All’età di ottantadue anni, Robert Redford, icona vivente del cinema statunitense, sceglie di interpretare la storia vera, rivisitata dal regista David Lowery, di Forrest Tucker, narrata da un giornalista del prestigioso settimanale New Yorker.

Si tratta della parabola di un rapinatore di banche divenuto famoso per l’ostinazione con cui perseguiva i suoi furti, organizzati sempre in modo originale e senza l’uso di armi, dai quali ricavava cospicui bottini, riuscendo ad evadere per ben sedici volte dalle carceri in cui veniva rinchiuso.

Il fascino di questo personaggio riuscirà a contagiare, non solo una donna che continuerà ad amarlo nonostante la sua malsana professione, ma l’inflessibile investigatore, il segugio sempre alla ricerca delle sue tracce per poterlo consegnare alla giustizia.

Sembrerebbe un personaggio dei fumetti, nato dalla fantasia di uno scrittore noir, se non fosse che nel caso di Tucker la cronaca, la realtà dei fatti, supera ogni immaginazione: il suo ultimo arresto, nel 2000, accadde dopo l’ennesima rapina, all’età di settantanove anni compiuti.

Davvero un “tipo” perfetto da incarnare, per un mito come Redford, al termine della sua attività, vincitore già di due premi Oscar, uno come miglior regista per Gente comune (1981) e uno alla carriera nel 2002.

Una parabola della sua vita di attore e di regista, di uomo che nel proprio mestiere sa mettere tutto il suo ingegno, tutta la sua passione, senza rinunciare mai ad un proprio codice “morale”, in cui il senso di avventura e di trasgressione non si abbrutisce con dosi letali di violenza agita e manifesta.

Il regista Lowery ha ricreato una sequenza speciale per rendere omaggio al protagonista e all’attore stesso: girate in Super16, le immagini delle mille evasioni di Tucker, si sovrappongono ad alcune delle più celebri scene interpretate da Robert Redford, tra cui La caccia, Butch Cassidy, girate negli anni Settanta.

Aveva l’aria di un vero gentiluomo, dirà di lui una delle sue vittime; un “brigante” d’altri tempi, per il quale vivere era molto più importante del “guadagnarsi da vivere”.

di Daniela Ponti