All’International Film Festival of Rotterdam abbiamo visto (e apprezzato) la proiezione di Bangla, primo lungometraggio del giovane regista italo-bengalese Phaim Bhuiyan. Abbiamo anche avuto modo di fare una piacevole chiacchierata con lui, tra racconti dei suoi esordi, il suo passato da YouTuber e, ovviamente, Torpignattara.

Kontainer16: Come è stato catapultarsi in un festival internazionale già al debutto?

Phaim Bhuiyan: In verità tutto il progetto è stato un caso anomalo, intendo realizzare un lungometraggio. È raro in Italia avere questo tipo di possibilità.  Io avevo realizzato un servizio televisivo per Nemo che va in onda su Rai Due, in cui avevo trattato la stessa tematica che tratto nel film e poi da lì, una volta finito il montaggio, mi è arrivata la notizia che siamo stati presi al festival, stare in concorso con altri 7 film siamo molto molto contenti.

K16: Come ti sei trovato nella scrittura a quattro mani?

P.B.: Con Fandango ho avuto molta libertà di scrivere. Mi sono trovato molto bene a scrivere con Vanessa Picciarelli, già ci conoscevamo poiché è stata mia insegnante all’università. Inoltre viviamo nello stesso quartiere quindi è stato molto facile trovare i temi da trattare, anzi avevamo difficoltà nel scegliere cosa trattare oltre alla storia di amore. Alla fine abbiamo optato per religione, amici e questa nuova ondata di chi prende la cittadinanza delle comunità del Bangladesh ed emigra in Inghilterra.

K16:Avevi qualche timore nel trattare la religione in maniera così ironica?

P.B.: Già quando scrivevamo sentivo una responsabilità perché sapevo che l’avrebbero visto i giovani,  e sapevo che poteva influenzare positivamente o negativamente. Ho cercato di essere il più imparziale possibile raccontando un mio punto di vista. E comunque spero venga compreso il fatto che sia un’opera artistica e non un riferimento del vero me. Mi sono confrontato anche con un Imam a chiedergli come poter rappresentare determinate scene senza essere troppo volgari.

K16: Parlando dei tuoi inizia hai iniziato come YouTuber e poi ti sei spostato a videoclip musicali. Come sei approdato alla scelta di voler fare il regista?

P.B.: Facevo lo YouTuber puramente per gioco. Io ho studiato grafica pubblicitaria, spesso c’era la possibilità di partecipare a dei concorsi in un cui c’era una parte video, di cui mi occupavo sempre io, da lì ho iniziato a fare un po’ di spot. Poi all’età di 17 anni ho iniziato a fare alcuni videoclip della scena underground di Roma per quanto riguarda il rap, e frequentavo quartieri come Tor Bella Monaca. Dopo dai videoclip sono venuto a conoscenza della possibilità di poter vincere una borsa di studio allo IED e da lì ho tentato, e da lì ho iniziato il mio percorso formativo, un’infarinatura di storia del cinema, tecniche di scrittura e dei vari racconti. Da lì ho iniziato a scoprire tutto il cinema italiano degli anni sessanta, settanta, ottanta. Un film che mi ha particolarmente colpito è Il sorpasso di Dino Risi. Da lì ho iniziato a fare cortometraggi insieme ai miei altri compagni di classe, e riesci a crearti un bel gruppo di lavoro. Ad esempio chi ha fatto le musiche del film è un mio compagno dell’Università, Dario Lanzellotti, quindi alcune persone dell’Università con cui ho lavorato me le sono portate anche sul set.

K16: Quindi un interesse cresciuto piano nel tempo.

P.B.:  Nella mia famiglia c’è stato sempre il concetto di dover andare all’Università e fare i classici lavori come ingegnere o dottore. Comunque devi sempre trovare qualcuno che ti trasmetta le passioni, ho avuto insegnanti sia alle superiori che all’Università ho avuto insegnanti che hanno trasmesso delle passioni, sono stati fondamentali, se non hai qualcuno che ti insegna, secondo me sei disorientato. Quindi secondo me è importante avere dei “mentori”.

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Phaim Bhuiyan interpreta se steesso nel suo primo lungometraggio da regista, Bangla

K16: Prima parlavi di Dino Risi, c’è chi ti ha accostato a Nanni Moretti, a me hai ricordato un po’ Woody Allen per come hai trattato in maniera sarcastica il tema religioso. Chi sono i tuoi riferimenti cinematografici?

P.B.: Per il film ci siamo basati come umorismo a Clerks, perché ricorda un po’ quel mondo, noi forse siamo un po’ più “allegri”, però l’umorismo è quello: prendere degli sfigati che sanno affrontare i problemi. Poi Master of None, e poi quando abbiamo scritto il film abbiamo visto che era uscito il trailer di The Big Sick, però quando ho visto il film era una roba completamente diversa. Invece, per quanto riguarda riferimenti miei, adesso mi piace molto come regista Derek Cianfrance che ha fatto Blue Valentine, The Place Beyond the Pines. Oppure di italiano Stefano Sollima, in realtà sono molto legato ai gangster movie, non so per quale motivo. Però, per quanto riguarda Nanni Moretti, è una cosa che mi hanno fatto notare, però è stata recitazione involontaria, lascio giudicare gli altri su questo. E come dicevi Woody Allen, forse ricorda un po’ Manhattan ora che mi ci fai pensare.

K16: Allora qui mi allaccio come città, perché Torpignattara è un’altra protagonista della vostro film. Siete riusciti ad aprire un mondo, anche per chi è di fuori italiano o straniero. Secondo te come viene percepito il racconto di Torpignattara?

P.B.: Un paragone che posso fare tra quartieri, adesso mi viene in mente Harlem a New York: sai che se tu dici “Harlem”, quello è il quartiere “africano”, sai che se tu vai là, troverai quella tipologia di persone, un quartiere multiculturale dove convivono varie etnie. Torpignattara è sempre stato soggetto come un quartiere visto male. Ad esempio, dopo che c’è stato l’attentato al Bataclan, cosa succede? Succede che si va nel quartiere multietnico a intervistare le persone che magari non centrano niente, vogliono cercare lo scandalo da poi scriverci nei giornali. Spesso viene visto male per questo motivo, in verità è sempre stato un quartiere abbastanza tranquillo. Quindi noi abbiamo voluto dare questa visione un po’ più generale di un quartiere che non è pericoloso. Roma è talmente grande, che alcuni quartieri nemmeno io paradossalmente li conosco. Come i quartieri di Roma Nord, per me sono un mondo a parte. Quindi, secondo me, chi vede solo il telegiornale, effettivamente può avere questa percezione anche dagli altri quartieri.

K16: Distribuzione in Italia? E all’estero?

P.B.: Per la distribuzione italiana ancora non so le date di uscita. E per l’estero speriamo di avere notizie a fine festival [di Rotterdam].

K16: Guardando in retrospettiva al lavoro svolto, quali sono state le difficoltà che ti aspettavi e che cosa si è rivelato diverso dalle tue aspettative?

P.B.: Paradossalmente, la paura più grande, era trovare il cast, il mio timore maggiore era che non potesse funzionare. Quando mi è stato detto che dovevo girare il film, avevo solo 3 settimane di preparazione: trovare le persone, scegliere i costumi e tutto il resto. Però una cosa efficace è stata prendere delle persone vere, che erano effettivamente miei amici, davanti alla macchina da presa c’è chi rendeva di più chi meno, nel complesso il film ha funzionato. Una delle difficoltà maggiori per me è stato recitare, ho dovuto prendere delle lezioni di acting coach in corsa per poi confrontarmi con attori che hanno più esperienza di me come Pietro Sermonti, Alessia Giuliani. Loro mi hanno anche anche aiutato a indirizzarmi. Poi c’è stato un momento abbastanza drammatico quando nella scena del matrimonio di mia sorella, in cui Asia (Carlotta Antonelli) mi bacia, ho sudato freddo perché c’era la comunità, e c’era anche mia mamma. In realtà quel bacio non c’era, ma lei me l’ha dato comunque. È stato un momento in cui ho sudato freddo, però nessuno ha detto niente, quindi mi sono salvato.

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Carlotta Antonelli e Phaim Bhuiyan in una scena del film Bangla

K16: Come mai non hai cercato un attore per il tuo ruolo?

P.B.: A parte il poco tempo, mi sono chiesto se c’era nessuno con le mie mimiche. Ho pensato se devo sbagliare preferisco sbagliare io, il progetto è mio e preferisco assumermi tutte le responsabilità. Poi in verità, spesso mi chiedono “Vuoi fare l’attore?”, non ci ho mai pensato, a questo punto forse mi tocca iniziare a pensarci.

K16: E come ti sei trovato nella doppia veste regista-attore protagonista?

P.B.: Penso occorra molta diplomazia e capacità di gestire un team e allo stesso tempo quando si ha un rapporto confidenziale con tutto il team, le persone del set capiscono le tue esigenze e cercano di realizzarle, soprattutto perché comunque recitavo. Come dicevo, devi avere anche una figura che sia un “regista tecnico”, perché quando reciti, non sai effettivamente come stai andando, devi sempre avere una persona di riferimento che ti dica quando sbagli la battuta, o se l’hai fatta più giù di voce, allora serve. Soprattutto quando sei giovane, e hai sul set persone di grande esperienza, secondo me è meglio ascoltare che doversi imporre. Secondo me non mi devo arrogare il fatto che io sono il regista e devo fare tutto io, anzi, a volte un consiglio è anche meglio. Credo soprattutto per chi voglia iniziare debba dare soprattutto fiducia al suo dire questo secondo me è ottimo.

K16: Per il futuro come pensi che svilupperai il tuo lavoro tra regia e scrittura?

P.B.: A me scrivere piace, hai molta più libertà, hai una visione maggiore rispetto ad un progetto che ti viene affidato. Per un regista, ogni volta che vede un film cambia sempre il gusto e piano piano secondo me sviluppa anche diverso tipo di sensibilità e quindi ogni volta il progetto può trasformarmi. Quindi per me è importante sia scrivere, sia dirigere.

di Clara Longhi