Nel 1964 Walt Disney e il suo dinamico team di creativi riuscirono a realizzare il sogno, inseguito per diversi anni, di portare sul grande schermo i romanzi della scrittrice di best seller per l’infanzia P. L. Travers, rendendo la sua Mary Poppins la tata praticamente perfetta sotto ogni aspetto quella che tutti i bambini dell’epoca (e delle generazioni a venire) avrebbero desiderato avere. Il film Saving Mr Banks (2013, John Lee Hancock, Tom Hanks e Emma Thompson) aveva raccontato il faticoso e complesso rapporto che si era creato durante le fasi di lavorazione della prima versione cinematografica di questo classico tra Walt Disney e la Travers, desiderosi di confezionare un film che fosse rispettoso sia della tradizione della casa di Topolino che della Mary Poppins così come uscita dall’immaginario della sua ideatrice.

Nel 2018, a 54 anni dall’uscita del capolavoro interpretato dalla splendida Julie Andrews (che accettò la parte solo dopo che Jack Warner ebbe dato il ruolo da protagonista in My Fair Lady Audrey Hepburn) e dall’istrionico Dick Van Dyke (contro la cui scelta la Travers lottò strenuamente, non ritenendolo all’altezza) , la Disney osa riportare il pubblico in Viale dei ciliegi 17, spostando la trama in una Londra post Grande Depressione, ma ancora tanto bisognosa di un tocco di magia portato dal vento dell’est.

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È qui che ritroviamo i due fratelli Banks, Jane (Emily Mortimer) e Michael (Ben Whishaw) diventati ormai grandi e molto più simili ai loro genitori (lei attivista del sindacato dei lavoratori, lui cassiere presso la Banca di Credito, Risparmio e Sicurtà) di quanto loro stessi (e noi) avrebbero mai potuto immaginare. Ad animare le loro giornate, i tre figli di Michael, Annabel, John e Georgie, che cercano di sostenere il padre dopo il dramma che ha colpito la loro famiglia e di trovare un modo per non perdere la casa che è stata loro pignorata. Solo una magia potrebbe aiutarli. O Il ritorno di Mary Poppins, la tata che aveva sostenuto Jane e Michael bambini nella ricostruzione del loro rapporto con il padre e che ora, senza essere invecchiata di un solo giorno, torna nella loro casa per far sì che i tre figli di lui non crescano troppo in fretta e che gli adulti possano ricordare quanto fosse meravigliosamente rassicurante essere bambini.

Vecchi e nuovi personaggi si alternano in questo sequel che, nell’ intento di ammiccare al pubblico storico, con richiami continui alla storia già precedentemente portata al cinema, e attirarne uno nuovo con un immaginario ben più esigente, appare più un remake di ciò che è stato. È così per il personaggio del lampionaio Jack (Lin-Manuel Miranda) che accompagna Mary Poppins e i piccoli Banks nelle loro avventure, ma che non riesce, nemmeno con la sua immensa schiera di acciarini (e il loro palese cercare di imitare il fascino degli spazzacamini della prima versione), ad eguagliare il carisma, la simpatia e il fascino del suo maestro Bert. La cugina Topsky, una Maryl Streep al limite del grottesco, non ci fa sbellicare dalle risate fino a farci toccare il soffitto come avevamo fatto con lo zio Albert, l’indimenticato Bruno Persa, comprimario di tantissimi capolavori Disney del passato. Ritroviamo dei personaggi che sfidano la magica capacità di non invecchiare di Mary Poppins, come la governante Ellen (Julie Walters) o l’Ammiraglio Bloom (David Warner) che in una storia in cui sono deceduti tutti i personaggi adulti conosciuti nella precedente versione, continuano, da provetti Peter Pan, ad arrampicarsi sulle credenze e rompere i preziosi servizi di porcellana dei Banks e sparare il cannone contro quei ritardatari del Big Ben come se nemmeno un giorno fosse passato. Non riesce ad essere credibile Colin Firth nel ruolo del cattivo banchiere Wilkins che ordisce la sua trama lupesca per prendersi la casa di Viale dei ciliegi, colpa anche di un personaggio troppo macchiettistico per non suscitare una risata di troppo.

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Poi c’è lei, la nuova Mary Poppins: Emily Blunt. I responsabili marketing e promozione della Disney hanno riversato gran parte dei loro sforzi nel tentativo di farla accettare dal pubblico come erede legittima di Julie Andrews, dotandola di strumenti imprescindibili per il personaggio quali lo stretto cappottino (che, nella nuova versione, passa dall’originale rosso ad un più trendy blu elettrico), l’ombrello con testa di pappagallo (decisamente petulante) e la borsa in tappeto da cui far uscire magicamente oggetti di qualsiasi forma e dimensione. Benché sovraccarica di simboli e memorie, l’attrice britannica non è riuscita nell’impresa di ricoprire il ruolo evitando impietosi paragoni con l’interpretazione che valse nel 1965 alla Andrews l’Oscar come Miglior Attrice Protagonista. Il trucco e l’impeccabile portamento aiutano la Blunt a calarsi nel ruolo della tata più famosa del mondo, ma la confusa, a tratti irrispettosa, scrittura di David Magee la costringe a doversi rapportare con un personaggio quasi stravolto nella sua essenza originaria. La Mary Poppins del 2018 risulta troppo vanesia (nel 1964 alla Andrews bastó specchiarsi una sola volta per dimostrare comunque la sua civetteria; la Blunt non riesce ad evitare di guardare il suo riflesso ogni volta che passa davanti ad una superficie lucida) e talmente egocentrica ed egocentrata da perdersi i bimbi che aveva in custodia, arrivando addirittura a metterli in pericolo. Saccente e supponente, questa Mary Poppins non riesce a ricoprire quella funzione educativa che l’aveva resa così iconica nel passato.

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Altra nota dolente sono le canzoni e le musiche scelte per questa nuova versione cinematografica. Nessuna incisiva e indimenticabile come era successo con Con un poco di zuccheroSupercalifragilistichespiralidoso o Cam-Caminìn, anzi, tutte dalla melodia e testo troppo complessi per risultare orecchiabili e ripetibili. Certo non aiuta il pessimo doppiaggio della versione italiana che non solo risulta fastidiosamente fuori sincrono nelle parti cantate, ma che offre un’improbabile metrica pur di tenere il passo con il ritmo frenetico della melodia.

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In questo mal riuscito tentativo di replicare un glorioso passato, non stupisce che a riuscire realmente ad impreziosire Il ritorno di Mary Poppins siano due volti storici della cinematografia disneyana, qui coinvolti in due toccanti e incisivi camei. E così è quasi impossibile non commuoversi vedendo apparire in scena Dick Van Dyke nei panni del vecchio Zio Wilkins e, soprattutto, vedere come a 93 anni sia ancora in grado di far sparire il giovane cast stellare scelto dal regista Rob Marshall per la Mary Poppins del nuovo millennio. L’agilità e la destrezza con cui sale sulla scrivania del nipote e balla uno sfrenato tip-tap fa dimenticare i balletti stile Broadway cui lo spettatore è stato costretto ad assistere fino a quel momento. Non infastidisce né stupisce incontrare La signora in giallo Angela Lansbury, perché vorremo poter incontrare davvero questa simpatica vecchietta e farci offrire da lei un palloncino che ci faccia volare con la fantasia. E perché ci permette di ricordare che lei era nella lista delle papabili Mary Poppins per la versione del 1964 e che sempre lei è stata protagonista di un altro capolavoro Disney storico quale Pomi d’ottone e manici di scopa.

Forse siamo troppo nostalgici. Forse la recente tendenza del nuovo corso Disney di andare a rivisitare capolavori del proprio passato per adeguarsi alle presunte esigenze del pubblico del nuovo millennio inizia ad infastidirci. Forse i personaggi portati sul grande schermo da Andrews e Van Dyke sono ancora troppo nell’immaginario comune per poter essere replicati (in arrivo la consueta replica televisiva di Mary Poppins, divenuta ormai un must della programmazione natalizia della Rai). Ma Il ritorno di Mary Poppins non riesce a travolgerci, seppur certi che la potente campagna pubblicitaria e l’annesso marketing che hanno accompagnato l’uscita del film non potranno che avere riscontro sugli incassi al botteghino. Ma manca quel poco di zucchero che ci permette di mandar giù la pillola di un’operazione commerciale non rispettosa del glorioso passato cinematografico della nostra tata preferita.

di Joana Fresu de Azevedo