzioni pittoriche di storia: accademiche, leziose, ma estremamente efficaci per realismo e potenza epressiva, soprattutto per merito di un utilizzo drammatico della luce, delle pose e delle espressioni dei volti uniti alla resa minuziosa del particolare d’arredo, che spesso emerge in bagliori da un ambiente immerso nel buio, e dai colori intensi e saturi.
Così, mentre in mostra troviamo, tra le altre, monumentali opere di elevato o elevatissimo livello artistico, che si ispirano alla letteratura o agli avvenimenti storici come monito per il presente, il cinema, in quegli stessi anni, si rifarà a sua volta alla pittura, che ha già filtrato quegli stessi eventi, per riconoscere e non solo immaginare e riproporre i medesimi aneliti.

di Daniela Montanari