Capita. Capita a volte di trovarsi nel posto giusto e al momento giusto. Capita di poter assistere in prima fila alla gioia di un giovane regista (ancora per poco) under35 a cui viene comunicato di essere in cinquina per la sezione cortometraggi del Premio David di Donatello 2019. Capita che si venga dal primo incontro subito rapiti dall’entusiasmo e dalla determinazione con cui il regista Mohamed Hossaimeldin parla a tutti di Yousef, suo settimo cortometraggio, unico italiano in concorso nella sezione internazionale del più importante festival del settore, il Festival du Court Métrage de Clermont-Ferrand.

Capita che noi Yousef lo avessimo già visto durante la Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia, all’interno della selezione per il Bando MigrArti, importante rassegna e filone di finanziamento grazie al quale, fino allo scorso anno, il Ministero dei Beni Culturali era riuscito a dar voce a tanti registi come Mohamed e tenere alta l’attenzione del pubblico su una tematica importante per la nostra società come quella dell’immigrazione. Di questo cortometraggio (prodotto da Premiere Film, con il supporto alla co-produzione di Smile Vision e di Rai Cinema) avevamo apprezzato la capacità di Mohamed di farci entrare dentro le emozioni e i pensieri del suo protagonista, interpretato dal bravissimo attore francese Jean-Christophe Folly, la cui carica espressiva ed interpretativa permettono al pubblico di guardare con empatia l personaggio di Yousef. Sicuramente aiutato da un sempre magistrale Daniele Ciprì alla fotografia, Hossameldin non lascia possibilità di fuga dalle emozioni al suo Yousef, lasciandogli urlare il suo sono italiano, portando lo zoom della sua telecamera talmente vicino al volto dell’attore da farci percepire i pori della pelle che si dilatano, il riflesso della spietata burocrazia attraverso i suoi occhi, la rabbia per la non accettata identità tramite il suo frequente battere di ciglia. E’ un film potente Yousef, nato dalla volontà di dare dignità a chi, ogni giorno, si trova a dover combattere per farsi accettare in una società che sembra non volerti nemmeno guardare.

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Il regista Mohamed Hossameldin, il cui cortometraggio Yousef è l’unico italiano nella sezione internazionale al Festival du Court Métrage de Clermont-Ferrand

Capita che noi Mohamed Hossameldin lo abbiamo incontrato qualche giorno fa, uscendo fuori dal padiglione dell’European Short Film Market a Clermont-Ferrand, mentre cercavamo un momento di pausa tra un meeting e l’altro. Capita che la naturalezza con cui si è svolto quell’incontro ci abbia permesso di poter assaporare nell’accento romano di questo giovane regista di origine egiziana quasi un senso di ritorno alle nostre origini italo-africane. Capita che l’intervista che Mohamed di ha gentilmente concesso sia uscita con la stessa naturalezza.

Kontainer16: Il tuo corto Yousef è l’unico corto italiano in concorso nella sezione iternazionale di un festival così importante come quello di Clermont-Ferrand. Cosa si prova?

Mohamed Hossameldin: Sono emozionatissimo, perché ovviamente era uno dei miei sogni partecipare a Clermont. E’ la prima volta ed è stato meraviglioso, perché la prima proiezione che ho visto del mio corto è stata la mattina alle 10, nella sala più grande, con 1500 posti piena ed è stata per me un’emozione fortissima.

K16: Ci racconti come è nato il tuo film? Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia?

M.H.: Il film, come tutti i miei precedenti, nasce da una esigenza personale di raccontare il conflitto di identità che anche io ho vissuto, per le mie origni, la mia immigrazione a Roma e crescita. Questa volta, inoltre, nasce da questo articolo che avevo letto di un ragazzo italiano nero che raccontava di essere ad una festa di paese durante un concerto e di aver visto una bandiera italiana prendere fuoco. Lui, d’istinto, da italiano, corre verso la bandiera per spegnere il fuoco. Ma a metà strada di ferma, pensando a quale sarebbe potuta essere la reazione delle persone nel vedere un immigrato di colore con una bandiera dell’Italia infuocata in mano. Questo ha suscitato subito in me un’altra domanda: perché ha dato per scontato che la gente lo avrebbe aggredito e accusato di aver bruciato la bandiera invece di aiutarlo a spegnerla? E qui per me sta la novità. Tutti i personaggi di cui io avevo parlato prima, in qualche modo anche per debolezza o per paura, avevano la scelta di nascondere la propria identità o la propria origine. Nel caso di Yousef è impossibile. Perché non può cambiare il colore della sua pelle. E la cosa per me molto tragica è il suo quasi sentirsi in colpa per una cosa che non dipende da lui e che, ovviamente, non è sbagliata. Però lui si sente in continuazione sbagliato, sempre con il dito puntato, sotto osservazione, suscettibile di venire accusato di qualsiasi cosa.

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Conference call per la presentazione in Francia del cortometraggio Yousef

K16: In questo senso , infatti, il suo ripetere sempre sono italiano, quasi un voler esprimere la sua identità, da una parte, ma anche cercare di convincersene, come se anche lui non ci credesse.

M.H.: Esattamente così. Questo nasce dal suo vissuto, un quancosa che noi non vediamo. A me non interessa raccontare ciò che già sappiamo, perché lo sappiamo tutti quanto possa subire atti di razzismo un ragazzo nero o una ragazza con il velo. A me interessava raccontare quello che lui prova nella sua intimità. Quando lui si guarda allo specchio, da solo nel bagno, il suo sguardo, la sua sofferenza, il suo dolore sono gli elementi che io voglio raccontare alle persone che vivono solo di informazioni dai media o di diffidenza a priori.

K16: Il film parte già con prestigiose produzioni: c’è dietro Premiere Film (doppiamente coinvolta, visto che uno dei soci, Saverio Pesapane è anche tuo cosceneggiatore), c’è Rai Cinema, c’è la coproduzione di Smile Vision. Ma nasce anche come progetto per il bando MigrArti che, come sappiamo purtroppo, è stato interrotto quest’anno. Cosa ha rappresentato per te farne parte?

M.H.: Questo film è il settimo che faccio ed è il secondo MigrArti, perché ho partecipato con un aaltro corto nel 2017. Per me era una grandissima opportunità per raccontare quello che io sento il bisogno di raccontare. Senza dover trovare giustificazioni o dover convincere un produttore ad investire su un progetto che come tema avrebbe potuto non accettarre. MigrArti era mirato per questo tema e per me era quasi un regalo. Adesso che non c’è più sicuramente limita tanto, dal punto di vista pratico, la realizzazione di tanti corti che finora sono stati possibili proprio grazie al bando. Ma sono comunque fiducioso che troveremo il modo comunque come registi di andare avanti nel trattare queste tematiche. 

Stasera alle 20.15 Mohamed Hossameldin sarà nella Sala Cocteau per assistere con il pubblico alla proiezione del suo corto a Clermont. L’ultima prima della proclamazione del vincitore al Festival di Clermont. Ma anche con lo sguardo già al 27 marzo, quando verranno decretati i Premi David di Donatello. Che quest’anno, nella scelta della cinquina dei cortometraggi sembra quasi voler sottolineare quanto la tematica immigrazione vada raccontata dai registi. Sperando che il Bando MigrArti possa avere una nuova possibilità.

di Joana Fresu de Azevedo