Claustrofobico. E’ questa la sensazione che meglio riassume la visione di questo drammatico film di denuncia, basato su una delle vicende più oscure accadute durante il regime dittatoriale degli anni 70/80. Oltre 4.000 giorni di folle prigionia. Settembre 1973, l’Uruguay è sotto il controllo di una dittatura militare. Il movimento di guerriglia dei Tupamaros che lotta contro il regime è stato soppresso da circa un anno. Il regista Uruguaiano Álvaro Brechner ci racconta la vicenda di tre di loro trascinandoci dentro un labirinto disumano con un susseguirsi di tanti trasferimenti che vede i personaggi sbattuti e segregati in celle permeate di sporcizia, violenze, privazioni, umiliazioni e dove gli unici contatti sono topi ed insetti. L’intento del sergente delle milizie è molto chiaro:

Non vi uccideremo, ma vi porteremo pian piano dentro la follia.

Altra restrizione è dettata in un foglietto che precisa chiaramente: Vietato parlare. L’unico modo che hanno i tre per potere comunicare diventa un empirico codice morse fatto di secchi colpetti sul muro, trasmessi con le nocche delle mani. Parte un lamento silenzioso  e un angosciante conduzione al patibolo della morte, dove i tre rivoluzionari saranno spinti al compimento dell’atto conclusivo. Ma subentra un irrefrenabile attaccamento agli affetti personali e alla convinzione delle loro ideologie di libertà. Sul punto di resa, la madre di uno di loro è molto chiara.

Devi resistere. Solo chi si arrende ne uscirà sconfitto.

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La forza del film sta nel mostrare la disumanità della segregazione senza cadere in scorciatoie platoniche per accontentare il pubblico. Gli scenari sono nudi, crudi, ossessivi, lividi, senza colpi di scena. Non c’è speranza di intravedere spettacolari tentativi di fuga, ore di aria, o scontri tra prigionieri. Gli unici squarci di luce che entrano nelle tetre celle sono i balzi temporali che evidenziano il cambio politico dei lunghi dodici anni ed i flashback scanditi da onirici voice-over dei tre prigionieri che sognano il ricongiungimento con le persone più care. Il film concede veramente pochi attimi alla spettacolarizzazione e si limita alla scena in cui uno dei carcerati si trova impossibilitato a sedersi sul water per via dell’ ammanettamento ad una tubazione del bagno, oppure nella ipocrita consultazione di un debole comitato della Croce Rossa Internazionale che deve ispezionare la condizione di vita dei carcerati o ancora al dialogo surreale tra la dottoressa del carcere ed uno dei protagonisti.

L’effetto di isolamento concede solo pochi attimi di piccole conquiste, rappresentate da insostituibili reliquie, come la saponetta, il vaso in cui espletare le funzioni corporali, la matita, il taccuino, piccoli frammenti giornali, o la possibilità di scrivere poesie d’amore per conto del servizio di vigilanza.

Un elogio ai tre bravissimi interpreti, Antonio de la Torre, Chino Darin, e Alfonso Tort impegnati in una prova attoriale di intensità magistrale e calati nei panni di figure simili ma non stereotipate. Tre figure che in seguito hanno contraddistinto realmente la scena del loro Paese, ricoprendo ruoli politici di rilievo con Mujica diventato addirittura Presidente in Uruguay, dal 2010 al 2015.

Il film scatena, frustrazione, orrore, commozione, e nonostante i ritmi non enfatizzati, schiaccia lo spettatore sullo schienale della poltrona con un pugno sullo stomaco da fare mancare il fiato per tutta la durata del film.

Crudo, Claustrofobico, Colpevole… Assolutamente da vedere.

Nota: Il pubblico in sala al termine della visione è rimasto incollato alle poltrone ad osservare con un groppo in gola e silenzio empatico, lo scorrere di tutti i titoli di coda.

Voto: 8,5

di Kastel