Il cinema, come la vita, è fatto di sogni. Uno di quelli del regista toscano Giovanni Veronesi, sin dagli anni ’80, era quello di portare sul grande schermo una sua trasposizione dei romanzi cappa e spada di Alexandre Dumas, tanto che aveva già individuato all’epoca in Francesco NutiMassimo TroisiRoberto BenigniCarlo Verdone gli attori perfetti per diventare i suoi quattro Moschettieri.  Veronesi ha dovuto aspettare trentanni prima di realizzare il suo progetto, facendo invecchiare di altrettanti anni i suoi protagonisti, affidandosi a quattro campioni del cinema attuale quali Pier Francesco FavinoSergio RubiniRocco PapaleoValerio Mastandrea e dando un tocco moderno alla sua storia andando a scegliere come sceneggiatore il professore di storia Nicola Baldoni, scelto dal regista per l’ironia trasmessa dal suo profilo Twitter.

52367.jpg
Favino, Mastandrea, Papaleo e Rubini sono i Moschettieri del Re (Ph. Tullio Deorsola)

Moschettieri del Re, invecchiati, depressi e decisamente fuori forma, vengono nuovamente radunati dalla Regina Anna (Margherita Buy), preoccupata per la persecuzione degli Ugonotti operata dal crudele Cardinal Mazzarino (Alessandro Haber). Aiutata dall’ancella Olimpia (Matilde Gioli), la regina chiederà l’intervento delle sue fidate guardie del passato per risollevare le sorti della Francia e l’onore e futuro regno del figlio, Re Luigi XIV (Marco Todisco).

D’Artagnan/Favino è diventato un maialaro, che vive con le figlie gemelle e una moglie che non ama e tradisce di continuo, costretto a sfidarsi a duello con i legittimi consorti delle sue tante amanti. E’ qui che lo trovano la Regina Anna/Buy e Olimpia/Gioli, spaesate nel vederlo ingrassato e fiacco, ma certe che il guascone saprà ritrovare i suoi sodali e convincerli a riunire i Moschettieri per questa nuova missione. Non è del tutto chiaro il perché il D’Artagnan di Veronesi debba essere un illetterato, capace di esprimersi solo attraverso gag linguistiche che, seppur a tratti esilaranti (dal qui si catacomba fino al io non so in cosa credo, ma so che sono agnolotto fino alla morte), risultano esagerate nel loro essere eccessivamente ripetute. Più che per la sua Regina, sembra essere in perenne lotta con la grammatica e alla ricerca di un cavallo dall’indole stazionaria, visto che i suoi (insipiegabilmente) fuggono non appena lui scende dalla sella.

52382
Pier Francesco Favino e Matilde Gioli in una scena del film (Ph. Tullio Deorsola)

Ritroviamo un Athos/Papaleo, devastato dalla sifilide, alla rincorsa del piacere sessuale per non pensare troppo al suo tracollo fisico, che si improvvisa (troppo spesso) menestrello scanzonato nei momenti di pausa tra un’avventura e l’altra. La memoria non funziona più come prima, ma resta quello che deve tenere unito il gruppo, raccogliendo le confidenze dei suoi compagni di spada e moschetto.

I due si recano insieme nel convento in cui Aramis/Rubini si è rifugiato e riescono a convincerlo a superare i suoi scrupoli morali ed etici all’idea di tornare ad imbracciare il moschetto solo perché la Regina Anna ha promesso che tutti i suoi ingenti debiti di gioco verranno saldati dalla Corona alla fine della missione. Tra i quattro, Sergio Rubini è quello che ci offre l’interpretazione meno macchiettistica e più consona al personaggio. Ritroviamo l’Aramis filosofo che avevamo conosciuto in letteratura. Quello che si scaglia contro la violenza e la crudeltà gratuita. Toccante e molto attuale la sua invettiva contro la tortura:

Ancora sta fissazione per la tortura. Io voglio vedere se tipo nell’800 esisterà ancora la tortura.

Ma poi il suo nobile intento iniziale si perde nella volontà di superare il suo record di 161 uomini deceduti sotto i colpi della sua spada e ritorna ad adeguarsi alle cialtronesche uscite dei suoi compagni di avventure.

Il più malconcio di tutti è Porthos/Mastandrea. Alcolizzato e oppiomane, dipendente dalla sua boccetta di laudano fatto in casa, che offre a chiunque gli capiti di incontrare. Il più depresso, quello che si sente un reduce malconcio ed abbandonato al suo destino. Quando, in uno dei suoi tanti (troppi) momenti di sfogo, in cui ricorda ai sodali come e quanto siano invecchiati male e porta ad esempio il fatto di aver perso 35kg in 12 anni, 1.2kg all’annoAthos gli dice:

Siamo tutti reduci. Abbiamo tutti le emorroidi. Ma tu sei felice della tua vita?

In questa frase sta il messaggio principale che Giovanni Veronesi sembra voler dare con questo suo Moschettieri del Re – La penultima missione: per quanto stanchi e avviliti, feriti e disillusi, non si può abbandonare la voglia di riscatto ed avventura. E sono ancora tanti coloro che credono in loro. Il primis l’inscalfibile Sergio il servo muto, un Lele Vannoni impeccabile nella sua interpretazione (che, onestamente, ci siamo stancati di vedere in ruoli da spalla e vorremo finalmente vedere in un personaggio completo, che merita).  Veronesi tenta di continuare a farci sperare nel fatto che l’unione faccia la forza o quanto meno che, come suggerito anche dal fantastico e sorprendente finale, non si debba smettere di avere fiducia nel potere della fantasia.

52379
Una scena dal film Moschettieri del re – La penultima missione, di Giovanni Veronesi 

Il progetto di Giovanni Veronesi era sicuramente coraggioso (tantissime negli anni le trasposizioni, televisive e cinematografiche, dei romanzi di Dumas) e ambizioso (ingente il budget messo a disposizione dalla Indiana Production; film quasi interamente girato in costume – bellissimi e di pregio, realizzati dal team di Monica GaetaniValentina Monticelli), ma il film non riesce a decollare. Le gag linguistiche e le scene da divertenti e irriverenti cialtroni regalate da Favino&Co non sono sufficienti a nascondere una scrittura debole, confusa e che troppo spesso risulta banale e scontata. Allo stesso modo, nonostante il preziosissimo contributo dato alla produzione del film da parte della Regione Basilicata e dalla Lucana Film Commission, le splendide location scelte, che ci permettono di entrare, ad esempio, nella millenaria Abbazia di San Michele Arcangelo a Montecaglioso, o di godere di quelle meraviglie della natura che sono il Parco di Gallipoli o le Dolomiti Lucane, non ci permettono di non vedere ogni scena come fuori contesto, esagerata, spesso anche per colpa di una fotografia più attenta alla ricerca della perfezione del digitale che all’esaltazione di colori e immagini.

Ci resteranno, quindi, alcune frasi e dialoghi non indimenticabili, ma che ci permettono comunque di giudicare il film quantomeno godibile, seppur nella sua leggerezza. Si pensi al tu non puzzi, D’Artagnan. Tu ti porti l’odore della tua leggenda o alla frase che tutti noi nella vita avremo voluto (ma non abbiamo mai avuto il coraggio di pronunciare), detta da Mastandrea quando durante uno scontro gli chiedono di impugnare la spada e non il moschetto:

So 30 anni che se chiamamo Moschettieri e stamo sempre co’ ste spade ‘n mano.

Ma il tutti per uno, uno per tutti quasi ci facciamo convincere da Athos/Papaleo che davvero porti sfiga. Perché questi Moschettieri li vediamo abbastanza slegati tra loro, costretti in una storia che sa più di racconto ad episodi mal connessi tra loro che ad un’unica avventura epica e ardimenotosa.

Resta il sottotitolo dato al film, La penultima missione, a farci sperare (o temere?) che il senso di incompiuto che ci lascia questo Moschettieri del Re possa essere colmato prossimamente con un seguito. Anche perché non vogliamo credere che Giovanni Veronesi abbia sacrificato la sua attrice più brava (nonché consorte nella vita), Valeria Solarino, per un personaggio dalla evidente grinta e forza che rimane però appena abbozzato. O forse questa considerazione è dettata semplicemente dalla volontà di vedere ancora la sua grinta in scena, piuttosto che una delle più spente Matilde Gioli mai apparse sul grande schermo, con cui non riusciamo ad entrare mai in empatia, nemmeno quando corre disperata in groppa ad un cavallo, anzi, ci auguriamo la faccia cadere per non dover più sottostare alla sua dizione incerta e alla sua inespressività.

La leggenda dei Moschettieri continua ad essere tramandata. Ma non è facile vedere, come ci succede nella quotidianità, che anche i nostri miti sul grande schermo siano invecchiati così male.

di Joana Fresu de Azevedo