Tre Volti non si può guardare, né tantomeno recensire, con sguardo pigro e assuefatto all’estetica occidentale. Non lo si deve fare soprattutto per rispetto del coraggio artistico di Jafar Panahi che ha sfidato nuovamente (già lo aveva fatto con This is not a film, Closed Curtain e Taxi Teheran) la condanna ventennale a non dirigere film, vincendo – questa volta – il Premio alla Migliore Sceneggiatura al Festival di Cannes 2018: premio che si aggiunge agli altri ormai numerosi riconoscimenti internazionali ricevuti dal regista. Come scrive il professore di letteratura iraniana, Hamid Dabashi:

Panahi non fa come gli viene detto, infatti egli ha avuto successo proprio per non fare come gli viene detto.

Il film si apre con un video realizzato al cellulare, nel quale la giovane aspirante attrice Marziyeh filma il proprio apparente suicidio, additandone le responsabilità alla propria famiglia (per non averla lasciata libera di seguire i propri sogni di attrice) e alla star del cinema iraniano Benhaz Jafari (per aver ignorato le sue molteplici richieste di supporto).
Ha inizio, così, il viaggio angoscioso di Jafari alla ricerca della ragazza – viva o morta – in compagnia di Panahi stesso, nuovamente al volante dopo il precedente film Taxi Teheran (2015).

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Il viaggio attraverso le colline desertiche dell’Iran li condurrà al paese rurale dove si presume abiti Marziyeh, un modesto insediamento affetto da frequenti problemi di corrente elettrica e da una endemica mentalità reazionaria e superstiziosa.
Le attrici vengono definite con disprezzo intrattenitrici dagli uomini del villaggio, i quali non mancano di esternare giudizi morali nei confronti di un’attrice decaduta, ex-star del cinema iraniano antecedente alla Rivoluzione del 1979, isolata ai margini della comunità.
È forse proprio quello dell’attrice decaduta il terzo “volto” presentatoci da Panahi, in aggiunta ai volti dell’aspirante attrice (Marziyeh) e dell’attrice di successo (Jafari).
Mentre le ricerche di Marziyeh da parte di Jafari fanno progressi, il personaggio di Panahi, rispettato dagli abitanti in quanto uomo e regista affermato, mantiene il ruolo di accompagnatore paziente e di osservatore attento. Ironico e compassato, Panahi pone agli abitanti del villaggio domande apparentemente innocenti, lasciandoli liberi di esprimere le proprie convinzioni.

In questo senso, Tre Volti si colloca perfettamente nel programma post-condanna dell’autore: raccontare l’Iran facendo parlare gli iraniani, senza esprimere la propria opinione apertamente. Facendo, infatti, ricorso a pretesti apparentemente innocui (come la decisione di un allevatore di estendere a tutti costi la vita del proprio toro da monta moribondo), Panahi riesce a seminare con leggerezza – ma non superficialità – il seme del dibattito su questioni etiche evidentemente proibite nell’Iran di oggi.

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Una scena dal film Tre Volti, con il quale Jafar Panahi ha nuovamente sfidato la censura iraniana.

Film dall’estetica essenziale, autoprodotto e realizzato con una troupe minimale (i brevi titoli di coda parlano da sé), Tre Volti sembra venire da molto lontano, da un luogo fuori dal tempo e dalle mappe dove il cinema si fa per necessità malgrado la censura e la politica, dove gli ostacoli e le limitazioni sono il movente, non l’alibi; dove l’estetica è subordinata al contenuto.
Dove il cinema, una buona volta, si può guardare allo specchio.

di Luca Zambianchi