Nella Capri versione Babele si intrecciano tante anime, tra cui quella limpida e profonda  della pastorella Lucia. Sottotitoli costanti per comprendere la multiculturalità del set. Mario Martone mette in campo una rivoluzione, dove antichi dualismi separano correnti di pensiero di difficile convivenza.

Individualismo e solidarietà, materialismo e spiritualità, tolleranza e intransigenza. Dentro questo caleidoscopio si sgranano gli occhi ingenui e curiosi della ventunenne Marianna Fontana (pronto a scommettere che diventerà una delle più convincenti attrici della nuova generazione), già vista negli Indivisibili di Edoardo De Angelis.

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Marianna Fontana in una scena di Capri Revolution, per la regia di Mario Martone

Le radici patriarcali della famiglia di Lucia subiscono una scossa dopo l’incontro con Seybu, il pittore pacifista a capo della stravagante comunità naturista-vegetariana, dove tutto accade con una visione del mondo non conciliante con gli abitanti dell’isola. Il mondo vuole e deve rinnovarsi, e questo processo non può prescindere da un passaggio di morte. Muore il padre di Lucia, muoiono gli ideali della famiglia, muoiono in sacrificio le capre della pastorella, arriva in punto di morte la stessa Lucia, fino a risorgere con la voglia di studiare, di cogliere l’amore, di calarsi dentro un mondo fino ad allora sconosciuto.

La terra si muove, come simbolicamente ci mostra Martone nella scena delle “clessidre” appoggiate agli alberi ed il movimento spinge Lucia nella sua ricerca interiore. “Io non sono una buona figlia ma ho bisogno della mia libertà! in questo modo saluta la madre e lascia l’isola.  Oltre alla splendida recitazione di Marianna Fontana, ottima fotografia di Michele D’Attanasio. In conclusione troppe anime all’interno del film e troppe intenzioni spirituali, ha però il pregio di non lasciare indifferenti e di fare pulsare una rivoluzione necessaria.

Voto 7

di Kastel