Il rapporto tra servi e padroni è stato più volte trattato nella cinematografia, nei serial televisivi ed ancora prima nella letteratura e nella filosofia. In molti casi il maggiordomo e la servitù sono la struttura portante delle serie televisive e dei film per il grande schermo. Alcune volte sono seri testimoni di vicende e destini dei loro padroni, di particolari eventi legati ad un’epoca, altre volte svolgono ruoli di spalla per scene comiche, altre ancora sono loro gli autori del delitto, come richiede il più classico dei gialli.

Diversa è la tipologia del rapporto tra padroni e servi, non tutti si comportano allo stesso modo. Partiamo dall’Inghilterra dei primi decenni del secolo scorso, patria di legioni di servi al servizio di aristocratici possidenti terrieri da generazioni, generalmente nullafacenti, che per rango e retaggio storico godono di diritti e privilegi in una società rigidamente divisa in classi.

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Nello sceneggiato della BBC Downton Abbey la servitù, le cui dinamiche relazionali sono ancora più macchinose di quelle dell’aristocrazia, sembra essere l’interesse principale dei nobili, democratici e illuminati conti Grantham, che tra ricevimenti, cene, battute di caccia trovano anche il tempo di ascoltare, aiutare, difendere il loro stuolo di camerieri, valletti, maggiordomi, governanti, cuoche, sguattere. Si interessano alla loro vita, ai loro problemi, ne condividono i sentimenti, le preoccupazioni, le ansie e le gioie, a loro confidano i loro segreti più nascosti e chiedono pareri e consigli.

Una realtà di fatto poco convincente e poco credibile, che viene totalmente stravolta in Gosford Park (Robert Altman, 2001). Una spietata analisi di costume dell’Inghilterra dei primi anni trenta del secolo scorso, quando le schiere di domestici, anche in questo caso, sottostavano a regole ferree e gerarchie non meno elaborate di quelle dei loro aristocratici padroni. Tutti gli ospiti invitati a Gosford Park, la tenuta di campagna dei ricchi McCordle, sono accompagnati dalla loro servitù. A questi ultimi, i domestici di casa assegnano le stanze, e ricordano che da quel momento ognuno di loro sarà chiamato col nome del rispettivo padrone. Altro che democrazia illuminata, qui il servo non è nessuno venendo privato anche della propria identità. I ricchi signori si intrattengono nei saloni del piano nobile e i domestici lavorano nei locali inferiori. E’ una casa dove tutti hanno un passato da nascondere, sia i servi che i padroni, fino a quando, a seguito di un omicidio, i segreti vengono svelati.

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Gosford Park, di Robert Altman

Restando sempre in Inghilterra negli stessi anni conosciamo Mr. Stevens (Quel che resta del giorno, James Ivory, 1993, tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 2017). Maggiordomo estremamente compìto e compenetrato totalmente nel proprio ruolo, Stevens conduce la servitù della casa di lord Darlington con impeccabile efficienza e professionalità, pervaso da un’aura di formalità, autocontrollo e aplomb. E’ irreprensibile, freddo e  imperturbabile, un grande maggiordomo deve essere in possesso di una dignità pari alla posizione che occupa è il suo credo. Apparentemente privo di emozioni e di sentimenti nascosti sotto una maschera di indifferenza, Stevens sacrifica al suo lavoro qualunque aspirazione e sentimento personale. E’ votato unicamente al servizio del proprio padrone che ne è pienamente soddisfatto, che lo stima e lo rispetta ma tenendolo sempre alla debita distanza dovuta. Lord Darlington non nasconde le sue simpatie verso i nazisti e frequenti sono i ricevimenti nella sua residenza ai quali sono invitati i rappresentanti della Germania di Hitler, verso il quale nutre rispetto e ammirazione. Mr. Stevens non ascolta, il dovere di ascoltare non è contemplato nelle sue mansioni, non giudica, sicuro che il suo padrone essendo persona di alta levatura morale, non solo per ceto e ricchezza, agisca secondo principi nobili ed elevati. Le idee e le amicizie con gli esponenti della Germania nazista, sono però fatali per la reputazione pubblica di Darlington e alla fine della guerra, accusato di collaborazionismo, cade in disgrazia. La tenuta di Darlington Hall viene acquistata da un ricco americano, e solo allora, dopo oltre trent’anni di servizio Stevens si rende conto che la sua ammirata e cieca fedeltà per il padrone era mal riposta e che nella totale dedizione al proprio ruolo ha sacrificato la sua vita, rifiutando anche l’amore di miss Kenton, la governante, che stanca della sua indifferenza aveva a suo tempo lasciato la casa. Ora è lui a cercarla nel tentativo di riallacciare inutilmente i rapporti, sempre però con la dovuta freddezza, formalità e distacco, ma è troppo tardi.

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Quel che resta del giorno, di James Ivory

I servi non sono però tutti così arrendevoli, sottomessi, o privi di opinioni e di autonomia di giudizio, ed i padroni non sempre li maltrattano, li difendono o semplicemente li ignorano. Il rapporto a volte è più complesso. E qui ci viene in aiuto Hegel. Quando il servo impara a fare ciò che prima faceva il padrone e il padrone disimpara a fare ciò che ora il servo fa al suo posto, il servo diventa indipendente dal padrone, mentre il padrone ora dipende dal servo. Così prima o poi l’inversione dei ruoli diventa inevitabile, il servo diventa padrone del padrone e il padrone diventa servo del servo.

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Il servo, di Hugo Barrett

E’ questa inversione di ruoli che viene perpetrata dapprima in maniera sottile e poi sempre più violenta da Hugo Barrett (Il servo, Joseph Losey, 1963, sceneggiato da Harold Pinter tratto dal romanzo The servant di Robin Maugham). Preso a servizio da un giovane avvocato dell’alta società londinese, Barrett è di bell’aspetto, elegante, brillante, abile, discreto e compiacente. Previene ogni necessità del suo padrone, soddisfa ogni suo capriccio, ogni sua voglia, incoraggia i suoi vizi e le sue abitudini, diventando assolutamente indispensabile per lui, privandolo progressivamente di ogni autonomia, fino a ridurlo alla completa sottomissione, impotente a reagire al totale ribaltamento dei ruoli. Le azioni perpetrate da Barrett verso il giovane avvocato sembrano a volte delle vere e proprie vendette mosse da una forma di rivalsa sociale, dirette contro l’upper class inglese, capace di generare individui come il suo padrone, debosciato, debole, accidioso, destinato a ricoprire un ruolo di prestigio e responsabilità nella società solo per ceto. Altre volte sono delle perverse forme di uso del potere esercitato puramente per trarne un sadico piacere. Non tutti possono considerarsi veramente soddisfatti solo quando sanno di aver servito appieno il padrone come sosteneva Mr. Stevens.

Dall’altra parte dell’Oceano nel sud degli USA sono passati i tempi della governante Mammy, grassa, con la voce baritonale e della cameriera Prissy secca, svampita, piagnucolosa e lamentosa con la voce stridula di Via col vento (Victor Fleming, 1939), che nel doppiaggio italiano parlano una lingua artefatta di bovero negro con buana biango, usando i verbi solo all’infinito senza coniugarli: Avere detto e ridetto che vera dama in pubblico deve mangiare poco come uccellino, non stare bene che nella casa di Mister Wilkes tu Miss Rosela ti abbuffare come tacchino. Tu stare maleducata come contadina dopo quello che io avere fatto per educarti! A Jackson Mississippi primi anni ‘60 l’ambiente però non è molto cambiato. Molte donne negre lavorano come domestiche presso le famiglie bianche benestanti.

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The Help, di Tate Taylor

Trattate ancora come schiave, anche se pagate miseramente, subiscono umiliazioni, soprusi e trattamenti discriminatori frutto dello stesso razzismo, legale da secoli, ora mascherato da falso bon ton, dalle loro stanche, annoiate, isteriche padrone WASP. Sono costrette a mangiare utilizzando le stoviglie che devono portarsi da casa, vengono licenziate per aver utilizzato il bagno di casa, anziché andare ad espletare i bisogni fisiologici all’esterno, come loro imposto. Ma nonostante questo allevano con amore e professionalità i figli dei loro padroni bianchi. Nessuna di loro ha il coraggio di raccontare le proprie vicende, neanche in forma anonima, per i continui atti di violenza e intimidazione a cui sono sottoposte loro come tutti gli afroamericani. Ciò non impedisce a una di loro, Minny, di vendicarsi con la padrona per essere stata licenziata preparandole una bellissima torta con un mix di cioccolata e della sua cacca. The Help (Tate Taylor, 2011 tratto dall’omonimo romanzo di Kathryn Stockett).

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A spasso con Daisy, di Bruce Beresford

Meno crudo ma ricco di battibecchi è il rapporto tra l’anziana ex maestra ebrea Daisy e il suo altrettanto anziano autista negro Hook, impostole dal ricco figlio per evitare i disastri della madre alla guida (A spasso con Daisy di Bruce Beresford, 1989, tratto dall’opera teatrale di Alfred Uhry). Diffidente e acida Daisy, dignitosamente sottomesso e paziente Hook, che nella vita ha dovuto imparare a stare al suo posto resistendo all’arroganza dei bianchi. Senza scene violente o toni particolarmente forti emergono le contraddizioni di una società americana che al di la dei proclami di libertà da pregiudizi, di onestà, di giustizia e prosperità per tutti in realtà rivela la sua ipocrisia, traendo vantaggio dalla discriminazione e dall’indifferenza e dal silenzio soprattutto della cosiddetta “gente perbene”.

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The Butler – Un maggiordomo alla casa bianca, di Lee Daniels

Di questa realtà di differenze sociali prende coscienza Cecil Gaines (The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca Lee Daniels, 2013) che per più di trent’anni è stato maggiordomo alla Casa Bianca prestando servizio sotto sette presidenti da Dwight Eisenhower a Ronald Reagan, quando chiede al suo diretto superiore di percepire lo stesso salario di un domestico bianco e gli viene risposto che se non gli sta bene il salario può andarsene. Prende la decisione di dimettersi dal servizio quando Reagan dichiara che non intende appoggiare il movimento per la libertà dei neri in Sudafrica. Prendendo coscienza dei propri diritti, scenderà in campo a fianco del figlio partecipando insieme a lui a una protesta contro l’apartheid.

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Io sono l’amore, di Luca Guadagnino

Tornando in Europa vi sono alcuni padroni che neanche conoscono i loro servitori vivendo ingabbiati nell’universo ovattato delle classi privilegiate. E’ il caso dei Recchi, Tancredi ed Emma, esponenti dell’alta borghesia industriale lombarda, che vivono in una grande e asettica villa nel centro di Milano. Sposati senza essersi amati conducono una vita piena di formalità, di riti borghesi e convenzioni che la loro posizione sociale gli impone, ma anche di ipocrisia e cinismo. Convenzioni che non esiterà a rompere Emma trovando amore e conforto in Antonio, il giovane cuoco. Io sono l’amore (Luca Guadagnino, 2009).

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Il pranzo di Babette, di Gabriel Axel

Babette Hersant è una parigina, unica sopravvissuta di una famiglia di rivoluzionari sfuggita alla repressione della Comune di Parigi che si rifugia in uno sperduto e misero villaggio danese. (Il pranzo di Babette Gabriel Axel, 1987 da un racconto di Karen Blixen). Qui è accolta da due anziane sorelle puritane che dopo la morte del pastore, loro padre, hanno rinunciato a tutto per proseguire nella direzione della comunità religiosa del paese e nell’aiutare i compaesani più bisognosi. Le sorelle conducono una vita frugale e Babette si guadagna l’ospitalità facendo loro da governante e contribuendo anche lei all’attività di beneficenza. Dopo quattordici anni da Parigi arriva a Babette una ricca somma di denaro, diecimila franchi d’oro vinti alla lotteria. Tutti pensano che Babette userà la grossa somma per tornare in Francia, ma lei chiede di poter dedicare un pranzo alla memoria del pastore, nel centenario della sua nascita.  Così prepara questo Menu:

Brodo di tartaruga

Blinis Demidoff

(grano saraceno con caviale e panna acida)

 Caille en sarcophage

(Quaglie in crosta con salsa Périgourdine: foie gras e salsa al tartufo)

 Insalata mista

(Radicchio belga e noci in vinaigrette)

 Formaggi misti

Savarin al rum con frutta glassata

Frutta mista

(uva,pesche, papaia, ananas e melegrane)

 Caffè con tartufi al rum

Friandises

(pinolatefrolliniamaretti)

I vini

Amontillado bianco ambra

Gran Cru Clos de Vougeot del 1846

Champagne Veuve Clicquot del 1860

Vieux Marc de Champagne

A fine pranzo tutti gli invitati se ne vanno ignari della sua identità. Babette infatti è la famosa cuoca del Café Anglais di Parigi, e per procurarsi gli ingredienti, le bevande, i cristalli e le stoviglie ha speso tutto il suo denaro. Rimane così in Danimarca (anche perché non ha più nessuno in Francia) e alle sorelle che le dicono: Così ora sarete povera per il resto dei vostri giorni… lei risponde: Un artista non è mai povero.

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Diario di una cameriera, di Luis Buñuel 

Ben diverso è l’ambiente di lavoro di Céléstine (Diario di una cameriera Luis Buñuel, 1964, tratto dal romanzo omonimo di Octave Mirbeau) assunta come cameriera da una famiglia di ricchi borghesi in Normandia, che si rivelerà un luogo di degrado morale. L’anziano Rabour padre della proprietaria è un feticista, la figlia è frigida e maniacale, il marito di lei è un depravato, molestatore di tutto il personale femminile della casa costituito da due serve ormai abituate alla prassi, un’orfana poco sorvegliata dalla zia circola liberamente per la casa e nei boschi lì attorno (farà una brutta fine), il custode è un violento attivista dei movimenti di estrema destra. Ci sono poi un curato ipocrita e avido e un militare, vicino di casa, in continua lite con tutta la famiglia. Céléstine non resta indenne da questo degrado, per fuggire, finirà per sposare il militare in un matrimonio di solo interesse. Qui non esistono differenze di classe, tutti i personaggi sono sullo stesso piano. Servi e padroni combaciano moralmente ed eticamente in una mescolanza di ruoli in cui non vi è più nessuna differenza tra chi comanda e chi è comandato. Non si salva nessuno, nemmeno i servi, per i quali il convivere con tutto ciò che di negativo esprime la borghesia dei padroni, avidità, falsità, malignità, vizi si diffonde contaminando chi gli sta a contatto. La morale è in questo passo che Céléstine legge al vecchio Rabour: Poiché, con i tempi che corrono, non c’è più nulla di sano, poiché il vino che si beve e la libertà che si proclama sono adulterati e derisori, poiché, infine, è necessaria una singolare dose di buona volontà per credere che le classi dirigenti sono rispettabili e le classi asservite sono degne di essere ristorate o compiante… (Joris-Karl HuysmansA rebours).

C’è anche un altro aspetto della servitù, sicuramente meno drammatico, ne fanno parte: Lurch, il funereo maggiordomo de La famiglia Addams, somiglia alla creatura di Frankenstein, arriva camminando come lui quando i padroni lo chiamano tirando un cappio che aziona un gong che con il suono sconquassa tutta la casa, parla poco con voce cavernosa ma suona molto bene il clavicembalo.

Igor, ma si pronuncia Aigor, di Frankenstein Junior (Mel Brooks, 1974), è brutto, deforme, occhi sporgenti e strabismo divergente, indossa una palandrana nera col cappuccio e parla una lingua nonsense.

Jamesignora Bensignore di Invito a cena con delitto (Robert Moore, 1976) è cieco, la cuoca sordomuta e analfabeta, i due non si capiscono e gli ospiti restano con grande sorpresa a digiuno ma li aspetteranno ben altre sorprese finali.

Alfred Thaddeus Crane Pennyworth è l’impeccabile maggiordomo, cuoco, giardiniere, autista, ma soprattutto grande supporto di Bruce Wayne, alias Batman. E’ l’unico a conoscerne l’identità segreta e ad organizzare la sua doppia vita. Per lui prepara i costumi, tutti i marchingegni che usa e le attrezzature nell’enorme caverna-rifugio che c’è sotto la villa.

Caramella è la burbera vecchia zitella, pia e molto devota, piena di buon senso governante del maresciallo dei Carabinieri Antonio Carotenuto di Pane, amore e fantasia (Luigi Comencini 1953).

Coleman di Una poltrona per due (John Landis, 1983) maggiordomo di Louis Winthorpe III prima, poi di Billy Ray Valentine, che riesce a trasformare da barbone a raffinato gentiluomo dell’upper class e infine di tutti e due.

Delbert Grady è il maggiordomo dell’Overlook Hotel in Shining, (Stanley Kubrick, 1980) una personificazione del male dell’albergo, teatro di crimini efferati, che compare nelle visioni che ha Jack Torrance e lo spinge a far fuori i suoi familiari.

Infine ecco i maggiordomi che sono i veri colpevoli.

Wadsworth che è il colpevole in almeno uno dei tre finali di Signoriil delitto è servito (Clue) (Jonathan Lynn, 1985).

Riff Raff, l’inquietante, tenebroso, gobbo servitore di Frank-N-Furter insieme all’altrettanto inquietante sorella e cameriera Magenta di The Rocky Horror picture show (Jim Sharman, 1975), Frank lo considera il suo fedele factotum che invece tanto fedele non è dato che lo ucciderà.

E poi c’è il più perfido e colpevole di tutti: Edgar, maggiordomo al servizio di Madame Adelaide Bonfamille, anziana signora con un passato di grande cantante d’opera, è lui che prima addormenta Gli Aristogatti (Wolfgang Reitherman, 1970) mettendo un potente sonnifero nella crema di crema alla Edgar, con l’intento poi di farli sparire per appropriarsi dell’eredità.

Qualunque sia il rapporto tra servo e padrone ed in qualunque epoca esso avvenga è ben riassunto in un antico testo babilonese, presumibilmente satirico, che riporta un dialogo tra uno schiavo e il suo padrone il quale, messo in difficoltà dai ragionamenti del servo, minaccia di ucciderlo. Al che lo schiavo gli risponde: Si ma il mio padrone non sopravviverebbe tre giorni.

Di Silvano Santandrea